mercoledì 30 dicembre 2009

COLUI CHE DISPENSA LA VITA E LA MORTE_libro 1°_episodio 13

Una ragazza abbastanza carina, ma anche parecchio stupida. Così stupida da ritenere di poter disquisire sulla vita e sulla morte. Tanto cretina da assumere sonniferi in misura eccessiva. Una stupida forma di vita che prova a somministrarsi la morte, o forse vorrebbe più che altro suscitare attenzione e pena estrema. Potrebbe risvegliarsi o no; l’ordine delle cose non verrebbe turbato in alcun modo dalla sua dipartita prematura. Eppure percepisco un’infinitesimale eccezione alla regola: una piccola scintilla nell’oscurità; ecco perché la seguo nel tunnel nel quale viene brutalmente aspirata. Quell’anima in pena continua a provare la disperazione che provava in vita; non che sia morta, non ancora. I tunnel che attraversa sono nebbiosi, non luminosi; non galleggia, ma arranca in salita. Nonostante non abbia più corpo, si ferisce di continuo, con le pietre e con le spine. La disperazione attraversa la consapevolezza obnubilata della sciocca ragazza. Non è contenta di essersi ammazzata, ma non vorrebbe neppure tornare in vita. Come mai questi umani non capiscono di dover condurre al meglio i corpi a loro affidati? Perché si illudono di essere delle anime con la “A” maiuscola? Come mai gli sciocchi mammiferi credono di essere veramente figli di Dio? Maledette scimmie! Dovrebbero accontentarsi di esistere, e di produrre meno danni al pianeta sul quale per ora vivono. Il Dio che si è detto unico non ha forse proibito il suicidio? Mi rendo conto altresì di quante eccezioni siano state concepite per aggirare questo ostacolo. Ma la ragazza non è una kamikaze; si è avvelenata dopo una crisi amorosa: la stupidità fatta persona. Ora devo però capire per quale motivo mi stia inducendo a perdere tempo con quello sciocco agglomerato di cellule in disfacimento. Tra poco il suo giovane corpo
non ispirerà alcun amante, ma solo torme di mosche e vermi. Oppure avverrà un miracolo, nel quale giocherò un ruolo preciso. Attraversando sterpaglia insidiosa, la ragazza cerca di evitare il morso di bianchi serpenti, ed i sogghigni di teschi sospesi in aria. Non comprende come mai da morta il dolore non l’abbia abbandonata; la scemotta aveva sentito dire che la morte sia un non stato. Evidentemente non era mai morta prima, o non se ne ricordava; altrimenti ci avrebbe pensato due volte prima di mangiarsi una ventina di piccole decisamente tossiche. Giunta in cima alla collina, la ragazza si rende conto dello stato di annichilimento del suo simulacro, che riflette quello del suo corpo fisico. Non è facile procedere tra mille ostacoli con gambe sempre più sottili e con la pelle ed i muscoli che cadono a pezzi. Questa morte non è proprio come la si dipinge; solo che questa non è ancora la vera morte. Una figura incappucciata l’attende in cima alla collina selvaggia; il vento soffia ed i lampi della tempesta si avvicinano. I tuoni sono su di lei, e subito cade la pioggia più fredda che le sia mai capitato di sentire. Disperata, ma convinta di dover procedere, la ragazza giunge alle spalle della figura incappucciata. Paura, disperazione, dolore, confusione, freddo si mescolano in un tutt’uno inestricabile e pressoché inimmaginabile. Infine l’incappucciato si volge verso la sua vittima, o forse è un’ospite attesa? La figura oscura sembra crescere a dismisura, mentre tutto il resto scompare nelle pieghe del suo manto. Colui che dispensa la Vita e la Morte rende visibili i suoi occhi, che emergono come stelle oscure dal buio estremo del cappuccio. Colui che dispensa la Vita e la Morte la guarda e la giudica, per un tempo che appare brevissimo ma anche interminabile. Io assisto a tutto ciò, perché mi è consentito farlo. La frazione del principio cosmico che si erge di fronte ed intorno a noi è immensa, ma nello stesso tempo è infinitesimale rispetto alla Fonte stessa. La ragazza forse ora comprende che la morte non è un sonno senza fine, ma potrebbe essere troppo tardi. Il tempo pare privo di ogni consistenza, mentre attendiamo che le galassie ruotino su sé stesse. Gli occhi dell’entità trasmettono alla ragazza un allarme estremo. Un distacco totale da tutto ciò che è conoscibile alle cose di carne ed ossa. Lo sguardo di quegli occhi più antichi della vita sulla Terra è privo di ogni calore, mentre la scruta nei recessi che lei ignorava di avere. La scansione termina subito, o dura millenni; poi l’Entità solleva una mano che pare riempire metà di quel cielo oscuro. Un solo gesto ed io comprendo il motivo della mia presenza in tale contesto. Un solo gesto ed io e la ragazza scompariamo dalla dimensione di Colui che dispensa la Vita e la Morte. Sulla Terra, i medici non hanno cessato di provare a rianimare quel povero corpo avvelenato. Ora il corpo decide di provvedere da solo, ed espelle quanto lo stava uccidendo; non starò a spiegare i particolari di detta espulsione. Quando quei due occhietti sciocchi si riaprono sul mondo, sono meno sciocchi di qualche ora prima, quando la cretina aveva deciso di farla finita. Seguono giorni di lento recupero, durante i quali il corpo parla alla stupida mente della ragazza, e la educa sulla vita e sulla morte. Io passo sovente a visitarla ed a parlarle, a tutte le ore del giorno e della notte, e lei mi è grata. Prova grande soddisfazione nel poter essere grata a qualcuno di qualcosa. Racconterà di me come di una presenza tenue ma concreta, ma nessuno le crederà. Quando sarà dimessa, riferirà e ringrazierà di quel nuovo servizio attivato dal reparto di terapia intensiva. I medici e gli infermieri però la guarderanno in un modo strano, giacché nessuno di loro ricorderà di avermi mai visto. Lei non saprà peraltro per quale motivo sia stata salvata. Non sarò io a dirle che attraverso il suo genoma sarà trasmesso un carattere specifico ed unico, che si affermerà in un suo discendente tra centinaia o forse migliaia di anni. Anch’io ho appreso una lezione: solo una consapevolezza veramente cosmica, come Colui che dispensa la Vita e la Morte, poteva cogliere tale potenzialità in un essere apparentemente insignificante e stupidamente autolesionista.

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