mercoledì 30 dicembre 2009

CAMPIONE QUASI PERFETTO_libro 1°_episodio 11

Abbiamo allenato diversi soggetti, per ottenere il combattente perfetto. Nei secoli ne abbiamo prodotti parecchi, e li abbiamo usati per correggere la storia umana. Non racconteremo di essere mossi dall'altruismo; in realtà la nostra confraternita, come quasi tutte le confraternite, è mossa dalla presunzione di sapere cosa sia il meglio per il mondo intero, e non accettiamo discussioni. Siamo stati noi i primi, e non Machiavelli, a dire che il fine giustifica i mezzi. Abbiamo pescato i nostri aspiranti campioni nei contesti più disparati, e li abbiamo condotti a noi con le buone o con le cattive. Alcuni credevano di combattere per Dio, altri per la patria e la famiglia. In certi casi, finanche il partito è risultato un movente valido; ma ora non è più così. Non importa: noi troviamo il materiale umano promettente, e lo addestriamo fino a produrre qualcosa di super-umano. Questi combattenti sono molto motivati, ma qualcuno li definirebbe lobotomizzati. Li abbiamo spediti in missioni di sola andata, e loro si sono avviati sorridenti verso il loro destino. È molto più facile addestrare il corpo, che sviluppare una consapevolezza. I nostri zombies non sono morti, ma lo saranno presto; ma ne abbiamo magazzini pieni, quindi chi se ne frega? Recentemente si rese necessario impiegare il combattente più vicino alla perfezione, tra quelli a nostra disposizione. Forte muscolarmente, ma non un body builder. Veloce nella corsa, ma non votato ad una sola attività sportiva. Abituato a praticare ogni tipo di attività fisica; resistente, agile, sveglio, dotato di iniziativa. Ci si chiederà come sia possibile ottenere un super-soldato, obbediente fino alla morte, dotato nel contempo di iniziativa. In effetti è un rischio calcolato, perché deve pensare ma solo fino ad un certo punto. Da solo non sarebbe stato in grado di compiere la missione; quindi gli affiancammo alcuni compagni di corso, a sua insaputa. In effetti ognuno dei campioni credeva di essere il solo, o comunque il migliore; la vanità può essere un valido strumento di coercizione e convincimento. Dovevamo fermare, cioè uccidere, un vero super-essere: uno scherzo della natura, dotato di poteri inimmaginabili. Il nemico si era addirittura convinto di essere un semi-dio, e forse in un altro periodo storico lo sarebbe stato. Oltre ad una forza senza pari, il nemico era in grado di proiettare diversi tipi di energia letale, a distanza ravvicinata, o di colpire un avversario dopo averlo tracciato con la sola forza del pensiero. Il nemico era in grado di uccidere qualsiasi capo di Stato, solo concentrandosi. Non indagammo come potesse farlo; a noi interessava fermarlo, in quanto pericoloso per noi e per la nostra missione millenaria. Forse avremmo dovuto provare a cooptarlo nelle nostre file, ma cosa avremmo potuto offrirgli che già non avesse? Inoltre se ci fossimo evidenziati a lui, avremmo rischiato che ci eliminasse tutti nel giro di mezza giornata. Il nemico disponeva di un potere senza pari, ma non era onnisciente, almeno per ora. Noi avremmo fatto il possibile perché non lo diventasse. Il nostro campione numero uno partì dalla base, credendo di essere la sola speranza di sopravvivenza dell'umanità. Il campione numero uno era un vero altruista. Gli altri campioni invece erano degli assassini, spinti solo dal desiderio di confrontarsi con un nemico decisamente forte. Il nemico credeva veramente di essere una sorta di messia, e una torma umana lo adorava già come tale. Il nemico si vestiva tutto di rosso, e recava sul capo una sorta di elmetto greco antico, anch'esso rosso. Arringava la folla, e prendeva appunti su qual che diceva, convinto di dover presto scrivere un nuovo libro di saggezza, in grado di sostituire la Bibbia ed il Corano. Il campione numero uno aveva sviluppato l'attitudine a passare inosservato, ma anche gli altri nostri campioni. Il numero uno passò i giorni successivi avvicinandosi al bersaglio ignaro. Se avesse smesso di essere ignaro, il nostro campione numero uno sarebbe morto in due secondi. Dato il suo altruismo, il campione numero uno non temeva la morte, preventivandola; specie affrontando un mostro in grado di uccidere con il pensiero. Durante la notte del quinto giorno d'agguato, il campione numero uno giunse nella camera da letto dell'avversario, mentre lui dormiva. Poteva ucciderlo, affondando nelle sue carni ancora mortali un pugnale di materiale plastico, sfuggito ai metal director. A questo punto cascò il metaforico asino: il campione numero uno era il migliore della nostra produzione, ma non era in grado di uccidere senza pietà. Era una specie di cavaliere bianco. Forte, veloce, agile, abilissimo con le armi e senza, impareggiabile nel corpo a corpo, ma incredibilmente stupido in situazioni come quella nella quale si trovava. Ecco perché gli avevamo messo alle calcagna quegli altri: dei veri assassini. Il campione numero uno svegliò il bersaglio, per intimargli di arrendersi alla legge ed alla giustizia. Lo invitò a mettersi in guardia, ed a scegliersi l'arma. Quale stupidità monumentale! Il semi-dio si riteneva un buono, quindi non liquidò subito l'intruso, ed anzi lo assecondò. Nel salone di quella antica magione, durante la notte, il campione quasi perfetto ed il semi-dio si scontrarono spada contro spada. Il semi-dio era più forte fisicamente, ma il campione schivava ogni suo colpo, e si avvicinava sempre più al bersaglio. Un altro difetto del nostro campione era di essere veramente leale. Più di una volta avrebbe potuto affondare la lama, con un colpo “sporco”, ma non lo fece. Infine il semi-dio impiegò una piccola frazione del suo potere letale per rallentare l'avversario. Il semi-dio rinunciò alla correttezza, perché in fondo si riteneva al di là del bene del male. Il campione quasi perfetto venne così ferito gravemente, ma il
semi-dio non lo uccise. Questa debolezza consentì ai killer, posizionati sul balcone, vestiti di un nero più nero della notte, di trafiggere il semi-dio con tre frecce avvelenate. Solo allora il nemico si rese conto di aver sprecato stupidamente un'occasione unica. Se non si fosse comportato come un cavaliere medievale, e non si fosse concentrato sulla singolar tenzone, non sarebbe stato colpito a morte. Ma non sarebbe morto da solo: emise allora una scarica di tale dirompenza, che la casa stessa collassò su se stessa. Il semi-dio uscì così teatralmente dalla vita e dalla storia, o almeno questa fu la versione ufficiale. Il campione numero uno diede prova della sua quasi perfezione, schivando l'invisibile raggio di morte diretto contro di lui. I tre killer non attesero certo la reazione del nemico, e planarono dal balcone appena scagliate le frecce. Il semi-dio manifestò un potere fino al allora non ancora manifestato: si rinchiuse in un bozzolo, che lo protesse dalle macerie, e gli consentì di non morire del tutto. Noi recuperammo tutti i campioni: tre killer sanguinari, ed un idealista. Il nostro addestramento non andò sprecato, e non ci bevemmo neppure le storie sulla morte e sulla successiva resurrezione del messia. Avremmo tenuto d'occhio il bozzolo, ma ormai non potevamo più contare sulla sorpresa assoluta: noi sapevamo di loro, ma loro sapevano di noi. I secoli diranno chi avrà tratto maggiore giovamento da quello scontro quasi mortale. La nostra confraternita aveva comunque confermato che un combattimento non si vince solo con i super-poteri. Vince sovente quello che attacca di sorpresa, e chi subisce l'attacco fa sempre la figura dello stupido. Non ci interessa contrapporre lanciatori di raggi letali a loro simili, come non ci interessano i combattimenti tra mostri super forti. Pestarsi a morte, abbattendo interi isolati, va bene per i fumetti. Noi della confraternita ci occupiamo di cose serie. Abbiamo sempre creduto nel fattore umano, con le sue potenzialità ed i suoi difetti. Il campione numero uno aveva molte potenzialità ed un difetto. Noi avevamo preventivato entrambi gli aspetti, ed eravamo corsi ai ripari prima che quel singolo difetto rovinasse il risultato acquisito. Inutile spiegarlo al campione numero uno: ha un sacco di doti marziali, ma a volte si comporta veramente da scemo.

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