La gigantesca astronave aliena comparve nei pressi di Plutone, uscendo dal sub spazio. La nave spaziale Cuore di Stella viaggiava ad un ventiquattresimo della velocità della luce, ed era diretta verso la Terra. Avrebbe intersecato l'orbita del terzo pianeta entro sei giorni. Nel sub spazio aveva superato velocità multiple di quella della luce; ora, al confronto, sembrava una lumaca. La cosa strana era che attraversasse il sistema stellare di Sol, dove notoriamente non sono presenti razze civilizzate. Qualcuno avrebbe potuto eccepire che viaggiare tra i pianeti ad un miliardo di chilometri al giorno fosse eccessivo. Ma da quelle parti non c'erano vigili addetti al traffico interplanetario, e forse il capitano della nave Cuore di Stella aveva fretta. O forse doveva fare una commissione dalle parti di Giove o di Saturno. Questo non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che Cuore di Stella rientrò nello spazio normale troppo vicino a Caronte, e Caronte ne risentì alquanto. Non sappiamo se il satellite di Plutone fosse abitato. Un po' di tempo fa, due o tre millenni, c'erano dei cristalli senzienti, che trovavano gradevole la temperatura prossima allo zero assoluto. Caronte venne sbalzato fuori dal sistema solare, ed ora veleggia verso Alfa Centauri; non abbiamo notizie dei cristalli senzienti. Tra duecentomila anni potrebbe entrare a far parte di quel sistema solare. Non che Cuore di Stella fosse entrata in collisione con Caronte. Il fatto è che la nave stellare era caratterizzata da una massa superiore a quella del satellite, e fu sufficiente passargli accanto di due o tre milioni di chilometri, per allontanarlo dal suo pianeta e dal sistema stellare di Sol. Per motivi imperscrutabili, la gigantesca (a dir poco) nave stellare puntò dritta verso la Terra. Una brutta notizia per quel simpatico pianeta, coperto per i tre quarti d'acqua. Cuore di Stella non intendeva di certo posarsi sulla Terra. Avrebbe ridotto in macerie qualsiasi continente, anche l'Asia. Per effetto della sua spaventosa energia, la macchina aliena incendiava il pulviscolo cosmico stesso. Vista dalla Terra, appena i terrestri ebbero modo di vederla, sembrava una meteora in fiamme, o meglio un piccolo sole. Il comandante di Cuore di Stella non intendeva collidere con pianeti o satelliti. Passava da quelle parti per motivi suoi, e non per nuocere alle specie inferiori. Sfortunatamente non si può condurre una tale macchina in un sistema stellare, alla velocità di un miliardo di chilometri al giorno, senza porre in agitazione i mondi stessi. Cuore di Stella evitò accuratamente i giganti Saturno e specialmente Giove. Così facendo, tutte le lune di quei due pianeti rimasero al loro posto, più o meno. Gli asteroidi tra Giove e Marte viceversa furono sballottati e trasformati in pericolosissime meteore, che colpirono Marte, Giove e tutte le lune nei paraggi. Quando Cuore di Stella attraversò la fascia degli asteroidi, aveva precedentemente recato un grosso danno agli anelli di Saturno. La gravità di Saturno impiegherà secoli a ripristinarli. Nei sei giorni, che trascorsero dalla materializzazione di Cuore di Stella nei pressi di Plutone, al suo contatto ravvicinato con la Terra, i terrestri fecero di tutto, ma non tutto quel che fecero è spiegabile con la logica. Stati Uniti e Russia avevano segretamente allestito un progetto contro le invasioni extraterrestri. Purtroppo un oggetto che viaggi ad un ventiquattresimo della velocità della luce era oltre le possibilità tecnologiche delle due sedicenti super-potenze. Non avrebbero avuto la capacità di intercettare la nave aliena a distanza di sicurezza dalla Terra, per il semplice fatto che Cuore di Stella viaggiava mille volte più veloce della più veloce navicella spaziale terrestre. Inoltre cosa avrebbero potuto usare per cercare di distruggerla? Un missile dei terrestri partì in effetti per una missione impossibile, ma il combustibile scarso e poco efficiente lo condusse solo nei pressi dell'orbita lunare. Quando Cuore di Stella giunse nei pressi della Luna, l'equipaggio del missile terrestre assistette impotente al suo incedere inarrestabile. Prima di quel momento, i terrestri erano decisamente impazziti. Nessuna forza di polizia riuscì ad evitare saccheggi, violenze di massa, ed altre manifestazioni di lesionismo verso gli altri e se stessi. Gli umani si accoppiarono selvaggiamente, come se avesse un senso trasmettere i nostri caratteri genetici ad un altro essere che farà la nostra stessa brutta fine. Cercavano di morire felici, ma non sempre funzionò. Pensavano che tanto si sarebbero estinti, e non sbagliarono di molto. Il comandante di Cuore di Stella era decisamente di fretta; altrimenti non avrebbe fatto fuori passando metà degli anelli di Saturno. Si avvide di trovarsi in rotta di collisione con quel mondo più blu che verde, che era la Terra, ma non ci fece caso fino a quando si trovò ad un secondo luce dalla Terra. Trecentomila chilometri sono tanti per un missile a combustione, ma sono pochissima cosa per una nave interstellare, anche quando viaggia a velocità contenuta. I terrestri ci misero tre giorni ad impazzire del tutto, perché si accorsero di Cuore di Stella solo quando ormai si trovava a tre miliardi di chilometri di distanza. Pensarono ad un sole impazzito, ma chi ha mai visto un sole che corra incontro ad un pianeta? Semmai può accadere che un pianeta precipiti verso la sua stella. In quel caso è la stella che rivendica la proprietà sul "suo" pianeta. Astrofisica o metafisica a parte, i terrestri in quei tre giorni ne fecero di cotte e di crude, dimostrandosi il peggior flagello planetario, o confermandosi come tali. Tutti gli animali del pianeta presero le distanze dagli umani, e cercarono qualche buco ove nascondersi. Quando Cuore di Stella giunse nei pressi dell'orbita lunare, la Luna non c'era: meglio per lei. L'emissione energetica del colosso dello spazio collassò di colpo tutti gli aggeggi elettromagnetici degli umani. Come se non bastasse, spostò l'asse di rotazione del simpatico pianeta blu, ed anche il polo nord magnetico se ne andò per conto suo. Nulla che non si possa riparare nei millenni. Prima che Cuore di Stella facesse visita alla Terra, il clima, già pazzo di suo, sfuggì ad ogni tentativo di definizione. Pioveva, nevicava, grandinava contemporaneamente ed ovunque. Poi giunsero tifoni, tornado, cicloni, terremoti, eruzioni e tsunami. La spinta gravitazione della colossale nave spaziale aveva indotto il pianeta a reagire come se avesse subito una pressione fisica di misura incalcolabile. Le masse continentali iniziarono a muoversi in maniera disastrosa, ma non fecero in tempo a mutare la faccia del pianeta, perché, in sei giorni dalla sua materializzazione nello spazio normale, Cuore di Stella era giunta praticamente a contatto con la Terra. A ventiquattro secondi dallo scontro cosmico, il tempo parve congelarsi, e gli esseri viventi ancora vivi di quell'emisfero volsero lo sguardo verso l'alto. Una luna più luminosa del sole illuminò ogni cosa, ad un secondo dalla distruzione totale. Poi il capitano di Cuore di Stella prese il comando della nave, e Cuore di Stella si tuffò nell'iperspazio, e scomparve dal cielo terrestre. Sulla scia della super astronave, giunsero però i venti cosmici ad altissima velocità ed energia, che azzerarono quasi completamente l'atmosfera di quell'emisfero. Dall'altra parte della Terra, accorsero venti di forza incommensurabile, che trasportarono montagne d'aria, e non solo, a tappare il colossale buco. Difficile calcolare le vittime umane; più facile contare i vivi. Nessun edificio più alto di due piani sopravvisse su tutto il pianeta. Gli oceani ressero bene ed anche qualche mare o lago di grosse dimensioni. Sopravvissero specialmente gli animali più piccoli: i topi, i serpenti, i ragni, i vermi e gli insetti striscianti. Il comandante di Cuore di Stella non intendeva disastrare quel piccolo pianeta, ma era soddisfatto di avere evitato una collisione che poteva danneggiare la sua nave. Per evitare altri guai con il pilota automatico, tornò nello spazio normale due virgola cinque miliardi di chilometri dalla Terra. Quindi era presumibilmente ancora intento nella sua ricerca entro il sistema di Sol. Non ci è dato sapere se poi sia riuscito nel suo intento. Gli astronauti della missione congiunta Russia-Stati Uniti si trovavano estremamente vicino a Cuore di Stella quando l'astronave, ad un secondo dalla distruzione estrema, entrò nell'iperspazio. La navicella terrestre pareva una pulce su un cane, ma era una pulce veramente piccola, su un cane enorme. Cuore di Stella coinvolse la navicella terrestre nel suo tuffo iperspaziale. I terrestri sarebbero morti in mille modi, se la nave non li avesse protetti con il suo quasi invincibile campo di forze. Dopo un tempo brevissimo oppure eterno, Cuore di Stella rientrò nello spazio convenzionale, due virgola cinque miliardi di chilometri di distanza. A questo punto, sganciò i terrestri nei pressi di Urano. Poi Cuore di Stella si allontanò. I terrestri scoprirono che la loro navicella disponeva di un residuo di combustibile; non avendo di meglio da fare, si avviarono alla volta della luna Oberon...
mercoledì 19 maggio 2010
FIGLI DEI FIORI_libro 1°_episodio 19
Correva l’anno duemilaottocento, o giù di lì. Avevamo dato massiccia applicazione alla tecnologia antigravitazionale, sollevando da terra le nostre città. Forse lo avevamo fatto per sentirci diversi e più furbi dei nostri predecessori, che erano asserviti ai cavi elettrici e telefonici, all’acqua corrente, al gas ed ai canali di scolo. Però ora dovevamo difenderci anche da attacchi provenienti dal basso. Gli attaccanti giunsero da un altro pianeta, e non ci aggredirono con astronavi e robot, ma in maniera più sottile. I nostri amici ed i nostri figli sembravano impazzire, e ci avversarono in nome di un nuovo ordine planetario. Ci aspettavamo che prima o poi gli extraterrestri uscissero allo scoperto, ma per il momento si accontentarono di suscitare dissidio e defezioni nelle nostre file. Fummo costretti a mettere sotto osservazione e detenzione un numero crescente di traditori, distogliendo risorse dalla difesa e dalla vivibilità cittadina. Non che i traditori fossero aggressivi; lo avremmo preferito, perché così avremo avuto una scusa per bastonarli. Invece no: questi scemotti ballavano e cantavano per tutto i tempo, e dipingevano anche i muri delle loro celle. I colori ed i pennelli glieli fornimmo noi, per tenerli occupati. Se fossimo stati attaccati in modo convenzionale, da nemici armati ed in uniforme, sarebbe stato più semplice rispondere al fuoco. Sparare a chi ti spara è un classico, come è un classico sparare per primi. Difendersi dagli attacchi dal basso presuppone collocare torrette in posizione anomala, come quelle ventrali dei bombardieri della seconda guerra mondiale. Anche allora i mitraglieri sedevano su scomodi seggiolini, ed impugnavano armi puntate verso il basso. Uno degli attuali mitraglieri era in turno da almeno sei ore (ed aveva un discreto mal di testa) quando vide risalire dal basso uno strano aggeggio metallico, che non pareva aver fretta di entrare in collisione con la città. Chiunque guidasse quella sfera, non cercava di ingannare i radar e gli altri sistemi di avvistamento, e non voleva fare il kamikaze. Giunto in prossimità della postazione del mitragliere, il velivolo rallentò, e rese visibile il pilota al suo interno. A questo punto accadde la cosa più fastidiosa che possa verificarsi in un conflitto: l’aggressore sorrise al mitragliere, che quasi subito perse ogni velleità nei suoi confronti. Monitorando ogni nostra postazione, ci accorgemmo dell’ennesimo verificarsi di quella anomalia bellica. Subito i nostri addetti alla sicurezza presero in consegna quella specie di figlio dei fiori, tutto sorrisi e canzoni, completamente rincoglionito. Uno dei nostri agenti cedette alla frustrazione, e mitragliò la sfera nemica, con tanto di pilota sorridente. In effetti, appena fu colpito dai proiettili traccianti, il pilota smise di sorridere. Mentre precipitava sulla terra, con la navetta in fiamme, si concesse finanche di gridare disperatamente. Noi osservatori traemmo grande soddisfazione, per quell’evento che aveva riportato la guerra sui binari a lei propri: sangue, frattaglie, morte e sofferenza. Il mitragliere rimbambito fu sottoposto ad accurate analisi, per individuare lo strumento adoperato dai nemici per squagliargli il cervello. Esclusa la trasmissione per contatto, rimanevano da considerare vettori attivabili a distanza ravvicinata, mediante interazione visiva. Forse un filtro oculare sarebbe stato in grado di ostacolare la diffusione di quello strano virus, che sembrava più informatico che biologico. Non volendo perdere altro tempo in sperimentazioni, adottammo una visiera con telecamera, per precludere ogni visione diretta. Ogni nostro militare, a partire da quelli in prima linea, avrebbe visto ciò che il computer elaborava e ricostruiva. Scoprimmo che le varie navette in avvicinamento non riuscivano più a suscitare proselitismo, ma in compenso le abbattemmo tutte. Ci rendemmo tuttavia conto che gli aggressori veri rimanevano nascosti, e che avrebbero volentieri mandato allo sbaraglio tutti gli umani fino ad allora ricondizionati. Come fare per fare uscire allo scoperto quei maledetti invasori? Siamo sempre stati una razza sanguinaria, per cui mai avremmo accettato uno stallo nel conflitto. Si presentò allora alla centrale bellica operativa un tale, che si disse in grado di perlustrare la mente del mitragliere graffitaro. Noi rudi militari di carriera diffidammo del nuovo venuto, perché da sempre la nostra casta crede solo negli squartamenti di taglio, punta ed esplosione. Avendo poco o nulla da perdere, ed anche grazie ad una telefonata proveniente dalle alte sfere, al sedicente telepate venne concesso di entrare nella cella dell’ex mitragliere. Dapprima il fricchettone cercò di farlo ballare e cantare; poi però la sua maschera iniziò ad incrinarsi. Sul suo volto si disegnò la paura, mentre gli occhi del nuovo venuto gli perlustravano il cervello e forse anche l’anima. Cosa vide esattamente il mago (così lo avevamo soprannominato, con il nostro umorismo da caserma) non ci fu riferito. Forse il mago ebbe pietà di noi, o forse non perse tempo con le nostre testacce dure di guerrieri. Ci trovammo calati in un contesto valido in tutte le fasi della storia umana: il mago ed il guerriero, alleati contro il male alieno. Il mago non sta a spiegare tutti i particolari, perché il guerriero ha fretta di bagnare la propria spada con il sangue nemico. Quel che conta è che ci diede da menar le mani, e da sparare ed uccidere: il nostro pane quotidiano. Gli extraterrestri non avevano considerato che tra noi ci fosse qualcuno in grado di trarre informazioni dalla loro infestazione cerebrale. Il mago manifestò questo potere, e ci disse anche dove trovare quegli stronzi di omini verdi. Tutti si offrirono volontari per quella missione di repulisti planetario, ma il mago, che ormai aveva assunto il comando delle operazioni, ne scelse solo alcuni: poi scomparve misteriosamente come era giunto. La squadra super-selezionata sarebbe stata guidata dal nostro super-soldato, fino ad allora mantenuto in stato di ibernazione. A dire il vero, nessuno di noi militari sapeva di aver un super-soldato ibernato: un’altra stranezza di quel maledetto stregone! Trovammo il muscoloso, colorato ed agilissimo soggetto in una sala di cui non avevamo alcuna conoscenza, come sa la città fosse stata costruita da altri. Si risvegliò subito, e subito passò in rivista le sue truppe; era scattante come se avesse dormito otto ore, e non per anni o secoli. Per farla breve, scoprimmo che gli extraterrestri in questione erano un piccolo contingente, e non erano neppure verdi. Forse non erano neppure stati inviati per conquistarci, ma solo per fare degli esperimenti su una razza che ritenevano poco più che scimmiesca. Poco più che scimmieschi noi? A differenza del mago, il super-soldato parlava poco ma menava molto. Mise subito sull’attenti la squadra speciale, picchiando a sangue il più grosso e gradasso del gruppo: un classico. Gli extraterrestri erano dei maledetti pacifisti, ecco perché tagliarono la corda, lasciandoci combattere contro i soliti robot. Avevano un’astronave, tutta dipinta di colori brillanti, e suonavano musica strana: maledetti drogati. I robot alieni ci impegnarono molto: spezzarono gambe e braccia a mezza squadra, e fu solo grazie al super-soldato se gli altri sopravvissero quasi indenni alla batosta. Quelli erano robot operai, ma lo scoprimmo solo dopo aver disinserito l’interruttore principale. Ovviamente non raccontammo alla nostra gente di essere stati pestati a sangue da robot progettati non specificamente per la guerra. La nostra narrazione si conclude con questa scena: il super-soldato alza lo sguardo al cielo, mentre l’astronave aliena si allontana. Lo sguardo del super-soldato è intenso, ed i suoi occhi sono blu. Con il senno del poi sospettammo di essere stati tenuti in scacco da una banda di marmocchi extraterrestri fumatori di spinelli, ma questo non lo troverete scritto su alcun libro di storia.
FASI DI SVILUPPO_libro 1°_episodio 18
Nella fase 1, le scimmie scesero dagli alberi, e si misero a correre dietro alle gazzelle, brandendo i femori degli antenati dissepolti o sepolti male. Le scimmie ex arboricole si rintanarono nelle caverne, o si scavarono tane nei fianchi delle colline. Raggiunte le gazzelle, una volta sì e tre no, le scimmie le divoravano crude. Nelle caverne la vita sociale era regolata dalla sopraffazione: già da allora!
Nella fase 2 dello sviluppo umano, le scimmie si avvicinarono con timore al fuoco appiccato da un fulmine, e capirono che, oltre che scottare, scaldava e cuoceva la carne. Le scimmie arboricole si sono sempre considerate carnivore, chissà come mai? Le scimmie inventarono il Dio del fulmine e della fiamma. Detta adorazione ha consentito loro di mantenere sempre acceso un fuoco, in un luogo riparato dal vento e dalla pioggia.
Nella fase 3, le scimmie persero quasi tutto il pelo, ma continuarono a correre dietro alle gazzelle, questa volta impugnando clave di legno, con una pietra fissata in cima. Le scimmie si cercarono una nuova casa, in mezzo a paludi, per sfuggire ai predatori. Le zanzare ringraziarono. Tenere acceso il fuoco sulle palafitte è pericoloso, per ovvi motivi. Nella lingua tutta grugniti delle post-scimmie venne adottato l’urlo corrispondente a “scappate che c’è un incendio”.
Nella fase 4, gli sciamani smisero di giocare con gli ossicini, si vestirono di nero, e pretesero sacrifici umani, per placare gli Dei. Gli sciamani divennero sacerdoti, maghi e stregoni, più che altro per evitare di pitturarsi la faccia tutte le mattine. Gli stregoni si costruirono torri di pietra, per custodire il fuoco ed osservare le stelle. Frattanto, pietre metallifere sottoposte a calore costante liberarono un singolare contenuto, che qualcuno notò. Osservazione, percussione e combinazione sancirono il passaggio dall’età della pietra e quella del metallo.
Nella fase 5, un singolo genio sezionò un tronco d’albero, con tagli particolarmente ravvicinati, inventando la ruota. In un secondo tempo il genio inventò anche il mozzo, l’assale, il carro, ma non le balestre! Il cavallo si era nel frattempo fatto comprare per una manciata di fieno. Quell’animale gregario barattò la libertà del branco con un recinto. Il passo successivo fu quello di aggiogare uno o più cavalli ad un carro. Anche i cani, animali gregari come i cavalli, si fecero comprare per qualche residuo alimentare, ma non fu mai possibile aggiogarli a qualcosa di più grande di una slitta.
Nella fase 6, i villaggi furono fortificati, mediante muri di pietra. Evidentemente l’età del metallo non aveva precluso l’uso della pietra. Nella nostra fase 6, costruimmo ruote sempre più grosse, e carri sempre più alti, larghi e capienti: però ci mancava la forza motrice adatta a smuoverli. Il legno, impiegato a fini bellici negli archi, permise l’adozione delle sospensioni a balestra tra assali e carro.
Nella fase 7, tutti provammo soverchio stupore di fronte alla potenza del vapore. Sapevamo giù preparare le tisane, ma fu il costruire caffettiere sempre più grosse suggerirci un uso differente del vapore. Avevamo così scovato la forza motrice necessaria a movimentare i nostri carri sempre più grossi e pesanti! Da quel momento, ci teniamo a distinguere il nostro sviluppo dal vostro. Noi optammo per la mobilità totale, voi per la staticità. Voi passavate il tempo ad organizzare eserciti, per scontrarvi rovinosamente nelle pianure. Noi preferimmo costruire case su ruote, propulse dal vapore. Mentre voi studiavate come ammazzare meglio il prossimo, noi superavamo problemi architettonici e meccanici, statici e dinamici.
Nella fase 8, provaste ad attaccare briga con noi, per carpire i segreti della nostra scienza applicata. Noi eravamo scienziati, ma anche guerrieri, per cui scopriste con dolore che le nostre città mobili erano fortificare ed armate. Sapendo che vi piacevano gli scontri tra eserciti, accettammo la sfida, e confrontammo i nostri giganteschi carri con le vostre truppe a cavallo. Secoli di guerra avevano insegnato come costituire falangi irte di lance e di scudi. Una falange è formidabile anche contro un attacco di cavalleria, ma noi non avevamo una cavalleria. I nostri carri erano già allora veramente colossali, con una moltitudine di ruote ferrate, sterzanti e motrici. In pianura scatenammo i nostri cavalli vapore e liberammo contro le vostre falangi i nostri carri da cento tonnellate! L’impatto fu disastroso, ma solo per le vostre truppe: le ruote dei nostri carri, alte tre metri penetrarono come burro nei vostri schieramenti, stritolando ogni resistenza. Proseguimmo perché siamo nomadi, ma anche perché non ci piace infierire sui più deboli.
Nella fase 9, adottammo per le nostre città una velocità pressoché costante, adeguata all’evoluzione costante delle dimensioni, della propulsione, dell’armamento e dell’approvvigionamento. Poi, mandando staffette in avanscoperta, predisponemmo una rotta di lungo periodo, che ci condusse in un continente più adatto al nostro divenire; l’Africa. Pensate ad una città su ruote che si muove lentamente attraverso la savana, raccogliendo tutta l’acqua piovana disponibile. In cambio, la città semovente scarica montagne di concime organico, che reca grande vantaggio all’ambiente. In pratica abbiamo capito che la cosa migliore che possiamo fare per la Natura è restituire quel che abbiamo mangiato.
Nella fase 2 dello sviluppo umano, le scimmie si avvicinarono con timore al fuoco appiccato da un fulmine, e capirono che, oltre che scottare, scaldava e cuoceva la carne. Le scimmie arboricole si sono sempre considerate carnivore, chissà come mai? Le scimmie inventarono il Dio del fulmine e della fiamma. Detta adorazione ha consentito loro di mantenere sempre acceso un fuoco, in un luogo riparato dal vento e dalla pioggia.
Nella fase 3, le scimmie persero quasi tutto il pelo, ma continuarono a correre dietro alle gazzelle, questa volta impugnando clave di legno, con una pietra fissata in cima. Le scimmie si cercarono una nuova casa, in mezzo a paludi, per sfuggire ai predatori. Le zanzare ringraziarono. Tenere acceso il fuoco sulle palafitte è pericoloso, per ovvi motivi. Nella lingua tutta grugniti delle post-scimmie venne adottato l’urlo corrispondente a “scappate che c’è un incendio”.
Nella fase 4, gli sciamani smisero di giocare con gli ossicini, si vestirono di nero, e pretesero sacrifici umani, per placare gli Dei. Gli sciamani divennero sacerdoti, maghi e stregoni, più che altro per evitare di pitturarsi la faccia tutte le mattine. Gli stregoni si costruirono torri di pietra, per custodire il fuoco ed osservare le stelle. Frattanto, pietre metallifere sottoposte a calore costante liberarono un singolare contenuto, che qualcuno notò. Osservazione, percussione e combinazione sancirono il passaggio dall’età della pietra e quella del metallo.
Nella fase 5, un singolo genio sezionò un tronco d’albero, con tagli particolarmente ravvicinati, inventando la ruota. In un secondo tempo il genio inventò anche il mozzo, l’assale, il carro, ma non le balestre! Il cavallo si era nel frattempo fatto comprare per una manciata di fieno. Quell’animale gregario barattò la libertà del branco con un recinto. Il passo successivo fu quello di aggiogare uno o più cavalli ad un carro. Anche i cani, animali gregari come i cavalli, si fecero comprare per qualche residuo alimentare, ma non fu mai possibile aggiogarli a qualcosa di più grande di una slitta.
Nella fase 6, i villaggi furono fortificati, mediante muri di pietra. Evidentemente l’età del metallo non aveva precluso l’uso della pietra. Nella nostra fase 6, costruimmo ruote sempre più grosse, e carri sempre più alti, larghi e capienti: però ci mancava la forza motrice adatta a smuoverli. Il legno, impiegato a fini bellici negli archi, permise l’adozione delle sospensioni a balestra tra assali e carro.
Nella fase 7, tutti provammo soverchio stupore di fronte alla potenza del vapore. Sapevamo giù preparare le tisane, ma fu il costruire caffettiere sempre più grosse suggerirci un uso differente del vapore. Avevamo così scovato la forza motrice necessaria a movimentare i nostri carri sempre più grossi e pesanti! Da quel momento, ci teniamo a distinguere il nostro sviluppo dal vostro. Noi optammo per la mobilità totale, voi per la staticità. Voi passavate il tempo ad organizzare eserciti, per scontrarvi rovinosamente nelle pianure. Noi preferimmo costruire case su ruote, propulse dal vapore. Mentre voi studiavate come ammazzare meglio il prossimo, noi superavamo problemi architettonici e meccanici, statici e dinamici.
Nella fase 8, provaste ad attaccare briga con noi, per carpire i segreti della nostra scienza applicata. Noi eravamo scienziati, ma anche guerrieri, per cui scopriste con dolore che le nostre città mobili erano fortificare ed armate. Sapendo che vi piacevano gli scontri tra eserciti, accettammo la sfida, e confrontammo i nostri giganteschi carri con le vostre truppe a cavallo. Secoli di guerra avevano insegnato come costituire falangi irte di lance e di scudi. Una falange è formidabile anche contro un attacco di cavalleria, ma noi non avevamo una cavalleria. I nostri carri erano già allora veramente colossali, con una moltitudine di ruote ferrate, sterzanti e motrici. In pianura scatenammo i nostri cavalli vapore e liberammo contro le vostre falangi i nostri carri da cento tonnellate! L’impatto fu disastroso, ma solo per le vostre truppe: le ruote dei nostri carri, alte tre metri penetrarono come burro nei vostri schieramenti, stritolando ogni resistenza. Proseguimmo perché siamo nomadi, ma anche perché non ci piace infierire sui più deboli.
Nella fase 9, adottammo per le nostre città una velocità pressoché costante, adeguata all’evoluzione costante delle dimensioni, della propulsione, dell’armamento e dell’approvvigionamento. Poi, mandando staffette in avanscoperta, predisponemmo una rotta di lungo periodo, che ci condusse in un continente più adatto al nostro divenire; l’Africa. Pensate ad una città su ruote che si muove lentamente attraverso la savana, raccogliendo tutta l’acqua piovana disponibile. In cambio, la città semovente scarica montagne di concime organico, che reca grande vantaggio all’ambiente. In pratica abbiamo capito che la cosa migliore che possiamo fare per la Natura è restituire quel che abbiamo mangiato.
DRAGG E LA SUA CACCA_libro 1°_episodio 17
Il piccolo mammifero peloso drizza le orecchie e fiuta l'aria. I suo sensi sono necessariamente affinati, volendo sopravvivere in un ambiente dove quasi tutti ti considerano alla stregua di una merendina. Quella specie di topo-castoro-scoiattolo si infila velocemente in una delle gallerie che ha scavato assieme alla sua tribù. I tocattoli, anche detti scototori, vivono in tribù molto disciplinate, dove tutti hanno un lavoro da svolgere, e dove tutti scavano di continuo nuove gallerie. Realizzano curve trappola, per bloccare i serpenti, che sono convinti che i piccoli mammiferi siano il loro pranzo: questione di punti di vista. I tocattoli ammassano in profondità provviste alimentari ingenti, ma non in un solo deposito. Gli astuti roditori sono iperattivi, nel cambiare la disposizione delle loro gallerie, bloccando quelle vecchie ed aprendone delle nuove. Prendono terra e sassi da una parte e spostano tutto dall'altra. Le femmine dei scototori allevano i piccoli allattandoli. Questa è un'innovazione in un mondo abitato da animali che depositano le uova. I figli allattati entrano subito a far parte del clan. I piccoli dei rettili scappano dai genitori per evitare di essere divorati. Il piccolo mammifero peloso che stava fiutando l'aria si chiama Fluff. Sta correndo a precipizio per le gallerie, avvertendo i suoi parenti ed amici dell'arrivo di una lucertolaccia del tuono. L'autonominato boss di quel tratto di prateria e di foresta si chiama Dragg, ed è alto quattro metri. Contando la coda enorme, è ben più lungo di quattro metri. Ma quello che lo contraddistingue è una enorme testaccia, con un numero sterminato di denti potentissimi. Le zampe anteriori sono molto più esili di quelle posteriori, ma, giacché il bestione pesa delle tonnellate, è tutto relativo. Dragg ha un caratteraccio, come tutte le lucertole del tuono. Mangerebbe chiunque, ma i piccoli mammiferi sono relativamente al sicuro: dovrebbe scavare parecchio, ed estrarli uno a uno. Non sarà un genio tra i sauri, ma Dragg preferisce prede più corpose. Il problema per i tocattoli è semmai che il bestione danneggi, con il suo peso, le gallerie superficiali. Così Fluff ed i suoi scappano in profondità e lontano dalla zona a rischio. Dragg è venuto lì per attaccare briga con qualcosa di grosso. Lui non ha problemi: più grossi sono, più c'è da mangiare. Dragg non ha istinti materni, paterni o gregari da soddisfare: lui ha solo fame, continuamente. Lo sfortunato bersaglio di Dragg è un dinosauro erbivoro, placido ma non completamente scemo. Allos, questo è il nome dell'erbivoro, vede arrivare Dragg, che non è certo discreto nei suoi agguati. Dragg è un attaccabrighe nato, che si tuffa nelle zuffe come se ne andasse della sua vita. In effetti Dragg ha un metabolismo talmente veloce che non potrebbe mangiare meno di quel che mangia. Produce talmente tanto sterco che torme di coleotteri giganti lo seguono adoranti. Probabilmente per loro Dragg è un Dio! Allos carica la lunghissima coda ed anticipa il primo balzo di Dragg. Si ode un rumoraccio di scaglie osseee che impattano ad alta velocità contro una pelle scagliosa e spessa. Dragg è stordito, e perde sangue dal naso. Sfortunatamente per Allos, a Dragg piace essere ferito. Non sa come funziona, ma, quando qualcuno o qualcosa lo colpisce, nel suo circolo sanguigno si liberano fiumi di adrenalina. Allos, che non è scemo, scappa a zampe levate verso il lago. A Dragg non piace combattere in acqua; non sa perché, ma qualcosa gli dice che sia meglio stare con i piedoni per terra. Allos è già immerso per metà del suo immenso corpaccione, lungo tre volte quello di Dragg. Allos, che è erbivoro ma non è bovino (nessuno ha mai visto un bovino, ma l’aggettivo è d’uso comune), non crede che la sua mole lo possa salvare dalle zanne di una lucertola del tuono. Si mette comodo nell’acqua, ed aspetta che Dragg se ne vada. Allos non disdegna i pesci, quindi non morirà certo di fame. Il lago dove si trova Allos è collegato al mare. A pochi chilometri dalla costa, incrociano gli squali: animalacci pisciformi, che hanno lo stesso carattere di Dragg. Allos non ci andrà di sicuro. La lucertola del tuono capisce di dover cambiare aria; forse in futuro questo pianeta sarà abitato da chiacchieroni, che sparleranno dell'intelligenza dei dinosauri, o forse no, ma i dinosauri non ci fanno caso. Dragg potrebbe provare frustrazione, ma i suoi schemi mentali sono semplici e funzionali; per cui gira il testone a destra ed a sinistra, e riparte all'attacco di una nuova preda. Dietro di lui, torme di coleotteri inseguono il loro Dio. Dietro i coleotteri arriva qualche sauro volante, che pasteggia con alcuni di loro: poveri martiri della fede. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il soffice Fluff e l'iracondo e terribile Dragg conducono le loro esistenze, cercando di mangiare e di non essere mangiati. Allos ha capito di dover stare sempre vicino all'acqua, e di dover colpire sempre per primo. Dragg se la cava meglio con altri più sfortunati sauri: erbivori più piccoli di Allos, meno svegli e meno portati a fare il bagnetto. Nulla cambia su quel pianeta. Nessuna meteorite giunge da oltre l'atmosfera. Fluff capisce che le teorie catastrofiche dello sciamano Dar-Winn non si avvereranno tanto presto. Forse mai. I piccoli mammiferi roditori non conquisteranno la terra, ma nel frattempo non è che stiano male. Ogni tanto lo sciamano Dar-Winn sogna di una evoluzione (così la chiama lui) del suo popolo. Immagina che i roditori perdano il pelo, ma crescano in dimensioni. Camminare eretti e parlare lo sanno già fare. Dopo avere fiutato gas di castagne, Dar-Winn stupisce tutti gli scototori con le sue immagini di un futuro lontano. Però la meteora non cade, e le lucertole del tuono continuano ad impazzare sul super-continente primordiale. Dragg ha sentito parlare di questa leggenda, ma deve occuparsi di cose serie: la sua fame. Anche i coleotteri hanno sentito parlare della leggenda, ma non hanno idea di cosa sia una meteora. Ogni tanto lo sciamano Dar-Winn esce dalla tana e scruta il cielo; poi torna dentro sconsolato. Alla fine si chiede se varrebbe poi la pena di diventare uomini; cosa saranno poi questi uomini? In fondo in questo mondo giurassico non si sta malaccio; mentre pensa ciò, Dar-Winn abbassa la testa, ed evita di perderla nelle fauci di un sauro volante. Costui, che ha sentito parlare della leggenda della meteora, si chiede come starebbe se al posto delle scaglie avesse penne e piume. Mentre torna ai suoi appartamenti, Dar-Winn riflette suoi stessi pensieri di prima: cosa vorrà mai dire “giurassico”?
DIVORATORE DI MONDI_libro 1°_episodio 16
Un Divoratore di Mondi si muove attraverso l'Universo, senza fretta. Del resto, dove potrebbero fuggire le sue vittime? Potrebbe muoversi seguendo una linea retta, o una linea curva, ma lo Spazio è molto più complicato di qualsiasi pianeta. Ha pertanto deciso di servirsi di un araldo, che scelga per lui quali pianeti annichilire, ed in quale sequenza. Per un Divoratore di Mondi, siamo tutti cibo, indipendentemente dalla nostra parvenza fisica e dalla nostra conoscenza, vera o presunta. Civiltà antichissime raggiungono livelli di tecnologia incomprensibili alla maggior parte degli esseri viventi, ma un Divoratore di Mondi è il predatore solitario, che detiene la forza assoluta, e nessuno può fermarlo. Tutti quelli che ne hanno sentito parlare, fortunati a trovarsi fuori dal suo campo d'azione, hanno cercato di immaginare il suo volto. Questo volerlo rendere umano, o anche solo concreto, nasce dalla necessità di considerarlo sì immensamente forte, ma non assolutamente invincibile. In realtà un Divoratore di Mondi non ha un volto, perché non ha un corpo, secondo l'accezione che noi attribuiamo al termine “corpo”. Lui, o Esso, non mangia muovendo le mascelle e stritolando la materia fisica tra i denti. Si nutre di quell'energia che pervade le cose viventi, ma non solo quelle. Dopo il suo passaggio, la vita non risorge più spontaneamente, e si rende necessario un apporto esterno per rivitalizzare quel globo devastato. Un Divoratore di Mondi utilizza le sue macchine per estrarre l'energia dai pianeti, ma certamente potrebbe farlo in altri modi. A che velocità si muove un Divoratore di Mondi? Dato il suo potere incommensurabile, potrebbe varcare distanze pressoché infinite in un batter d'occhio, ma pare aver deciso di procedere alla velocità giusta per giungere nei pressi di un nuovo mondo, quando avrà fame la prossima volta. Come un felino che adocchi e segua una gazzella dopo l'altra, senza cercare di spopolare in una sola giornata tutta l'immensa pianura che costituisce il suo territorio. Se hai a disposizione l'eternità, ti muovi necessariamente con calma. Lui oltre tutto è inarrestabile, come e più di un disastro cosmico, essendo senziente. Eppure il suo pensiero sarebbe incomprensibile agli Dei stessi; parrebbe elementare, ma una mente che esiste dall'inizio dell'Universo non può essere compresa da alcun mortale, e neppure dagli immortali legati alla materia. Forse non è corretto affermare che un Distruttore di Mondi viva, nel senso che noi attribuiamo a quel verbo. Mangia, ma nessuno mangia come lui, per fortuna. Per il resto, è assolutamente alieno; i suoi pensieri sono contemporaneamente semplicità e complessità assoluta. Sospettiamo infatti che non provi da tempo immemorabile alcuna emozione, o forse ci sbagliamo grossolanamente. Quando pensiamo a Lui come ad uno spietato assassino, non ci rendiamo conto che è per noi quello che noi siamo per gli animali che divoriamo. Un Distruttore di Mondi dispone dell'estrema giustificazione: è al vertice della catena alimentare cosmica: un concetto che azzera la presunzione delle razze che si credono padrone del Mondo. Cosa intenderanno per Mondo? Presumibilmente il loro piccolo planetoide periferico. Se Lui decidesse di passare da queste parti, dovremmo sperare che ci trovi troppo piccoli ed insignificanti. Come reagiremmo noi di fronte ad un mirtillo, che si trovasse su un cespuglio troppo discosto dal nostro sentiero. Se il suo araldo passasse da queste parti, e gli piacesse a Terra? Allora i nostri giorni sarebbero contati, e tutta la vita planetaria, che risale a miliardi di anni, si spegnerebbe senza poter opporre alcuna resistenza. Nessun Dio ci aiuterebbe, perché gli Dei sarebbero occupati a rifugiarsi sui loro piani d'esistenza d'origine, per sfuggire ad una catastrofe superiore ad ogni Apocalisse, Armageddon o Ragnarok. Se l'Estremo Distruttore venisse chiamato sulla Terra, percepiremmo una tenebra colossale in rapido avvicinamento, un senso di ineluttabilità totale, poi parteciperemmo nostro malgrado al corale e planetario grido di morte. Per Lui siamo come gli insetti ed i funghi; non li mangia, ma li prosciuga. Il solo punto debole del Distruttore di Mondi è il suo araldo, giacché si tratta di una forma di vita, cosa che il Distruttore non è. Una forma di vita potrebbe intenerirsi, prima o poi, di fronte a disastri di quelle proporzioni, e cercare di mediare nei confronti del suo padrone. Il Distruttore estremo ha dotato il suo araldo di poteri incommensurabili, che lo rendono quasi inarrivabile ai mortali ed in parte anche alle divinità meno eccelse. L'unica speranza per un pianeta come la Terra risiederebbe nella percezione della qualità della ecovite, da parte del suo araldo. Lui si aggira da moltissimo tempo nello Spazio, per guidare il suo padrone verso i mondi che deve divorare. L'araldo però di solito evita di studiare le forme di vita planetarie, come faremmo noi con un animale che avessimo deciso di mangiare: non vuole affezionarsi alle specie inferiori. Se il miracolo accadesse, e se l'araldo cercasse di fermare il padrone, adducendo motivazioni che definiremmo etiche, come reagirebbe il Divoratore di Mondi? Probabilmente non darebbe retta al suo araldo, che per lui è solo un'emissione d'energia e d'intenti. Il Divoratore materializzerebbe le sue macchine, e si appresterebbe a fare quel che fa dall'inizio di questo Universo: distruggere. Allora forse l'araldo proietterebbe contro il maestro tutto il suo grandioso potere. Eppure, per quanto questo potere sia grandioso, è poco più di nulla per un essere che esiste almeno dai tempi del Big Bang. Il supremo Distruttore non proverebbe alcuna emozione, nonostante il singolare tentativo di interruzione. L'araldo certamente sa di non poter impegnare il suo padrone in un combattimento, perché forse nessuna entità sarebbe in grado di farlo. Se proprio volesse riscattare le distruzioni planetarie da lui indirettamente causate, l'araldo dovrebbe cercare di dislocare il Distruttore estremo. Non potendolo distruggere, perché sarebbe impensabile, l'araldo dovrebbe sacrificare la sua stessa esistenza, per scatenare una dislocazione sufficientemente potente da deviare altrove quel fenomeno cosmico. Una grandiosa implosione segnalerebbe il successo dell'araldo, ed a noi terricoli parrebbe che il Distruttore fosse stato distrutto. La nostra ignoranza è la sola cosa di proporzioni cosmiche che ci concerne. Ora l'araldo galleggia nello Spazio, privo di coscienza, ma ancora dotato di un barlume di vita. Questo solo perché il suo padrone non è completamente privo di emozioni, e non voleva punirlo fino al punto di ucciderlo. Prima o poi l'araldo tornerà in vita, ma scoprirà che il suo padrone lo ha vincolato alla Terra, per la quale ha dato quasi tutto. Un Distruttore di Mondi è il predatore estremo, per il quale un pianeta vale l'altro: noi ci siamo salvati, per ora, ma un altro mondo cadrà al posto nostro.
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