mercoledì 19 maggio 2010
FIGLI DEI FIORI_libro 1°_episodio 19
Correva l’anno duemilaottocento, o giù di lì. Avevamo dato massiccia applicazione alla tecnologia antigravitazionale, sollevando da terra le nostre città. Forse lo avevamo fatto per sentirci diversi e più furbi dei nostri predecessori, che erano asserviti ai cavi elettrici e telefonici, all’acqua corrente, al gas ed ai canali di scolo. Però ora dovevamo difenderci anche da attacchi provenienti dal basso. Gli attaccanti giunsero da un altro pianeta, e non ci aggredirono con astronavi e robot, ma in maniera più sottile. I nostri amici ed i nostri figli sembravano impazzire, e ci avversarono in nome di un nuovo ordine planetario. Ci aspettavamo che prima o poi gli extraterrestri uscissero allo scoperto, ma per il momento si accontentarono di suscitare dissidio e defezioni nelle nostre file. Fummo costretti a mettere sotto osservazione e detenzione un numero crescente di traditori, distogliendo risorse dalla difesa e dalla vivibilità cittadina. Non che i traditori fossero aggressivi; lo avremmo preferito, perché così avremo avuto una scusa per bastonarli. Invece no: questi scemotti ballavano e cantavano per tutto i tempo, e dipingevano anche i muri delle loro celle. I colori ed i pennelli glieli fornimmo noi, per tenerli occupati. Se fossimo stati attaccati in modo convenzionale, da nemici armati ed in uniforme, sarebbe stato più semplice rispondere al fuoco. Sparare a chi ti spara è un classico, come è un classico sparare per primi. Difendersi dagli attacchi dal basso presuppone collocare torrette in posizione anomala, come quelle ventrali dei bombardieri della seconda guerra mondiale. Anche allora i mitraglieri sedevano su scomodi seggiolini, ed impugnavano armi puntate verso il basso. Uno degli attuali mitraglieri era in turno da almeno sei ore (ed aveva un discreto mal di testa) quando vide risalire dal basso uno strano aggeggio metallico, che non pareva aver fretta di entrare in collisione con la città. Chiunque guidasse quella sfera, non cercava di ingannare i radar e gli altri sistemi di avvistamento, e non voleva fare il kamikaze. Giunto in prossimità della postazione del mitragliere, il velivolo rallentò, e rese visibile il pilota al suo interno. A questo punto accadde la cosa più fastidiosa che possa verificarsi in un conflitto: l’aggressore sorrise al mitragliere, che quasi subito perse ogni velleità nei suoi confronti. Monitorando ogni nostra postazione, ci accorgemmo dell’ennesimo verificarsi di quella anomalia bellica. Subito i nostri addetti alla sicurezza presero in consegna quella specie di figlio dei fiori, tutto sorrisi e canzoni, completamente rincoglionito. Uno dei nostri agenti cedette alla frustrazione, e mitragliò la sfera nemica, con tanto di pilota sorridente. In effetti, appena fu colpito dai proiettili traccianti, il pilota smise di sorridere. Mentre precipitava sulla terra, con la navetta in fiamme, si concesse finanche di gridare disperatamente. Noi osservatori traemmo grande soddisfazione, per quell’evento che aveva riportato la guerra sui binari a lei propri: sangue, frattaglie, morte e sofferenza. Il mitragliere rimbambito fu sottoposto ad accurate analisi, per individuare lo strumento adoperato dai nemici per squagliargli il cervello. Esclusa la trasmissione per contatto, rimanevano da considerare vettori attivabili a distanza ravvicinata, mediante interazione visiva. Forse un filtro oculare sarebbe stato in grado di ostacolare la diffusione di quello strano virus, che sembrava più informatico che biologico. Non volendo perdere altro tempo in sperimentazioni, adottammo una visiera con telecamera, per precludere ogni visione diretta. Ogni nostro militare, a partire da quelli in prima linea, avrebbe visto ciò che il computer elaborava e ricostruiva. Scoprimmo che le varie navette in avvicinamento non riuscivano più a suscitare proselitismo, ma in compenso le abbattemmo tutte. Ci rendemmo tuttavia conto che gli aggressori veri rimanevano nascosti, e che avrebbero volentieri mandato allo sbaraglio tutti gli umani fino ad allora ricondizionati. Come fare per fare uscire allo scoperto quei maledetti invasori? Siamo sempre stati una razza sanguinaria, per cui mai avremmo accettato uno stallo nel conflitto. Si presentò allora alla centrale bellica operativa un tale, che si disse in grado di perlustrare la mente del mitragliere graffitaro. Noi rudi militari di carriera diffidammo del nuovo venuto, perché da sempre la nostra casta crede solo negli squartamenti di taglio, punta ed esplosione. Avendo poco o nulla da perdere, ed anche grazie ad una telefonata proveniente dalle alte sfere, al sedicente telepate venne concesso di entrare nella cella dell’ex mitragliere. Dapprima il fricchettone cercò di farlo ballare e cantare; poi però la sua maschera iniziò ad incrinarsi. Sul suo volto si disegnò la paura, mentre gli occhi del nuovo venuto gli perlustravano il cervello e forse anche l’anima. Cosa vide esattamente il mago (così lo avevamo soprannominato, con il nostro umorismo da caserma) non ci fu riferito. Forse il mago ebbe pietà di noi, o forse non perse tempo con le nostre testacce dure di guerrieri. Ci trovammo calati in un contesto valido in tutte le fasi della storia umana: il mago ed il guerriero, alleati contro il male alieno. Il mago non sta a spiegare tutti i particolari, perché il guerriero ha fretta di bagnare la propria spada con il sangue nemico. Quel che conta è che ci diede da menar le mani, e da sparare ed uccidere: il nostro pane quotidiano. Gli extraterrestri non avevano considerato che tra noi ci fosse qualcuno in grado di trarre informazioni dalla loro infestazione cerebrale. Il mago manifestò questo potere, e ci disse anche dove trovare quegli stronzi di omini verdi. Tutti si offrirono volontari per quella missione di repulisti planetario, ma il mago, che ormai aveva assunto il comando delle operazioni, ne scelse solo alcuni: poi scomparve misteriosamente come era giunto. La squadra super-selezionata sarebbe stata guidata dal nostro super-soldato, fino ad allora mantenuto in stato di ibernazione. A dire il vero, nessuno di noi militari sapeva di aver un super-soldato ibernato: un’altra stranezza di quel maledetto stregone! Trovammo il muscoloso, colorato ed agilissimo soggetto in una sala di cui non avevamo alcuna conoscenza, come sa la città fosse stata costruita da altri. Si risvegliò subito, e subito passò in rivista le sue truppe; era scattante come se avesse dormito otto ore, e non per anni o secoli. Per farla breve, scoprimmo che gli extraterrestri in questione erano un piccolo contingente, e non erano neppure verdi. Forse non erano neppure stati inviati per conquistarci, ma solo per fare degli esperimenti su una razza che ritenevano poco più che scimmiesca. Poco più che scimmieschi noi? A differenza del mago, il super-soldato parlava poco ma menava molto. Mise subito sull’attenti la squadra speciale, picchiando a sangue il più grosso e gradasso del gruppo: un classico. Gli extraterrestri erano dei maledetti pacifisti, ecco perché tagliarono la corda, lasciandoci combattere contro i soliti robot. Avevano un’astronave, tutta dipinta di colori brillanti, e suonavano musica strana: maledetti drogati. I robot alieni ci impegnarono molto: spezzarono gambe e braccia a mezza squadra, e fu solo grazie al super-soldato se gli altri sopravvissero quasi indenni alla batosta. Quelli erano robot operai, ma lo scoprimmo solo dopo aver disinserito l’interruttore principale. Ovviamente non raccontammo alla nostra gente di essere stati pestati a sangue da robot progettati non specificamente per la guerra. La nostra narrazione si conclude con questa scena: il super-soldato alza lo sguardo al cielo, mentre l’astronave aliena si allontana. Lo sguardo del super-soldato è intenso, ed i suoi occhi sono blu. Con il senno del poi sospettammo di essere stati tenuti in scacco da una banda di marmocchi extraterrestri fumatori di spinelli, ma questo non lo troverete scritto su alcun libro di storia.
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