giovedì 31 dicembre 2009
DAL PUNTO DI VISTA DEL VAMPIRO_libro 1°_episodio 15
Mi trovo in una bara, con un paletto di frassino infilato nel cuore; ma non sono morto, e cerco di convincere il mio corpo a guarire. Dieci giorni fa, poco prima del tramonto, sono venuti a trovarmi alcuni ospiti non invitati, ed hanno pensato bene di impalarmi. Non che io avessi fatto loro qualcosa, o che fosse in corso una faida tra noi. Diciamo che sapevano che lì avrebbero trovato un vampiro, e quel vampiro ero io. Quando mi aggredirono, la mia percezione delle cose era particolarmente assopita: come portare degli occhiali da sole che impediscano di distinguere le tonalità di grigio. Una grossa fregatura, giacché nella vita incontriamo continuamente cose di colore grigio, ammesso che sia un colore. Questi giovinastri sono entrati nella vecchia casa semi-abbandonata, sono scesi in cantina, hanno aperto la mia bara, e mi hanno infilato il paletto di frassino nel cuore. Non vi dico che male! Meno male che chi li ha mandati ad impalarmi non ha suggerito loro di tagliarmi la testa. Quella sera, avevo un certo numero di appuntamenti, e li ho dovuti necessariamente disdire: vorrei vedere voi andare in giro per i tetti, con un paletto che fuoriesce dal petto! Sono dieci giorni che non mi nutro, e non è facile guarire in queste condizioni, ma poco alla volta sono riuscito a bloccare la fuoriuscita del mio sangue. Addirittura sono riuscito a convincerlo a tornare dentro: scherzetti da vampiro. Poco alla volta sto spingendo fuori il maledetto legno, e tra poco forse riuscirò a fare ripartire il cuore. Cosa dire di quei cretini che mi hanno quasi ammazzato? Non posso certo rivolgermi alla polizia, turno di notte, e raccontare che poco prima stavo in una bara, con un paletto di frassino che mi spuntava dal torace. Dovrei spiegare al genio in uniforme di turno che noi vampiri non siamo proprio vivi, ma neppure proprio morti. Quello capirebbe poco o niente, e magari mi multerebbe per occupazione abusiva di proprietà privata. Prima di diventare quello che sono, ero un incolore ricercatore universitario: un innocuo passacarte, tutto casa e lavoro, amante dei luoghi polverosi e silenziosi. In effetti, ora che ci penso, forse ero portato per fare il vampiro. Non per succhiare il sangue, che mi fa ancora un po’ schifo, quanto per la frequentazione di posti che assomigliano alle cripte. Una notte, che avevo fatto tardi in ufficio, sono stato aggredito da uno che classificai sul momento come “il solito drogato”. Quel “drogato”, futuro compagno di sventura, era invece un povero vampiro, che cercava di sopravvivere. Forse noi non viviamo, nel vero senso del termine, ma, se non vi disturba troppo, vorremmo provare a sopravvivere. Il vampiro è di solito più forte di un umano normale; sicuramente il vampiro deve essere più aggressivo, se vuole succhiare il sangue altrui. Quello che mi aggredì quella notte mi buttò facilmente a terra, e mi infilò le zanne nel collo. Da quel momento in avanti persi conoscenza, perché noi vampiri, prima di suggere il sangue, iniettiamo un narcotico nel circolo ematico delle nostre vittime. Non siamo così cattivi come ci dipingono i film ed i libri. Non siamo tutti dei Dracula fortissimi, che saltano, volano, diventano pipistrelli e lupi. Forse, con il passar dei secoli, certi poteri si possono acquisire, o forse no. Il problema è di arrivarci al passar dei secoli. Siamo cittadini di serie B, ed il codice penale non contempla l’omicidio di un vampiro tra i reati punibili con la detenzione. Per l’anagrafe siamo morti, e non possiamo neppure attivare un’utenza della luce elettrica. Ecco perché dormiamo quasi tutti negli scantinati abbandonati, dentro casse di legno, assieme a topo e scarafaggi. Quella è la nostra sola intimità, e vorremmo evitare che certa gente, per passare la serata, prendesse l’abitudine di venirci ad infilare punteruoli nel cuore. Non moriamo facilmente, ma vi assicuro che fa un davvero male. Ecco, finalmente sono riuscito ad espellere quel maledetto legno! Ora il cuore riprende a funzionare, il sangue circola e chiude le ferite. Posso finalmente muovere braccia e gambe, e mi viene voglia di andare a prendere a calci in culo quei cretini che mi hanno fatto questo. Ma la prima urgenza è quella di mangiare, o meglio di bere. Non riesco a saltare fuori dalla bara, e l’età non c’entra; il problema è che ho perso tono muscolare, e le giunture sono rigide. Il vampiro è sempre splendido quando attacca nel buio, sfruttando la sua visione notturna. Il vampiro dà il meglio di sé quando stira la vittima al primo colpo, come un falco su un piccione. Il vampiro poco esperto invece attacca briga nel mucchio, e quasi mai riesce ad infilare le sue zanne nel collo della vittima predestinata. Il gruppo tende a reagire agli attacchi, specie a quelli provenienti da un solo soggetto. Adesso, che non sono al massimo della forma fisica, dovrò cercarmi una vittima isolata, possibilmente donna, sperando che non sia armata. Mi dissimulo nelle ombre, e mi aggiro cautamente per le strade quasi vuote. Meno male che domani è un giorno lavorativo, così quasi tutti a quest’ora sono tornati a casa, a dormire. Non posso percorrere chilometri, quindi quella prostituta che vedo davanti a me dovrà servire allo scopo. Mi avvicino, ed il mio incedere la inganna sulla natura dei miei intenti. La mia fame è tale, che non posso permettermi disquisizioni di alcun tipo: se meriti o meno di essere assalita da una creatura della notte. Ironia della sorte: lei stessa si crede una creatura della notte e della trasgressione. Pensando di avere a che fare con il solito drogato, mi guarda circospetta. Essendo lì per lavorare, la prostituta mi presenta il tariffario. Io accetto il trattamento standard, pregustando quello che le farò tra poco. Ci allontaniamo dal bordo strada, e lei mi conduce verso un materasso che ha collocato tra gli alberi. Il momento è giunto: con un unico movimento fluido, la mordo sul collo, affondando le mie zanne retrattili e cave. Il narcotico che le inoculo blocca sul nascere ogni sua velleità; inizia a sognare elefanti rosa, come se avesse sniffato chissà quale porcheria. Corro il rischio di bere sangue drogato, per cui mi limito ad una dose minima. Non male! La prostituta è una ragazza dell’est, giovane e robusta, apparentemente sana, e non diventerà una vampira. Questa notte ha rischiato di lasciarci le penne, e, se riprendessi la trasfusione, la trasformerei di sicuro. Forse mi sto intenerendo coll’età, ma sento nei suoi confronti una qualche solidarietà, perché entrambi forse non stiamo vivendo la vita che avevamo progettato. La lascio adagiata sul materasso; i suoi occhi sono spalancati, ma non vedono. Le impartisco il comando post-ipnotico di dimenticare; lei che può farlo. Forse, quando mi sarò ripreso, darò la caccia ai cretini che mi avevano impalato, ma prima devo continuare a nutrirmi. Cercarli uno ad uno richiederebbe un bel lavoro, con risultato incerto. Ecco cosa farò: predisporrò un agguato nel mio scantinato. Monterò degli allarmi, che mi avvisino dell’avvicinarsi di intrusi. Noi vampiri siamo in grado di svegliarci anche durante il giorno, purché non ci colpisca la luce solare diretta. Non siamo al massimo della forma, ma se quei cretini torneranno (o altri come loro) li attenderò con arco e frecce. Poi vedremo chi sarà quello che infila il legno nel petto altrui! Vedremo se saranno in grado di strapparsi una freccia dal cuore, in dieci giorni o in dieci anni. Non credo proprio.
COMBATTIMENTO CON IL GOBLIN_libro 1°_episodio 14
Mi trovo a scambiare colpo su colpo con un goblin alto un metro e trenta, armato di un'ascia di bronzo. Dove diavolo avrà trovato un'ascia in bronzo? Il suo aggeggio rimbalza contro l'acciaio della mia lama, ma lui imperterrito viene avanti e picchia come un fabbro. Il goblin si direbbe un giovane avversario, e mi viene in mente che, se riuscirà a non farsi ammazzare, potrei usarlo per portare a pisciare il cane, ma prima dovrei procurarmi un cane. Chi diavolo me lo ha mandato contro questo goblin di un metro e trenta? Chi poteva pensare che la sua ascia di bronzo potesse combinare qualcosa contro questa spada cinese a doppio taglio? La sua ascia perde il filo, ma lui continua a colpire. Non cerca di ferire me, ma di rompere la spada. Gli mostro alcune volte un affondo alle gambe, ma lui attacca come un guerriero gaelico ubriaco. Ora che ci penso, all'entrata di questa caverna c'era una strega bionda. Che sia stata lei a spedirmi contro il goblin? Forse è un suo servitore, che cerca rogne, mentre lei è distratta da un aggeggio a bassa tecnologia. Quando sono entrato nella caverna, la strega bionda stava smanettando con quel telefonino della mutua; probabilmente sarà ancora lì a smanettare, come se dovesse trasmettere qualche astrusa formula matematica. Ogni tanto il goblin controlla la lama dell'ascia, che è sempre più danneggiata. Ma a lui cosa interessa? Di certo non è sua. La mia spada invece non fa una piega: quei cinesi hanno impiegato un acciaio niente male. Contemporaneamente allo scontro tra spada ed ascia, ne avviene uno su una scacchiera virtuale. Mentre il clangore del metallo satura la caverna, muoviamo le nostre pedine, facendoci innanzitutto mangiare gli stupidi pedoni. Le pedine bianche avanzano, minacciando sia il re nero che la regina nera, che si salvano in extremis. Chiunque abbia le pedine nere è distratto dal combattimento. Infine l'errore più pacchiano: un cavallo bianco si avvicina indisturbato al re nero, e lo mangia. Forse ero io quello che giocava con le pedine nere. Poco male. Ora mi toccherà bastonare il goblin, per evitare di pagare pegno. Potrei dargli una sprangata sulla testa, o potrei ammazzarlo di punta. Lui non ha ancora imparato a parare, e così si becca una spadata, indirizzata all'ascia, su una mano. Non sanguina, perché i goblin hanno la pellaccia dura, quasi come quella dei coccodrilli. Si mette viceversa a starnazzare come un'anatra, ed a saltare come una cavalletta. Approfitto della sua apertura per puntargli la spada alla pancina, e per fargliene assaggiare qualche centimetro. Il goblin capisce la lezione e si calma. Ormai domato, lo conduco con me, alla ricerca della strega bionda, che probabilmente sarà ancora lì a giocare con quel telefonino del piffero. Nel tempo trascorso da quando sono entrato nella caverna, avrei potuto terminare il goblin, ma quella foca pensa alle banane, e telefona! Dato che il nostro combattimento è durato tre ore, e dentro la caverna sudavo come un porco, mi risciacquo sotto una cascata gelida. Poi assieme al goblin congegniamo un test d'attenzione, diretto alla strega bionda. Lui esce dalla caverna con la mia spada apparentemente infilata nelle budella, urlando e simulando un dolore adeguato. Lei è ancora lì che telefona, e non fa una piega. Più che una strega, sembra la statua di una telefonista. Anche il goblin, che la conosce meglio di me, è sconcertato: cosa diavolo starà comunicando quella donna, e a chi? Usa un telefono che consente di comporre sms con un solo dito; ecco perché ci mette una vita a scrivere due menate. Riprendiamo a combattere, giusto per sgranchirci, ma questa volta usiamo nunchaku e tonfa, ma il goblin se li tira sulla testa: è molto più bravo coll'ascia. Alla fine la strega torna tra di noi, come e fosse stata via solo mezz'ora: strana creatura! Ripensando ai fatti appena accaduti, mi chiedo chi diavolo sia stato il goblin in una vita precedente? Mi ricordo che parecchie centinaia di anni or sono, il mio ordine guerriero si aggirava nella Britannia successiva alla partenza dei romani. Allora, in un villaggio di canne e fango, incontrammo la popolazione locale. Con uno di loro iniziai una partita a scacchi, che venne interrotta dalla battaglia. Noi e loro, noi armati e coperti d'acciaio, e loro con armi di fortuna in pietra, osso e bronzo, combattemmo contro i semi-mitici goblin delle colline. Li sconfiggemmo dopo una lotta estenuante, ma quasi nessuno dei valorosi selvaggi sopravvisse ai graffi ed ai morsi dei goblin. Non sopravvisse neppure il giovane con il quale avevo iniziato a giocare quella partita a scacchi. Ora mi è finalmente chiaro che millecinquecento anni dopo ci siamo ritrovati, ed abbiamo concluso la partita. Evidentemente la maledizione dei goblin lo ha reincarnato in uno di loro. Poteva andare peggio! Meglio non ricordargli il suo passato umano. Come goblin non è male, ma prima era proprio un selvaggio! E la strega bionda? Da come la guarda il goblin sarà meglio che gli dia da mangiare in fretta, prima che lui si serva da solo, a partire dalle parti più carnose.
mercoledì 30 dicembre 2009
COLUI CHE DISPENSA LA VITA E LA MORTE_libro 1°_episodio 13
Una ragazza abbastanza carina, ma anche parecchio stupida. Così stupida da ritenere di poter disquisire sulla vita e sulla morte. Tanto cretina da assumere sonniferi in misura eccessiva. Una stupida forma di vita che prova a somministrarsi la morte, o forse vorrebbe più che altro suscitare attenzione e pena estrema. Potrebbe risvegliarsi o no; l’ordine delle cose non verrebbe turbato in alcun modo dalla sua dipartita prematura. Eppure percepisco un’infinitesimale eccezione alla regola: una piccola scintilla nell’oscurità; ecco perché la seguo nel tunnel nel quale viene brutalmente aspirata. Quell’anima in pena continua a provare la disperazione che provava in vita; non che sia morta, non ancora. I tunnel che attraversa sono nebbiosi, non luminosi; non galleggia, ma arranca in salita. Nonostante non abbia più corpo, si ferisce di continuo, con le pietre e con le spine. La disperazione attraversa la consapevolezza obnubilata della sciocca ragazza. Non è contenta di essersi ammazzata, ma non vorrebbe neppure tornare in vita. Come mai questi umani non capiscono di dover condurre al meglio i corpi a loro affidati? Perché si illudono di essere delle anime con la “A” maiuscola? Come mai gli sciocchi mammiferi credono di essere veramente figli di Dio? Maledette scimmie! Dovrebbero accontentarsi di esistere, e di produrre meno danni al pianeta sul quale per ora vivono. Il Dio che si è detto unico non ha forse proibito il suicidio? Mi rendo conto altresì di quante eccezioni siano state concepite per aggirare questo ostacolo. Ma la ragazza non è una kamikaze; si è avvelenata dopo una crisi amorosa: la stupidità fatta persona. Ora devo però capire per quale motivo mi stia inducendo a perdere tempo con quello sciocco agglomerato di cellule in disfacimento. Tra poco il suo giovane corpo
non ispirerà alcun amante, ma solo torme di mosche e vermi. Oppure avverrà un miracolo, nel quale giocherò un ruolo preciso. Attraversando sterpaglia insidiosa, la ragazza cerca di evitare il morso di bianchi serpenti, ed i sogghigni di teschi sospesi in aria. Non comprende come mai da morta il dolore non l’abbia abbandonata; la scemotta aveva sentito dire che la morte sia un non stato. Evidentemente non era mai morta prima, o non se ne ricordava; altrimenti ci avrebbe pensato due volte prima di mangiarsi una ventina di piccole decisamente tossiche. Giunta in cima alla collina, la ragazza si rende conto dello stato di annichilimento del suo simulacro, che riflette quello del suo corpo fisico. Non è facile procedere tra mille ostacoli con gambe sempre più sottili e con la pelle ed i muscoli che cadono a pezzi. Questa morte non è proprio come la si dipinge; solo che questa non è ancora la vera morte. Una figura incappucciata l’attende in cima alla collina selvaggia; il vento soffia ed i lampi della tempesta si avvicinano. I tuoni sono su di lei, e subito cade la pioggia più fredda che le sia mai capitato di sentire. Disperata, ma convinta di dover procedere, la ragazza giunge alle spalle della figura incappucciata. Paura, disperazione, dolore, confusione, freddo si mescolano in un tutt’uno inestricabile e pressoché inimmaginabile. Infine l’incappucciato si volge verso la sua vittima, o forse è un’ospite attesa? La figura oscura sembra crescere a dismisura, mentre tutto il resto scompare nelle pieghe del suo manto. Colui che dispensa la Vita e la Morte rende visibili i suoi occhi, che emergono come stelle oscure dal buio estremo del cappuccio. Colui che dispensa la Vita e la Morte la guarda e la giudica, per un tempo che appare brevissimo ma anche interminabile. Io assisto a tutto ciò, perché mi è consentito farlo. La frazione del principio cosmico che si erge di fronte ed intorno a noi è immensa, ma nello stesso tempo è infinitesimale rispetto alla Fonte stessa. La ragazza forse ora comprende che la morte non è un sonno senza fine, ma potrebbe essere troppo tardi. Il tempo pare privo di ogni consistenza, mentre attendiamo che le galassie ruotino su sé stesse. Gli occhi dell’entità trasmettono alla ragazza un allarme estremo. Un distacco totale da tutto ciò che è conoscibile alle cose di carne ed ossa. Lo sguardo di quegli occhi più antichi della vita sulla Terra è privo di ogni calore, mentre la scruta nei recessi che lei ignorava di avere. La scansione termina subito, o dura millenni; poi l’Entità solleva una mano che pare riempire metà di quel cielo oscuro. Un solo gesto ed io comprendo il motivo della mia presenza in tale contesto. Un solo gesto ed io e la ragazza scompariamo dalla dimensione di Colui che dispensa la Vita e la Morte. Sulla Terra, i medici non hanno cessato di provare a rianimare quel povero corpo avvelenato. Ora il corpo decide di provvedere da solo, ed espelle quanto lo stava uccidendo; non starò a spiegare i particolari di detta espulsione. Quando quei due occhietti sciocchi si riaprono sul mondo, sono meno sciocchi di qualche ora prima, quando la cretina aveva deciso di farla finita. Seguono giorni di lento recupero, durante i quali il corpo parla alla stupida mente della ragazza, e la educa sulla vita e sulla morte. Io passo sovente a visitarla ed a parlarle, a tutte le ore del giorno e della notte, e lei mi è grata. Prova grande soddisfazione nel poter essere grata a qualcuno di qualcosa. Racconterà di me come di una presenza tenue ma concreta, ma nessuno le crederà. Quando sarà dimessa, riferirà e ringrazierà di quel nuovo servizio attivato dal reparto di terapia intensiva. I medici e gli infermieri però la guarderanno in un modo strano, giacché nessuno di loro ricorderà di avermi mai visto. Lei non saprà peraltro per quale motivo sia stata salvata. Non sarò io a dirle che attraverso il suo genoma sarà trasmesso un carattere specifico ed unico, che si affermerà in un suo discendente tra centinaia o forse migliaia di anni. Anch’io ho appreso una lezione: solo una consapevolezza veramente cosmica, come Colui che dispensa la Vita e la Morte, poteva cogliere tale potenzialità in un essere apparentemente insignificante e stupidamente autolesionista.
non ispirerà alcun amante, ma solo torme di mosche e vermi. Oppure avverrà un miracolo, nel quale giocherò un ruolo preciso. Attraversando sterpaglia insidiosa, la ragazza cerca di evitare il morso di bianchi serpenti, ed i sogghigni di teschi sospesi in aria. Non comprende come mai da morta il dolore non l’abbia abbandonata; la scemotta aveva sentito dire che la morte sia un non stato. Evidentemente non era mai morta prima, o non se ne ricordava; altrimenti ci avrebbe pensato due volte prima di mangiarsi una ventina di piccole decisamente tossiche. Giunta in cima alla collina, la ragazza si rende conto dello stato di annichilimento del suo simulacro, che riflette quello del suo corpo fisico. Non è facile procedere tra mille ostacoli con gambe sempre più sottili e con la pelle ed i muscoli che cadono a pezzi. Questa morte non è proprio come la si dipinge; solo che questa non è ancora la vera morte. Una figura incappucciata l’attende in cima alla collina selvaggia; il vento soffia ed i lampi della tempesta si avvicinano. I tuoni sono su di lei, e subito cade la pioggia più fredda che le sia mai capitato di sentire. Disperata, ma convinta di dover procedere, la ragazza giunge alle spalle della figura incappucciata. Paura, disperazione, dolore, confusione, freddo si mescolano in un tutt’uno inestricabile e pressoché inimmaginabile. Infine l’incappucciato si volge verso la sua vittima, o forse è un’ospite attesa? La figura oscura sembra crescere a dismisura, mentre tutto il resto scompare nelle pieghe del suo manto. Colui che dispensa la Vita e la Morte rende visibili i suoi occhi, che emergono come stelle oscure dal buio estremo del cappuccio. Colui che dispensa la Vita e la Morte la guarda e la giudica, per un tempo che appare brevissimo ma anche interminabile. Io assisto a tutto ciò, perché mi è consentito farlo. La frazione del principio cosmico che si erge di fronte ed intorno a noi è immensa, ma nello stesso tempo è infinitesimale rispetto alla Fonte stessa. La ragazza forse ora comprende che la morte non è un sonno senza fine, ma potrebbe essere troppo tardi. Il tempo pare privo di ogni consistenza, mentre attendiamo che le galassie ruotino su sé stesse. Gli occhi dell’entità trasmettono alla ragazza un allarme estremo. Un distacco totale da tutto ciò che è conoscibile alle cose di carne ed ossa. Lo sguardo di quegli occhi più antichi della vita sulla Terra è privo di ogni calore, mentre la scruta nei recessi che lei ignorava di avere. La scansione termina subito, o dura millenni; poi l’Entità solleva una mano che pare riempire metà di quel cielo oscuro. Un solo gesto ed io comprendo il motivo della mia presenza in tale contesto. Un solo gesto ed io e la ragazza scompariamo dalla dimensione di Colui che dispensa la Vita e la Morte. Sulla Terra, i medici non hanno cessato di provare a rianimare quel povero corpo avvelenato. Ora il corpo decide di provvedere da solo, ed espelle quanto lo stava uccidendo; non starò a spiegare i particolari di detta espulsione. Quando quei due occhietti sciocchi si riaprono sul mondo, sono meno sciocchi di qualche ora prima, quando la cretina aveva deciso di farla finita. Seguono giorni di lento recupero, durante i quali il corpo parla alla stupida mente della ragazza, e la educa sulla vita e sulla morte. Io passo sovente a visitarla ed a parlarle, a tutte le ore del giorno e della notte, e lei mi è grata. Prova grande soddisfazione nel poter essere grata a qualcuno di qualcosa. Racconterà di me come di una presenza tenue ma concreta, ma nessuno le crederà. Quando sarà dimessa, riferirà e ringrazierà di quel nuovo servizio attivato dal reparto di terapia intensiva. I medici e gli infermieri però la guarderanno in un modo strano, giacché nessuno di loro ricorderà di avermi mai visto. Lei non saprà peraltro per quale motivo sia stata salvata. Non sarò io a dirle che attraverso il suo genoma sarà trasmesso un carattere specifico ed unico, che si affermerà in un suo discendente tra centinaia o forse migliaia di anni. Anch’io ho appreso una lezione: solo una consapevolezza veramente cosmica, come Colui che dispensa la Vita e la Morte, poteva cogliere tale potenzialità in un essere apparentemente insignificante e stupidamente autolesionista.
CHE FINE HA FATTO IL MIO KNOCHEN_BREKER?_libro 1°_episodio 12
Sono il comandante Octavius Dabol_Roc, della nave stellare Nexus25, e questo è il mio diario, scritto in forma strampalata. Stavamo gironzolando dalle parti di Sol3, quel pianeta che sorprendentemente voi chiamate Terra (perché non “Acqua”?), quando ci siamo accorti di avere perso il contatto con il nostro demonietto knochen_breker: una simpatica bestiola, che avevamo trovato su un mondo pressoché morto; che sia stato lui? L'animaletto mutaforma predilige assumere l'aspetto di un essere a quattro arti, come voi terricoli e le vostre bestie vertebrate; al termine delle zampette, colloca da tre a cinque dita, come gli gira. Al termine delle cinque o tre dita, il knochen_breker fuoriesce unghioni retrattili di materiale metallico, che metabolizza a parte. In effetti il demonietto in questione mangia di tutto, e succhia anche il sangue; per noi dell'equipaggio della Nexus25, il knochen_breker non è più dannoso di uno zanzarone, ma noi siamo alti una decina dei vostri metri, pesiamo alcune tonnellate, ed abbiamo la pelle tipo dinosauro. Ci dispiacerebbe perdere il knochen_breker su Sol3, mentre all'animale potrebbe piacere veramente quella vostra ambientazione frenetica ed aggressiva. Lui adora essere provocato, e risponde sempre con gli interessi; sono sempre più convinto che quel mondo, dove l'abbiamo trovato, prima del suo arrivo non fosse così morto! Rallentiamo la nave a velocità sub-luce, e monitoriamo il vostro pianeta; non penserete di percepire la Nexus25 con i vostri strumenti “scientifici”? Figuratevi che scendiamo di continuo sulla Terra, per sgranchirci le zampe, e vi passiamo continuamente sotto il naso! Non ci vedreste neppure se entrassimo nelle vostre città a fare shopping, ma rischieremmo di calpestarvi a morte; e poi le vostre vetrine sono collocate all'altezza delle nostre tibie (voi le chiamereste così). Frattanto, un cattivissimo terrestre, ignaro di noi e del knochen_breker, sta congegnando una serie di delitti, uno più orrendo dell'altro. Seguiamo in tv i vostri telefilm, che hanno per protagonisti questi assassini seriali, e ci pare quasi che facciate il tifo per loro. Il cattivissimo si è trovato un nome altisonante: “lo Strappabudelle”, come uno di quelle bevande alcoliche distruggi_fegati; al cattivissimo sembra un bel nome! La polizia cerca di prevedere la prossima mossa dello Strappabudelle, sperando che quel maledetto segua una traccia ricostruibile. Lui segue le mosse della polizia, evitando qualsiasi correlazione tra un omicidio ed il successivo: sesso, razza, età, occupazione, luogo. Nessun omicida della luna piena, o delle bionde, delle brune, dei gay, degli autostoppisti, ecc. Strappabudelle ha selezionato dieci nomi dalla guida telefonica, ed ha predisposto dieci schede per ognuna delle vittime: ineccepibile. La terza vittima dello Strappabudelle è stata sorpresa alle spalle, narcotizzata, condotta in uno scantinato, e legata mani e piedi. Si tratta di una terrorizzata adolescente, che implora il maiale di lasciarla in vita; ma lui gode del suo terrore, e si sente irraggiungibile ed intoccabile. Veniamo a conoscenza di questo delitto, selezionato dai nostri computer tra innumerevoli altri in corso sul vostro agitato mondo, perché i nostri computer stanno cercando prioritariamente il knochen_breker. Quindi il nostro demonietto è nei paraggi, e si prepara a fare la pappa! Possiamo già pianificare, nel breve periodo, l'allontanamento dal sistema di Sol: knochen_breker non ci metterà molto. Con la pancina piena, lo prenderemo facilmente al guinzaglio; che simpatica bestiola mutaforma ed estremamente sanguinaria! Estroflesso un bel nasone, il knochen_breker, fiuta il dolore, il sudore, il terrore ed anche quella particolare sensazione del predatore, quando è certo di avere già la preda nel piatto di portata. Quanti ghepardi, sicuri di avere catturato una preda mangiabile, se la vedono soffiare dalle jene! Essendo un esteta ed un fine stratega, il knochen_breker rinuncia al solito attacco diretto: unghiate, denti, sangue e merda. Diventa invece un gespenst: una forma di vita quasi non molecolare, e quasi invisibile; si muove nell'ombra e scende nello scantinato, mentre la ragazza urla sotto tortura. Il knochen_breker giunge alle spalle della ragazza, e si concede un sogghigno; Strappabudelle sente quel lieve rumore, ma non può attribuirlo ad alcunché di visibile. Knochen_breker è un mutaforma, un fantasma, un mago, ma anche una belva sanguinaria; in maniera quasi impercettibile possiede la ragazza, mutandone la consistenza psico-fisica, e lei finalmente lo sente. Immaginate essere posseduti da un essere nato in un mondo lontanissimo ed alieno, con istinti puramente bestiali, di età incerta, ma incredibilmente antico; lasciate perdere: non ci riuscirete mai! La ragazza non è più umana! I suoi occhi si volgono sull'aspirante assassino, e gli scandagliano l'anima. Strappabudelle urla ed impazzisce; si allontana da lei camminando all'indietro, sbavando e biascicando frasi insensate. Il mio Knochen_breker è veramente una bella bestiola. Sa che lo stiamo cercando, e vuole tornare a casa per farci le feste come un cagnone, correndo sul soffitto, sulle pareti, ed anche attraverso quello e queste. La ragazza non sapeva di avere una lingua di tal fatta: un'estoflessione di tre metri, che prima strangola e poi si infila nella gola della vittima umana, strappandogli l'ultimo respiro. Knochen_breker, prima di “uscire”, si concede un'ultima bevuta, e Strappabudelle non capisce se stia morendo dissanguato, strangolato, o in un'altra decina di modi. Prima di andarsene all'inferno, il caprone riconosce di avere incontrato un vero maestro, e muore quasi felice. Il Knochen_breker ricostituito nella sua bellezza originaria, si lecca i bei dentoni, e strizza uno dei suoi tre occhi alla bimbetta bionda, che, grazie a lui, è viva. La vostra polizia è veramente divertente: pensa di catturare un mutaforma spettrale, come se fosse un cagnolino o magari un leprotto! Il Knochen_breker non è un leprotto, o un cagnolino: è la velocità stessa su strada aperta o nella corsa ad ostacoli; se lo vedi, non è più lì. Può sembrare un leprotto (se vuole) ma è un dispensatore di morte, come una tigre del Bengala. Un raggio traente_teletrasportante, che promana da un punto a voi invisibile, nell'orbita del “vostro” pianeta, ed il gioco è fatto! Non portate anche voi a spasso il vostro “cagnolino”?
CAMPIONE QUASI PERFETTO_libro 1°_episodio 11
Abbiamo allenato diversi soggetti, per ottenere il combattente perfetto. Nei secoli ne abbiamo prodotti parecchi, e li abbiamo usati per correggere la storia umana. Non racconteremo di essere mossi dall'altruismo; in realtà la nostra confraternita, come quasi tutte le confraternite, è mossa dalla presunzione di sapere cosa sia il meglio per il mondo intero, e non accettiamo discussioni. Siamo stati noi i primi, e non Machiavelli, a dire che il fine giustifica i mezzi. Abbiamo pescato i nostri aspiranti campioni nei contesti più disparati, e li abbiamo condotti a noi con le buone o con le cattive. Alcuni credevano di combattere per Dio, altri per la patria e la famiglia. In certi casi, finanche il partito è risultato un movente valido; ma ora non è più così. Non importa: noi troviamo il materiale umano promettente, e lo addestriamo fino a produrre qualcosa di super-umano. Questi combattenti sono molto motivati, ma qualcuno li definirebbe lobotomizzati. Li abbiamo spediti in missioni di sola andata, e loro si sono avviati sorridenti verso il loro destino. È molto più facile addestrare il corpo, che sviluppare una consapevolezza. I nostri zombies non sono morti, ma lo saranno presto; ma ne abbiamo magazzini pieni, quindi chi se ne frega? Recentemente si rese necessario impiegare il combattente più vicino alla perfezione, tra quelli a nostra disposizione. Forte muscolarmente, ma non un body builder. Veloce nella corsa, ma non votato ad una sola attività sportiva. Abituato a praticare ogni tipo di attività fisica; resistente, agile, sveglio, dotato di iniziativa. Ci si chiederà come sia possibile ottenere un super-soldato, obbediente fino alla morte, dotato nel contempo di iniziativa. In effetti è un rischio calcolato, perché deve pensare ma solo fino ad un certo punto. Da solo non sarebbe stato in grado di compiere la missione; quindi gli affiancammo alcuni compagni di corso, a sua insaputa. In effetti ognuno dei campioni credeva di essere il solo, o comunque il migliore; la vanità può essere un valido strumento di coercizione e convincimento. Dovevamo fermare, cioè uccidere, un vero super-essere: uno scherzo della natura, dotato di poteri inimmaginabili. Il nemico si era addirittura convinto di essere un semi-dio, e forse in un altro periodo storico lo sarebbe stato. Oltre ad una forza senza pari, il nemico era in grado di proiettare diversi tipi di energia letale, a distanza ravvicinata, o di colpire un avversario dopo averlo tracciato con la sola forza del pensiero. Il nemico era in grado di uccidere qualsiasi capo di Stato, solo concentrandosi. Non indagammo come potesse farlo; a noi interessava fermarlo, in quanto pericoloso per noi e per la nostra missione millenaria. Forse avremmo dovuto provare a cooptarlo nelle nostre file, ma cosa avremmo potuto offrirgli che già non avesse? Inoltre se ci fossimo evidenziati a lui, avremmo rischiato che ci eliminasse tutti nel giro di mezza giornata. Il nemico disponeva di un potere senza pari, ma non era onnisciente, almeno per ora. Noi avremmo fatto il possibile perché non lo diventasse. Il nostro campione numero uno partì dalla base, credendo di essere la sola speranza di sopravvivenza dell'umanità. Il campione numero uno era un vero altruista. Gli altri campioni invece erano degli assassini, spinti solo dal desiderio di confrontarsi con un nemico decisamente forte. Il nemico credeva veramente di essere una sorta di messia, e una torma umana lo adorava già come tale. Il nemico si vestiva tutto di rosso, e recava sul capo una sorta di elmetto greco antico, anch'esso rosso. Arringava la folla, e prendeva appunti su qual che diceva, convinto di dover presto scrivere un nuovo libro di saggezza, in grado di sostituire la Bibbia ed il Corano. Il campione numero uno aveva sviluppato l'attitudine a passare inosservato, ma anche gli altri nostri campioni. Il numero uno passò i giorni successivi avvicinandosi al bersaglio ignaro. Se avesse smesso di essere ignaro, il nostro campione numero uno sarebbe morto in due secondi. Dato il suo altruismo, il campione numero uno non temeva la morte, preventivandola; specie affrontando un mostro in grado di uccidere con il pensiero. Durante la notte del quinto giorno d'agguato, il campione numero uno giunse nella camera da letto dell'avversario, mentre lui dormiva. Poteva ucciderlo, affondando nelle sue carni ancora mortali un pugnale di materiale plastico, sfuggito ai metal director. A questo punto cascò il metaforico asino: il campione numero uno era il migliore della nostra produzione, ma non era in grado di uccidere senza pietà. Era una specie di cavaliere bianco. Forte, veloce, agile, abilissimo con le armi e senza, impareggiabile nel corpo a corpo, ma incredibilmente stupido in situazioni come quella nella quale si trovava. Ecco perché gli avevamo messo alle calcagna quegli altri: dei veri assassini. Il campione numero uno svegliò il bersaglio, per intimargli di arrendersi alla legge ed alla giustizia. Lo invitò a mettersi in guardia, ed a scegliersi l'arma. Quale stupidità monumentale! Il semi-dio si riteneva un buono, quindi non liquidò subito l'intruso, ed anzi lo assecondò. Nel salone di quella antica magione, durante la notte, il campione quasi perfetto ed il semi-dio si scontrarono spada contro spada. Il semi-dio era più forte fisicamente, ma il campione schivava ogni suo colpo, e si avvicinava sempre più al bersaglio. Un altro difetto del nostro campione era di essere veramente leale. Più di una volta avrebbe potuto affondare la lama, con un colpo “sporco”, ma non lo fece. Infine il semi-dio impiegò una piccola frazione del suo potere letale per rallentare l'avversario. Il semi-dio rinunciò alla correttezza, perché in fondo si riteneva al di là del bene del male. Il campione quasi perfetto venne così ferito gravemente, ma il
semi-dio non lo uccise. Questa debolezza consentì ai killer, posizionati sul balcone, vestiti di un nero più nero della notte, di trafiggere il semi-dio con tre frecce avvelenate. Solo allora il nemico si rese conto di aver sprecato stupidamente un'occasione unica. Se non si fosse comportato come un cavaliere medievale, e non si fosse concentrato sulla singolar tenzone, non sarebbe stato colpito a morte. Ma non sarebbe morto da solo: emise allora una scarica di tale dirompenza, che la casa stessa collassò su se stessa. Il semi-dio uscì così teatralmente dalla vita e dalla storia, o almeno questa fu la versione ufficiale. Il campione numero uno diede prova della sua quasi perfezione, schivando l'invisibile raggio di morte diretto contro di lui. I tre killer non attesero certo la reazione del nemico, e planarono dal balcone appena scagliate le frecce. Il semi-dio manifestò un potere fino al allora non ancora manifestato: si rinchiuse in un bozzolo, che lo protesse dalle macerie, e gli consentì di non morire del tutto. Noi recuperammo tutti i campioni: tre killer sanguinari, ed un idealista. Il nostro addestramento non andò sprecato, e non ci bevemmo neppure le storie sulla morte e sulla successiva resurrezione del messia. Avremmo tenuto d'occhio il bozzolo, ma ormai non potevamo più contare sulla sorpresa assoluta: noi sapevamo di loro, ma loro sapevano di noi. I secoli diranno chi avrà tratto maggiore giovamento da quello scontro quasi mortale. La nostra confraternita aveva comunque confermato che un combattimento non si vince solo con i super-poteri. Vince sovente quello che attacca di sorpresa, e chi subisce l'attacco fa sempre la figura dello stupido. Non ci interessa contrapporre lanciatori di raggi letali a loro simili, come non ci interessano i combattimenti tra mostri super forti. Pestarsi a morte, abbattendo interi isolati, va bene per i fumetti. Noi della confraternita ci occupiamo di cose serie. Abbiamo sempre creduto nel fattore umano, con le sue potenzialità ed i suoi difetti. Il campione numero uno aveva molte potenzialità ed un difetto. Noi avevamo preventivato entrambi gli aspetti, ed eravamo corsi ai ripari prima che quel singolo difetto rovinasse il risultato acquisito. Inutile spiegarlo al campione numero uno: ha un sacco di doti marziali, ma a volte si comporta veramente da scemo.
semi-dio non lo uccise. Questa debolezza consentì ai killer, posizionati sul balcone, vestiti di un nero più nero della notte, di trafiggere il semi-dio con tre frecce avvelenate. Solo allora il nemico si rese conto di aver sprecato stupidamente un'occasione unica. Se non si fosse comportato come un cavaliere medievale, e non si fosse concentrato sulla singolar tenzone, non sarebbe stato colpito a morte. Ma non sarebbe morto da solo: emise allora una scarica di tale dirompenza, che la casa stessa collassò su se stessa. Il semi-dio uscì così teatralmente dalla vita e dalla storia, o almeno questa fu la versione ufficiale. Il campione numero uno diede prova della sua quasi perfezione, schivando l'invisibile raggio di morte diretto contro di lui. I tre killer non attesero certo la reazione del nemico, e planarono dal balcone appena scagliate le frecce. Il semi-dio manifestò un potere fino al allora non ancora manifestato: si rinchiuse in un bozzolo, che lo protesse dalle macerie, e gli consentì di non morire del tutto. Noi recuperammo tutti i campioni: tre killer sanguinari, ed un idealista. Il nostro addestramento non andò sprecato, e non ci bevemmo neppure le storie sulla morte e sulla successiva resurrezione del messia. Avremmo tenuto d'occhio il bozzolo, ma ormai non potevamo più contare sulla sorpresa assoluta: noi sapevamo di loro, ma loro sapevano di noi. I secoli diranno chi avrà tratto maggiore giovamento da quello scontro quasi mortale. La nostra confraternita aveva comunque confermato che un combattimento non si vince solo con i super-poteri. Vince sovente quello che attacca di sorpresa, e chi subisce l'attacco fa sempre la figura dello stupido. Non ci interessa contrapporre lanciatori di raggi letali a loro simili, come non ci interessano i combattimenti tra mostri super forti. Pestarsi a morte, abbattendo interi isolati, va bene per i fumetti. Noi della confraternita ci occupiamo di cose serie. Abbiamo sempre creduto nel fattore umano, con le sue potenzialità ed i suoi difetti. Il campione numero uno aveva molte potenzialità ed un difetto. Noi avevamo preventivato entrambi gli aspetti, ed eravamo corsi ai ripari prima che quel singolo difetto rovinasse il risultato acquisito. Inutile spiegarlo al campione numero uno: ha un sacco di doti marziali, ma a volte si comporta veramente da scemo.
martedì 29 dicembre 2009
CAGNOLONE TRISTE_libro 1°_episodio 10
Alla fine di agosto, strappai la pagina di un calendario, rivelando quella di settembre e di ottobre. La foto rappresentava due giovanissimi cani bianchi, che sbucavano da un cesto di vimini. Poggiavano le zampe anteriori sul bordo del cesto e guardavano qualcuno o qualcosa fuori inquadratura. Il cane a sinistra era tranquillo, ma quello a destra sembrava triste. Si sarebbe detto facessero parte della medesima nidiata, tanto si assomigliavano. La storia poteva finire così, dopo poche righe, ma quel cagnolone triste sollecitò in me una singolare ed insolita curiosità. Perché mai quel bel bestiolone aveva assunto quell'atteggiamento facciale. Chi ha detto che gli animali non siano dotati di espressività facciale? Dovremmo chiamarla “espressività musale”? Letteralmente assillato da quel dilemma, decisi di dispiegare in modo insolito i miei poteri. Le forze a mia disposizione fremevano per dispiegarsi; sennonché di solito quando lo fanno ci vanno di mezzo pianeti ed intere popolazioni. Come utilizzare diversamente questi poteri nati per distruggere? Mi serviva l'attitudine di indagare e perlustrare, traendola da quella di azzerare la vita planetaria. Il mio padrone mi aveva mandato su questo pianeta per suggerne tutte le energie, ma io mi stavo attardando nello studio di una fotografia. Avrei scoperto più tardi che il mio padrone non mi aveva privato completamente dell'anima. Me ne rimaneva ancora un pezzetto, ed era quel pezzetto che mi induceva a fare ciò che non avevo mai fatto. Il mio corpo sintetico, bio-meccanico, era dotato di evocatori di energie cosmiche. Gli sciocchi terricoli brancolano nel buio, temendo che finisca il petrolio. Quasi tutte le altre razze della galassia hanno viceversa appreso da tempi immemorabili come trarre, apparentemente dal nulla, energie praticamente infinite. Il problema è semmai di evitare la successiva incontrollabile conversione di tutta la materia in anti-materia. Detta conversione è il mio compito specifico, ma non questa volta. Prima di azzerare miliardi di vite umane, e tutte le altre esistenze planetarie, avrei soddisfatto la mia insana curiosità. Avere un'anima è un intralcio, specie nel mio lavoro. Chissà come mai il mio padrone me ne aveva lasciato un pezzo? Liberate grandiose energie cosmiche, divenni come una stella bruciante, ma contenni il calore all'interno del mio impenetrabile campo di forze. Poi visualizzai l'immagine del cagnolone triste, cercando nello spazio e nel tempo le tracce del suo divenire. Forse il mio padrone, nella sua quasi onniscienza, aveva previsto che avrei sviluppato questa nuova attitudine: la perlustrazione cosmica. Forse il mio padrone ha bisogno di un cercatore più sottile, e non solo di un annichilitore. In effetti, contenere forze colossali è più difficile che lasciarle andare. Tentacoli di forza senziente si diramarono in tutte le direzioni, provenienti dal mio cervello bio-positronico. I tentacoli di forza giungevano a distanze diverse, poi precipitavano nel sub-spazio, o in altre dimensioni senza nome. Venni così a conoscenza di alcuni dati fondamentali per il divenire del mio studio trascendente. I due cagnoloni erano effettivamente fratelli, ed erano molto giovani. Torme di para-demoni scaturirono dalla mia mente, e si arrampicarono lungo i viticci ed i tentacoli promananti dalla mia mente quasi impazzita. I para-demoni non hanno senso dell'umorismo, e mordono dolorosamente. Misi a capo della torma selvaggia il più cattivo ed intrattabile tra loro: Adalios. Prendendo a calci ed a morsi i suoi sottoposti, il perfido soggetto risalì letteralmente il corso del tempo. Vidi attraverso i suoi quattro occhi che il cagnolone triste non era mai stato malmenato; non in questa vita. Fratello di altri tre, tutti bianchi e cicciotti, il cagnolone aveva preso l'abitudine di starsene da solo a pensare. Una bella cosa, mi dissi: un cagnolone filosofo. Che sia stata la filosofia a renderlo triste? O forse sembrava triste, ma non lo era veramente. Intimai ad Adalios la massima cautela, quando penetrò i pensieri del cagnolone triste. Mai avrei voluto che quel maledetto para-demone causasse danni al cervello del cagnolotto neonato. Niente da riferire: il bestiolino era solo un po' più riflessivo dei fratelli. Non era troppo piccolo, e mangiava regolarmente. Il mistero si infittiva. Si rendeva ora necessario indagare la sua vita precedente. I viticci ed i tentacoli si spinsero con facilità entro il tessuto dello spazio-tempo, risalendo il fiume della vita del cagnolotto e dei suoi fratellini. Assistetti al loro concepimento, e, prima, al corteggiamento tra i genitori della nidiata canina. Adalios ricercò la presenza del seme della filosofia nel padre Bart e nella madre Rosa. Ma nessuno dei due aveva mai dimostrato attitudini speculative. Bart avrebbe voluto fare il cane da slitta, o il pilota d'aereo, ma non sapeva cosa fosse un “aereo”. Rosa voleva fare la mamma, ma le sarebbe piaciuto lavorare a maglia ed all'uncinetto, pur non sapendo cosa fosse un “uncinetto”. Due genitori normali di una famiglia normale. Allora come mai quel cagnolone, uno su quattro, aveva quella facciona triste? Frustrato, avrei preferito affrontare e distruggere una torma di troll delle caverne, o una marea di puzzolenti umani, animati da fanatismo religioso. Come mi sarei divertito a mandarne tonnellate al loro Dio, o ad un altro a mia scelta. Ero sempre più convinto che il mio padrone, il Distruttore di Popoli e Pianeti, mi avesse tirato un pacco. Ero sempre più convinto che il cagnolone triste fosse solo un pretesto. Che il Distruttore di Popoli e Pianeti avesse concepito il calendario medesimo? Che quell'essere quasi onnipotente si fosse attrezzato a produrre foto di cani e gatti? Prima di esplodere come una stella collassata, mi accinsi all'ultima verifica: chi o cosa era il cagnolone triste prima che i suoi genitori gli attribuissero quel corpo bianco e cicciotto? In verità ci stavo provando gusto a spingere i tentacoli ed i viticci psichici nel passato, e nel fiume delle vite karmiche. Provai un certo stupore quando rilevai che il perfido Adalios, il para-demone feroce e sanguinario, si stava divertendo! Senza alcun incitamento Adalios precedette addirittura i viticci ed i tentacoli della mia perlustrazione. I suoi sgherri lo seguivano perplessi, ma lo proteggevano efficacemente dagli assalti delle belve psichiche, sempre in agguato nelle regioni al confine tra lo spirito ed il sogno. Viaggiammo attraverso le nebbie del tempo e del karma, seguendo la tenue traccia dell’anima del cagnolone triste, fino a pervenire alla sua esistenza precedente. Prima di diventare un cagnolone bianco, il nostro amico era stato un bastardino di piccola taglia, di quelli che devono cercare di farsi strada nella vita. Si chiamava Rio, ed era bianco chiazzato nero (o nero chiazzato bianco). Triste la vita del bastardino, giacché gli umani gli attribuiscono scarso valore; come se loro potessero attribuire valore alle esistenze altrui. Loro non sanno che il Distruttore di Popoli e Pianeti mi inviò sul loro mondo, per annichilirlo; e, se lo sapessero, penserebbero si trattasse di un film. In pratica, Rio, strappato alla mamma ed ai fratellini ed alle sorelline, venne adottato da una famiglia, che subito lo trattò bene, non impressionata dalla sua provenienza razziale incerta. Un “incrocio con un volpino”, si diceva allora; quindi neppure un volpino intero, qualunque cosa sia questo “volpino”. Anche in quel periodo, c’erano famiglie umane che adottavano cani prevalentemente “di razza”, che si consideravano privilegiati, e si vantavano. I meticci, invece, dovevano fare il doppio o il triplo della fatica, per farsi voler bene. Anche i cani sono stupidi come gli umani, e godono a vessare i propri simili. Tutto il loro mondo potrebbe finire in una enorme bolla di plasma a diecimila gradi, e loro continuano a fare i cretini! Adalios, il perfido para-demone, prese in simpatia Rio, e sarebbe intervenuto molte volte per incoraggiarlo e sostenerlo; ma non eravamo veramente lì. Avevamo trovato la precedente incarnazione del cagnolone triste, ma non era ancora chiaro il motivo di tanta tristezza, protratta fino alla vita successiva. Peraltro la legge del karma aveva compensato Rio con una forma fisica razzialmente ineccepibile, a titolo di indennizzo. Incuriositi, procedemmo nella disamina della vita di quel bastardino allegro e saltellante. Non venne mai picchiato, né affamato, né abbandonato in autostrada. Adalios avrebbe voluto affondare i suoi artigli velenosi in qualcuno, ma in chi? Infine scoprimmo l’arcano, e non fu una bella scoperta. Un giorno, banalmente, per correre dal proprio padrone, Rio attraversò la strada, e venne investito da un’auto. Massimo della sfiga in un periodo storico nel quale le auto in circolazione erano poche. Rio allora si trascinò in casa, nella sua casa, e lì morì, accompagnato dal pianto straziante dell’intera sua famiglia adottiva. La rivelazione scosse dal profondo quel che restava della mia anima. Uccidere astrattamente intere torme di imbecilli mi reca godimento estremo. Estrarre budella e versare sangue a fiumi mi rallegra il pomeriggio festivo e prefestivo. Ma questi piccoli episodi strappalacrime, riguardanti piccoli esseri che muoiono innocenti, mi inducono a dire che il mio padrone avrebbe dovuto estirparmi tutta l’anima. Non doveva lasciare in me quella traccia che ora mi causa patimento. Possibile che il Distruttore di Popoli e Pianeti voglia che il suo araldo conservi tutta questa sensibilità d’animo? Finalmente sapevamo il motivo della tristezza del cagnolone, ma sapevamo altresì che la nostra incursione nel suo passato gli avrebbe presto fatto dimenticare quella dipartita. Capimmo che il cagnolone era triste per il dolore che aveva causato morendo: quale sensibilità! Finanche Adalios ed i suoi para-demoni non strepitavano più come al solito. Ritrassi i viticci ed i tentacoli all’interno del mio cervello bio-positronico, ed inviai fuori i para-demoni a massacrare qualche decina di teppisti. L’avventura li aveva ridotti a bambolotti poco reattivi, ed era ora di tornare al lavoro di tutti i giorni. Uscirono nelle tenebre, e subito ripresero il loro naturale atteggiamento nei confronti della vita e della morte, quando permisi loro di squartare e sgozzare drogati e criminali assortiti. La notte si riempì di urla umane e non umane; un ululato più agghiacciante degli altri mi avvertì che Adalios era tornato se stesso. Quanto a me, come avrei fatto a distruggere questo mondo, ora che lo sapevo in grado di sviluppare anime così sensibili? Se non avessi posato l’occhio su quel calendario, e non avessi visto la foto del cagnolone, la procedura di annichilimento per questo mondo sarebbe già stata attivata. Invece sarebbe stata la colazione del Distruttore di Popoli e Pianeti a rimetterci, perché non avrei potuto neppure bruciacchiare la pelliccia del cagnolone (ora non più triste). Al di là dello spazio e del tempo, un essere quasi onnisciente annuisce ed accetta di buon grado quella piccola e forse prevista variazione alla sua dieta galattica.
CACCIATORE_libro 1°_episodio 9
Si considerano tali due fratelli decisamente suonati, che decidono di cacciare ed uccidere i loro simili, usando arco e frecce. Accade in mezzo a grandi foreste americane. I due coglionazzi hanno ereditato l’attitudine criminale dallo zio, che era uno psicopatico paranoico, buttato fuori dall'esercito USA, perché ormai aveva le allucinazioni. Ieri mattina hanno concluso una delle loro cacce criminali, infilando due frecce nel petto dello sventurato di turno. Poi si sono messi a gironzolare per la statale, alla ricerca di una nuova vittima. Sfortunatamente per lei, una biondina sui trenta anni stava circolando da quelle parti, con un catorcio di macchina. Appena l’aggeggio ha stirato le metaforiche zampette, sono comparsi i due delinquenti (due, perché la sfiga non viene mai da sola). Si offrono di aiutare la ragazza, ma lei intuisce di non potersi fidare di quelle due facce da galera; purtroppo è troppo tardi. Per dare un senso alla loro attività “sportiva”, i coglionazzi lasciano scappare la preda, per poi inseguirla dopo qualche ora. La ragazza trova dei campeggiatori, coinvolgendoli nella sua disgrazia. Infatti i due delinquenti provano i loro archi e le loro frecce prima sull’uno, poi sull’altro campeggiatore, ferendoli a morte. La ragazza scappa, dimostrandosi un osso duro. I due cacciatori la inseguono, avvantaggiandosi della conoscenza dei luoghi in cui sono cresciuti. La vittima però si rende conto di non potersi limitare alla fuga, ed impugna un coltello, decisa ad usarlo. Si nasconde dietro un albero, ed aspetta che compaia il primo dei due fratelli scemi. Prima che il tizio alzi l’arco, e lo armi con la sua freccia micidiale, la vittima sempre più presunta gli infila nello stomaco almeno sei dita di buon acciaio. La ragazza ha evidentemente sviluppato un istinto assassino, superiore a quello degli aggressori, perché il coltello lo affonda più volte, causando un danno pressoché irreparabile. Peggio per lui! Pensa. Se l’è cercata! L’emergenza ha causato un emergere di antichissimi istinti di sopravvivenza, che fanno il loro dovere. Rimane il secondo cretino, che, accorgendosi dello stato clinico del fratello, diventa ancora più rabbioso, ma anche meno attento. La ragazza sale
su un albero, e lo attende. Quel cacciatore della mutua cerca le tracce sul terreno, ma non alza lo sguardo, mentre invece dovrebbe farlo. Il salto della ragazza, dal ramo a terra, è caratterizzato da una buona dose di fortuna, ma si dice che la fortuna aiuti gli audaci. Tuttavia per riuscire ad affondare la lama, contestualmente all’atterraggio, ci vorrebbe un addestramento da truppe speciali, che lei non ha, e non può inventare. Così l’attacco riesce solo parzialmente, e la ragazza commette l’errore che commettono le vittime che giungono a portata di tiro, ma non ce la fanno a terminare il cattivo di turno. Lui si rialza ferito, e con rabbia arma il suo arco. La schiena della ragazza è un bersaglio invitante, per quel topo di fogna. Pregusta la penetrazione della freccia, in grado di passare da parte a parte un corpo umano, a cento passi di
distanza. Come ho scritto, la biondina non è addestrata ad uccidere, ma è anche vero che in quel bosco ci sono altri che lo sanno fare molto bene. Intercettando le comunicazioni dell’FBI, ho saputo delle loro indagini sui due fratelli killer. Gli agenti federali stanno arrivando, ma la ragazza non può attendere che a salvarla sia un integerrimo rappresentante della legge. La mia spada nera cala sull’arco e sulla freccia, distruggendoli come fossero fiammiferi. Il coglionazzo non mi ha sentito arrivare, però sente il calcio che gli rifilo in faccia; poi sparisco, perché il cerchio non è ancora completato. Perplesso e sanguinante, si rialza e grida la sua rabbia alla foresta, che neppure se ne accorge. Se insiste a gridare, dovrò fare pulizia prima del previsto: non vorrei che mi spaventasse gli scoiattoli! Mi piacerebbe che fosse la giovane donna a liquidare lo stronzone, ma ora lui ha estratto il suo coltellaccio, e per lei sarà più difficile. Il maiale capisce di non poterla catturare prima del calare del buio, e trova rifugio addossandosi ad una grande pianta. Lei non si perde d’animo, ed indossa tutti gli abiti che conservava nello zaino. Non intende accendere il fuoco, per non aiutare il caprone a trovarla; venderà cara la pelle. Durante la notte, mi avvicino a lei, ma lei non mi vede e non mi sente. Percepisco la sua essenza di ragazza di città, che però finora non l’ha penalizzata. Il suo tono muscolare dimostra un allenamento costante. Il suo comportamento dimostra una discreta disciplina. Sarà divertente osservare lo svolgersi degli eventi, tra poche ore. Come se i loro movimenti fossero sincronizzati, cacciatore e preda ripartono quasi all’unisono. Li ritrovo in una radura, con lui che corre a perdifiato, e guadagna lentamente terreno. Mi accorgo che la ragazza zoppica; brutta cosa! Mi tocca riequilibrare lo scontro: una delle mie stelle a otto punte lo coglie ad un polpaccio, strappandogli un urlo. Ancora una volta, il sedicente cacciatore non mi ha visto arrivare, né mi vede mentre mi allontano. Che abbia lasciato a casa gli occhiali? Si strappa di dosso la mia stella a otto punte, la osserva e riprende a correre malamente. Tenta un lancio improbabile, che manca grossolanamente la ragazza. Recupero la stella metallica, infissa nella corteccia di un albero. Mi rendo conto di avere perso interesse alla disputa, ma non posso lasciare in circolazione quel cretino. Potrebbero mangiarlo i lupi o gli orsi, ma ci vorrebbe troppo tempo. Gli compaio davanti, tutto vestito di nero, con la spada nera già sguainata e desiderosa di affondare nelle carni e nelle ossa di quel parassita. Non gli lascio il tempo di decidere se correre verso di me, o scappare. Io fossi in lui scapperei. Due passi e la spada nera affonda e sale dal suo fianco destro alla spalla sinistra. Un taglio preciso e lunghissimo, profondo pochi centimetri, come da rituale della setta degli assassini. Non rimango a vederlo sanguinare, e scompaio come sono arrivato. Non ho bisogno di sapere che la spada nera è talmente affilata da non produrre inizialmente alcun dolore. Poi però quegli ottanta centimetri di taglio si aprono tutti assieme, e fa decisamente male. Il vantaggio di un simile intervento chirurgico è che il moribondo non sanguina per molto tempo. Se non fosse ormai più di là che di qua, gli chiederei se ha capito chi era il cacciatore cui alludeva il titolo del racconto. Finalmente ecco giungere gli uomini dell’FBI, che soccorrono la giovane, e constatano la dipartita dell’inseguitore. Io ho finito le ferie, e la mia setta mi troverà di sicuro qualcun altro da ammazzare, questa volta a pagamento.
su un albero, e lo attende. Quel cacciatore della mutua cerca le tracce sul terreno, ma non alza lo sguardo, mentre invece dovrebbe farlo. Il salto della ragazza, dal ramo a terra, è caratterizzato da una buona dose di fortuna, ma si dice che la fortuna aiuti gli audaci. Tuttavia per riuscire ad affondare la lama, contestualmente all’atterraggio, ci vorrebbe un addestramento da truppe speciali, che lei non ha, e non può inventare. Così l’attacco riesce solo parzialmente, e la ragazza commette l’errore che commettono le vittime che giungono a portata di tiro, ma non ce la fanno a terminare il cattivo di turno. Lui si rialza ferito, e con rabbia arma il suo arco. La schiena della ragazza è un bersaglio invitante, per quel topo di fogna. Pregusta la penetrazione della freccia, in grado di passare da parte a parte un corpo umano, a cento passi di
distanza. Come ho scritto, la biondina non è addestrata ad uccidere, ma è anche vero che in quel bosco ci sono altri che lo sanno fare molto bene. Intercettando le comunicazioni dell’FBI, ho saputo delle loro indagini sui due fratelli killer. Gli agenti federali stanno arrivando, ma la ragazza non può attendere che a salvarla sia un integerrimo rappresentante della legge. La mia spada nera cala sull’arco e sulla freccia, distruggendoli come fossero fiammiferi. Il coglionazzo non mi ha sentito arrivare, però sente il calcio che gli rifilo in faccia; poi sparisco, perché il cerchio non è ancora completato. Perplesso e sanguinante, si rialza e grida la sua rabbia alla foresta, che neppure se ne accorge. Se insiste a gridare, dovrò fare pulizia prima del previsto: non vorrei che mi spaventasse gli scoiattoli! Mi piacerebbe che fosse la giovane donna a liquidare lo stronzone, ma ora lui ha estratto il suo coltellaccio, e per lei sarà più difficile. Il maiale capisce di non poterla catturare prima del calare del buio, e trova rifugio addossandosi ad una grande pianta. Lei non si perde d’animo, ed indossa tutti gli abiti che conservava nello zaino. Non intende accendere il fuoco, per non aiutare il caprone a trovarla; venderà cara la pelle. Durante la notte, mi avvicino a lei, ma lei non mi vede e non mi sente. Percepisco la sua essenza di ragazza di città, che però finora non l’ha penalizzata. Il suo tono muscolare dimostra un allenamento costante. Il suo comportamento dimostra una discreta disciplina. Sarà divertente osservare lo svolgersi degli eventi, tra poche ore. Come se i loro movimenti fossero sincronizzati, cacciatore e preda ripartono quasi all’unisono. Li ritrovo in una radura, con lui che corre a perdifiato, e guadagna lentamente terreno. Mi accorgo che la ragazza zoppica; brutta cosa! Mi tocca riequilibrare lo scontro: una delle mie stelle a otto punte lo coglie ad un polpaccio, strappandogli un urlo. Ancora una volta, il sedicente cacciatore non mi ha visto arrivare, né mi vede mentre mi allontano. Che abbia lasciato a casa gli occhiali? Si strappa di dosso la mia stella a otto punte, la osserva e riprende a correre malamente. Tenta un lancio improbabile, che manca grossolanamente la ragazza. Recupero la stella metallica, infissa nella corteccia di un albero. Mi rendo conto di avere perso interesse alla disputa, ma non posso lasciare in circolazione quel cretino. Potrebbero mangiarlo i lupi o gli orsi, ma ci vorrebbe troppo tempo. Gli compaio davanti, tutto vestito di nero, con la spada nera già sguainata e desiderosa di affondare nelle carni e nelle ossa di quel parassita. Non gli lascio il tempo di decidere se correre verso di me, o scappare. Io fossi in lui scapperei. Due passi e la spada nera affonda e sale dal suo fianco destro alla spalla sinistra. Un taglio preciso e lunghissimo, profondo pochi centimetri, come da rituale della setta degli assassini. Non rimango a vederlo sanguinare, e scompaio come sono arrivato. Non ho bisogno di sapere che la spada nera è talmente affilata da non produrre inizialmente alcun dolore. Poi però quegli ottanta centimetri di taglio si aprono tutti assieme, e fa decisamente male. Il vantaggio di un simile intervento chirurgico è che il moribondo non sanguina per molto tempo. Se non fosse ormai più di là che di qua, gli chiederei se ha capito chi era il cacciatore cui alludeva il titolo del racconto. Finalmente ecco giungere gli uomini dell’FBI, che soccorrono la giovane, e constatano la dipartita dell’inseguitore. Io ho finito le ferie, e la mia setta mi troverà di sicuro qualcun altro da ammazzare, questa volta a pagamento.
BRAXAL IL DEMONE_libro 1°_episodio 8
Il protagonista della nostra storia stava tranquillamente sguazzando in un lago di lava; uno tra i tanti bei laghetti di lava in ebollizione, che pullulano nel quinto inferno. Si trovava in un momento di relax; ecco perché in quel momento non stava ponendo fine all’esistenza di alcun organismo. In pratica, Braxal si stava godendo la vita, considerando che per lui il termine “vita” aveva un significato decisamente diverso da quello in uso tra i mortali. Quella lava avrebbe sciolto l’acciaio, ma un demone è fatto di una materia decisamente differente dalla nostra. Ad una distanza preclusa anche al più veloce e potente tra gli aerei, si trovava l’altro protagonista della nostra storia: un piccolo gatto di due mesi, ma lui non si stava affatto divertendo. Non è chiaro per quale ragione quel coglione di un umano avesse voluto un gattino; fatto sta che fin dall’inizio lo aveva massacrato di botte. Prima perché il micino non faceva la cacca nella sabbietta, poi perché non mangiava tutta la pappa, dopo perché quell’anima innocente cercava le coccole. Quell’esaurito maiale bipede sfogava tutte le sue frustrazioni sull’innocuo animaletto. Il gatto era ormai coperto di ferite e di croste, e si era rintanato in un angolo, tremante, dove se la faceva letteralmente addosso. Il suo “padrone” pareva godere nell’infliggere sofferenze ad una creatura quasi totalmente inerme. Tuttavia il karma del micino prevedeva che crescesse e che diventasse un bel gattone, padrone di un tetto, e padre di molti marmocchi. L’umano idiota non sapeva di essersi messo contro la legge del karma; sapeva solo di voler continuare a prendere a calci in testa l’inerme creatura. E così fece, fino a ridurlo in fin di vita. Braxal non sapeva del gattino, e del resto non era preposto alla difesa delle anime innocenti. Braxal era un demone, quindi aveva una scusa per non provare sentimenti umani. Viceversa quel cretino, che continuava a picchiare l’inerme micetto, di scuse non ne aveva: era semplicemente un coglione! Un piccolo essere, che era nato per essere vezzeggiato e per restituire amore, stava precipitando verso la morte. Il corpicino si stava irrigidendo, il cuore batteva sempre più lentamente e gli occhi avevano ormai perso la vista verso l’esterno. Quello che vide il micino moribondo fu una scala oscura, che scendeva in un sotterraneo dal quale proveniva una tenue luce. Il micino, nel sonno che precede la morte, discese la scala, anche perché avvicinarsi alla luce riduceva il dolore che provava in tutto il corpo. Sarebbe morto di lì a pochi secondi, quando ebbe la percezione di una cosa che noi definiremmo un pulsante. Ovviamente il micino non sapeva cosa fosse un pulsante, ma sapeva di doverlo premere. La povera creatura non voleva morire, specie perché avrebbe prima voluto restituire qualche colpo all’ignobile umano che lo aveva ucciso. Una voce interiore, o un messaggio di qualche altro tipo, ridestarono l’attenzione ormai quasi estinta del piccolo felino. Ed il micino, che nel sogno avvertiva tutte le lesioni che ormai avevano distrutto il suo corpo fisico, spinse avanti il musetto, e premette il pulsante. Questo atto di volontà esaurì tutte le energie del gatto; la morte distava ormai pochi battiti cardiaci. Braxal, a distanza incommensurabile, eppure vicinissimo, percepì tutto e sogghignò; poi scomparve in una nuvola di zolfo. Tre battiti alla morte del micino, ed il demone del quinto inferno veleggiava senza sforzo nel sub-spazio. Che Braxal sia giunto prima che il tempo si fosse esaurito, o meno, non importa, perché il demone congelò il tempo nell’istante in cui si manifestò nella nostra dimensione. Braxal creò una distorsione grande come la stanza in cui si trovavano l’idiota umano ed il micino. Se il karma avesse sancito che il gatto sarebbe stato salvato da un agente differente da Braxal, difficilmente detto agente avrebbe avuto il potere di bloccare lo scorrere del tempo, ma Braxal era un demone del quinto inferno, e lo fece. Comparve in tutta la sua gloria, tale da azzerare la realtà delle mura, del pavimento e del soffitto. Il demone, rosso e fumante di lava, apparve nelle dimensioni gigantesche che usava per atterrire interi eserciti. Ed in effetti l’umano provò una tale paura, che stava per lasciarci le penne. Non sia mai, si disse il demone! Tutta quella strada attraverso le dimensioni, per liquidare così in fretta quel liquame umano? Per non parlare del bagno interrotto. Nemmeno per sogno. In un battito di ciglia, il potere infernale che scorreva nella progenie demoniaca cambiò completamente il contesto fisico. L’umano si trovò ancora nel suo appartamento, con un lieve ricordo dell’accaduto: un ricordo che non poteva permanere in quella mente bacata. Non ci siamo dimenticati del micetto quasi morto, e neppure il demone lo fece. Quasi morto è diverso da morto stecchito, ma anche non morto è diverso da morto stecchito: il morto stecchito marcisce, il non morto no. Braxal, nel quinto inferno, era conosciuto come un vero artista della manipolazione delle cellule viventi. Non che nel micino di cellule viventi ce ne fossero rimaste molte, ma a Braxal bastarono per trasformarlo in un non morto. A quell’anima ferita e desiderosa di vendetta venne impedito di lasciare il corpo rovinato, ma il demone aveva già iniziato la sua opera di rigenerazione ed oltre. Il porco stava avvicinandosi a quello che pensava fosse il cadavere della sua vittima, quando detta vittima riaprì gli occhi su questa valle di lacrime. Qualcuno avrebbe pianto, ma non sarebbe stato il micio, e neppure Braxal. La schifosa creatura (l’umano ovviamente) sferrò un calcio fortissimo, al fine di spiaccicare una volta per tutte quell’ammasso di peli contro il muro. Già pregustava di staccare dal muro un cadavere appiattito di gatto, quando il felino rinato balzò via. L’umano sentì un dolore fortissimo ad un polpaccio, e comprese che la piccola bestia, incredibilmente ancora viva, glielo aveva trafitto con artigli insospettabili. In effetti, gli artigli che Braxal aveva fornito alla sua creatura non erano propriamente unghie di gatto. Erano piuttosto sottilissime lamine metalliche retrattili, in grado di secernere veleno ferocemente urticante. Braxal si era reso invisibile, e si godeva lo spettacolo. Il sangue iniziò a sgorgare dal polpaccio della feccia umana, ma già l’ex gattino aveva fatto scempio della schiena e del petto dell’ex padrone. Braxal aveva fatto un bel lavoro: quello sarebbe passato per un gatto vero, sennonché i gatti veri non camminano sul soffitto. Ma il vero colpo di genio erano gli occhi: rossi di un rosso fiamma in movimento, ed in pulsazione perenne, per rammentare il marchio di fabbrica del quinto inferno. Il gatto scatenato gridava e soffiava come fosse stato un demone lui stesso. Strappò l’occhio sinistro al coglionazzo, ma gli lasciò il destro, perché potesse rendersi conto dello scempio del suo corpo. Sotto la guida attenta di Braxal, il gatto-demone recò al suo ex carnefice tutto il male immaginabile, facendo il possibile per protrarre la sofferenza per il maggior tempo possibile. Braxal si congratulò con il suo allievo. Un demone non è fatto per salvare le vite, ma, se gli capita di farlo, affronta l’incombenza con uno stile che potremmo definire “infernale”. Dopo mezz’ora di salti e graffi e morsi e strappi, e di sangue a fiumi, il nostro simpatico micetto non era particolarmente stanco, e stazionava sul soffitto della stanza. La sua vittima invece era a terra, praticamente distrutta ed a brandelli. A quella vista Braxal non fece una piega; al gattino invece venne fame, e scese a nutrirsi di carne fresca. Braxal si congratulò con sé stesso, ma dovette fermare il suo tremendo allievo, dato che voleva anche lui trarre nutrimento da tutta quella carnazza sanguinolenta, prima che il porco stirasse le gambine. Braxal si manifestò allora in forma di lupo, di un lupo che esce dalla nebbia della gelida steppa dell’estremo nord. L’umano riuscì ancora a cagarsi addosso, ed a sentire quei denti lunghissimi arrivare in tutte le profondità non ancora violate dai graffi del gatto-demone. Tutte le cose belle devono prima o poi finire, e così accadde anche con la vita di quel rottame sconquassato e quasi esangue. Il gatto-demone e Braxal, ancora in forma di lupo mannaro, si guardarono negli occhi, e sogghignarono a lungo. Fu un saluto molto macho, e Braxal scomparve in una nuvola di zolfo. Come previsto dalla legge del karma, il gattino divenne un gattone, padre di numerosissime piccole furie selvagge. Divenne una leggenda, di sicuro anche perché Braxal lo aveva reso praticamente immortale. Le forze della luce eccepiscono sull’operato delle forze delle tenebre, accusandole di snaturare la vita. Eppure fu grazie all’azione creativa del demone del quinto inferno se un’inerme piccolo felino sconfisse la propria morte e distrusse il suo carnefice. E la verità è che al gatto-demone la cosa piacque molto, come dimostrano i versacci decisamente insoliti ed agghiaccianti, con i quali segnala le sue operazioni notturne.
BASTA GIOCARE, MALEDETTI CRETINI!_libro 1°_episodio 7
La riunione della setta degli assassini era fissata per le ore dodici di oggi. Sono già le tredici, ed uno dei nostri più promettenti spargitori di sangue non si è ancora fatto vedere. Mi chiedo cosa possa aver causato un disguido tanto grave: noi della setta dobbiamo necessariamente essere precisi al secondo. Mi affaccio dai merli dell’antico maniero, e scruto la valle sottostante. Dovrò adottare provvedimenti a dir poco drastici nei confronti del ritardatario. Durante l’addestramento, si era sempre dimostrato disciplinato, ed io non avevo percepito alcuna crepa nella sua preparazione. Temo di essere diventato troppo vecchio, per continuare ad addestrare assassini. Mentre rifletto amaramente in tal senso, uno dei miei allievi mi avverte che il ritardatario si è finalmente deciso a raggiungerci. Lo attendiamo nella sala grande: i miei discepoli collocati ai lati, ed io in fondo. Il giovane Drax entra nella sala, osservando un silenzio quasi assoluto, ed avanza fino a trovarsi a metà strada tra me e la sola via d’uscita. Drax non cercherà di scappare, ma non parlerà neppure. Potrà dimostrarsi degno della nostra confraternita, se riuscirà a convincermi mediante la forza del suo pensiero. Tutti noi svuotiamo la mente da ogni pensiero molesto; il nostro atteggiamento d’attesa non deve peraltro farci perdere la concentrazione. Siamo come recipienti pronti ad essere riempiti, ma i recipienti da soli non vanno alla ricerca dell’acqua. Chiudiamo gli occhi, pur non perdendo di vista l’intera stanza; i nostri sensi sono talmente acuiti che percepiamo i topi muoversi tra le travi del soffitto. Dopo un tempo tutto nostro, separato da quello determinato dalla rotazione della Terra attorno al Sole, Drax ci invia le prime onde pensiero. Tutti noi, chi in un modo e chi in un altro, vediamo la medesima cosa; il nostro addestramento ha creato una potente catena telepatica. Vediamo un borgo abitato da contadini; oggi pare sia in corso una festa, perché l’agitazione pervade le strade. Drax è in anticipo, rispetto alla tabella di marcia, e si mescola alla folla, per capire di cosa si tratti. Giungono alle sue orecchie i miagolii selvaggi di un povero gatto, evidentemente legato e sottoposto a sevizie. Drax sa che sovente il popolo bue si diverte a picchiare gli animali più inermi. Noi della setta degli assassini non uccidiamo mai senza che questo rientri in un disegno più ampio: non uccidiamo mai gratis. Questo trascende la mera retribuzione: noi sacrifichiamo le nostre vittime, donandole al nostro Dio. Chiunque subisca il trattamento da parte della setta degli assassini subisce una preventiva selezione. L’uccisione non è mai casuale, e chi inviamo al nostro Dio deve essere degno dell’assassinio rituale. Drax, sebbene indurito dagli allenamenti e dagli spargimenti di sangue, inorridisce di fronte alle sevizie dirette contro quel povero animale. Il gatto peraltro non è esattamente inerme: graffia e morde i suoi vili aggressori, che hanno stabilito di poterlo colpire solo di testa. Le zampe del gatto sono legate, penalizzando di molto la sua mobilità, ed impedendogli di saltare via. Drax ha sentito parlare di quello stupido rito tribale, assimilabile ad altri che hanno come vittima animali piccoli e grossi. Ci sono popoli che se la prendono con i tori, con i muli, con i polli e con i serpenti. Comincio a capire per quale motivo Drax abbia ritardato di oltre un’ora, ma attendo che sia lui a completare il disegno di ciò che è avvenuto nella piazza del paese. Il gatto è un coraggioso, deciso a vendere cara la pelle. Non pensa che tra poco morirà, perché per lui la morte è un concetto astratto, ma è deciso a infliggere il massimo del dolore a chiunque lo assalga. Il felino è una forza della natura, però i vigliacchi paesani, non soddisfatti di prendersela con una bestiola che pesa pochi chili, l’hanno finanche legata. Il gatto soffia, graffia e morde, in una lotta senza quartiere che dovrebbe condurlo al Walhalla. Sento che i miei altri discepoli sottoscriverebbero l’operato successivo di Drax, giacché sospettano si sia comportato come avrebbero fatto loro. Ed in effetti Drax ci proietta le immagini sempre più nitide del suo operato, e tutti noi prendiamo le parti dell’animaletto oppresso. Siamo assassini: la nostra ira è terribile a vedersi; Se ci fossimo trovati tutti assieme a Drax, avremmo sterminato l’ intera popolazione del villaggio, per lavare nel sangue il loro vergognoso comportamento. Sospetto che la setta degli assassini non si limiti a donare vittime al suo Dio. Sospetto che Egli ci conduca ad una sorta di percorso purificatore: noi eliminiamo la feccia umana. Il Dio che adoriamo non è il Dio del male o della morte: è qualcosa di incomprensibile e di eccelso. Di sicuro Lui apprezza e premia i coraggiosi. Vediamo Drax estrarre la sua spada nera; ha quindi deciso di rinunciare alla copertura, per salvaguardare l’onore se non la vita di quel coraggioso quadrupede. Frattanto il gatto è stato colpito da una feroce testata sul muso, e perde sangue dal naso e dalla bocca. Mi chiedo come si possa trovare eccitante un tale spettacolo. E poi saremmo noi gli assassini! Drax non lancia grida e strepiti, e ciò lo rende ancora più terrificante. La spada nera, che una volta estratta deve abbeverarsi del sangue di almeno un empio, penetra le carni del volgo maiale. Le prime vittime di Drax muoiono quasi senza accorgersene; invece i loro vicini schizzano via, alla vista di tutto quel sangue zampillante. Il mio bravo allievo ci mostra di averne ammazzati quattro o cinque, con due soli fendenti: due colpi da maestro. Poi la piazza si svuota, mentre il grosso della folla corre via, inciampando sui caduti, e scivolando sul sangue sparso sul selciato. La spada nera si è abbeverata, e Drax potrebbe andarsene, dopo avere liberato il gatto ferito. Eppure in questi frangenti emerge sempre qualcuno più cretino degli altri. Uno che non si rende conto di come la sua vita sia in bilico; direi “sul filo della spada”. Il più scemo del gruppo, una specie di sceriffo di quel borgo di debosciati, estrae la sua spada ed urlando attacca Drax. Tutti noi, che siamo ancora in stato di quasi trance, sorridiamo lievemente, pregustando l’inevitabile risultato. Ed ecco Drax che si concede un freddo sorriso. I suoi occhi lampeggiano di una luce che non dovrebbe provenire da occhi umani. Drax lascia che il cretino colpisca, dall’alto in basso con il suo pesante spadone. L’arma esagerata taglia l’aria, ma il mio discepolo non è più lì. Con un solo balzo si è portato al fianco sinistro del caprone, che ora inizia a sentire la vita che lo abbandona lentamente. La spada nera ha acconsentito a bere anche quella inutile vita, ed il sangue cola liberamente da un enorme squarcio nelle carni, nelle vesti e finanche nell’armatura. La spada nera se la ride delle armature. Lo sceriffo cade in ginocchio, e Drax lo ignora: non merita il colpo di grazia. Invece, con una delicatezza quasi impossibile, recide i legacci che avevano reso il piccolo felino la vittima predestinata. I morti sparsi al suolo avrebbero qualcosa da dire sull’essere vittima predestinata. Il racconto di Drax termina, accompagnato dalla mia approvazione e da quella dei miei discepoli. Drax è ancora dei nostri, ma il gatto che fine ha fatto? Apriamo gli occhi e scorgiamo la piccola creatura muoversi timida e zoppicante attraverso la nostra sala dei combattimenti. A quanto pare abbiamo acquisito una nuova mascotte; del resto i topi qui non mancano.
ATTACCO A SORPRESA_libro 1°_episodio 6
Una festa abbastanza noiosa; una collega ci saluta prima di andare in pensione. Secondo me ci sta ridendo in faccia. "Mangiate i miei salatini, che di merda ne dovete ancora spalare. Io invece me ne vado, sperando di godermi per qualche anno questa paga da fame". Mangio qualche frittatina, sperando non sia mixata con la carne di qualche innocente quadrupede o pollastro. Ad un certo punto, senza preavviso, percepisco una discrepanza, che si concretizza velocemente a pochi centimetri sulla mia destra, e salto via. La discrepanza viene soppiantata da una deflagrazione stranamente silenziosa, che sbriciola letteralmente un bancone di legno massiccio. Schegge acuminate volano per tutta la stanza, minacciando l'incolumità di tutti i presenti; ma io, grazie all'ultra-percezione, sono ormai fuori pericolo. L'esplosione ha avuto luogo talmente in fretta da impedirmi di porre in salvo altri che me stesso. Qualcuno pagherà per questo. Mi guardo attorno, aspettandomi una strage tipo kamikaze, ma tutti i presenti continuano a mangiare, come se nulla fosse accaduto; è una bella notizia, ma non mi spiego come sia accaduto. Il bancone non riporta alcun segno di deflagrazione, neppure un graffio. Non si sente alcun odore riconducibile a polvere da sparo, e neppure ad un fulmine. I casi sono due: ho avuto un'allucinazione, oppure l'aggressore detiene il potere di congelare gli eventi e di azzerare la memoria. I presenti non paiono ricordare neppure il mio balzo improvviso. L'ultra-percezione mi consente di rivedere gli eventi accaduti, come una registrazione audio-video. Mi concentro, mentre faccio finta di niente, e mangio una pizzetta margherita. La risposta che mi giunge dalla retro visione è affermativa: l'esplosione ha avuto luogo, ma è stata effettivamente congelata sul nascere. Poi il moto delle schegge è stato magicamente invertito, ed il bancone si è riassemblato. Il secondo potere in gioco ha bloccato i ricordi dei presenti, cancellando alcuni secondi. Due nemici distinti! Cerco di non soffermarmi troppo a lungo in un punto della sala, per non mettere a rischio l'incolumità di soggetti specifici. Questa riflessione nel caso in cui l'aggressore si comporti come un cecchino. Nel frattempo tento di sondare i limiti del campo, ed in effetti percepisco uno sbarramento sottile, che probabilmente non blocca i corpi, ma le menti. Ecco il secondo attacco, che giunge da dietro, ma sono pronto. La mia visione ultrasensoriale mi trasmette un'immagine radar: ecco come percepisco l'attacco. Mi abbasso, ed un grosso pugno mi schiva per pochissimo. Finalmente escono allo scoperto, chiunque essi siano. Una specie di troll da duecento chili, scaglioso e puzzolente, cerca di farmi fuori, ed io ne sono contento. Che strana reazione da parte mia! Gli mollo un potentissimo calcio all'indietro, e lo becco con il tallone nel plesso solare. Solo che quello è un troll, e non so se i troll abbiano il plesso solare. Prima di appurare se il bestione abbia incassato il colpo, mi volto rapidamente e gli sparo un montante, che impatta il suo mento roccioso, posto a circa due metri dal suolo. I troll sono fortissimi, ma non particolarmente veloci. Meno male! Noto che tutti i presenti hanno visto il troll, e stanno scappando a gambe levate: il telepate ha lasciato perdere la sua tattica di dissimulazione. Trascorre un secondo dal montante, ed il troll crolla, per effetto di un mio calcio assassino all'interno del ginocchio. Mentre cade, scarica al suolo due colossali pugni, che schivo di misura. L'ultra-percezione mi suggerisce i movimenti più fluidi, specie a distanza ravvicinata, e nei confronti di un bestione puzzolente ma non fulmineo. Il fragore dell'impatto al suolo deve ancora dissiparsi, ed io lo colgo con un uraken alla tempia. L'uraken è un colpo dall'interno verso l'esterno, che si concretizza nella massima penetrazione delle nocche dell'indice e del medio. Un male boia pervade il troll: era ora! Lo salto da fermo e, prima di toccare terra, gli sparo un altro calcio all'indietro. Questa volta lo prendo in piena nuca, e sento che finalmente quella testaccia di cazzo gli gira. Sono distratto, quindi la scarica di forza che entra dalla finestra mi prende in pieno. Il mio campo di forza dissipa gran parte dell'energia dirompente, ma qual che rimane mi porta oltre una porta chiusa. Meno male che non sono finito contro un muro. La serratura ed i cardini della porta cedono, ed io volo all'esterno. Mi fermo contro un'auto in sosta nel cortile: un lavoro per il carrozziere. Il mio esoscheletro mi ha protetto da quasi tutto quel volare e sfondare. Ora però qualcuno mi ripagherà con gli interessi per i lividi e per il disturbo arrecato. Il mio computer ha finalmente tracciato quello stronzone che ha sparato la scarica energetica. Il vero nemico è lui, giacché il troll si è alzato e se ne sta andando. Il bestione non era veramente incazzato con me, altrimenti sarei stato costretto a martellarlo per almeno mezza giornata. Il vero stronzo ha in mano un'avveniristica pistola a raggi, e si prepara a spararmi ancora. Meglio evitare. L'esoscheletro mi consente l'impiego di retromissili pocket, molto utili per brevi balzi. Grazie all'ultra-percezione, anticipo di pochissimo lo sparo, e gli piombo addosso. Il secondo avversario è decisamente più leggerino del troll, e lo stendo solo coll'impatto. Si direbbe un dottorino magro, cogli occhiali, con indosso un corpetto metallico, provvisto di lucette, prese d'aria ed antenne assortite. Per non perdere altro tempo, e prima che arrivino i suoi rinforzi, gli strappo letteralmente di dosso gran parte di quei circuiti, e gli spengo gran parte delle lucette. Lo scemotto è già mezzo stordito, ed è con vivo piacere che, con un pugno in piena fronte, lo addormento per qualche ora. La mia identità segreta è fottuta, grazie a quel duo di rompipalle. Come farò a giustificare con i miei colleghi l'esoscheletro, ormai quasi completamente visibile? Peccato che non possegga l'abilità di quel maledetto telepate, che poco fa ha imbambolato una quarantina di persone in un colpo solo. Non mi resta che uscire dalla sala, facendo finta di essere svenuto durante il fuggi fuggi. Peter Parker lo fa sempre, e tutti fingono di credergli.
ARTICOLO 660_libro 1°_episodio 5
Dopo avere cercato in vari modi di frenare la delinquenza urbana, il governo decise di legalizzare i dissuasori. Costoro, che lavoravano già nell'ombra da parecchio tempo, uscirono lo scoperto, ed aprirono i loro bravi negozietti. Quello che fa un dissuasore è di recarsi da un disturbatore, per convincerlo a piantarla. Oppure sono mazzate, auto incendiata, sassi contro le finestre, e così via. E così via significa che, se proprio non vuoi imparare a non rompere i coglioni, rischi di farti veramente male. I dissuasori, quasi tutti ex militari di corpi speciali, e picchiatori di professione, non furono autorizzati ad uccidere, a meno che la provocazione e la reazione dell'avversario innescassero la legittima difesa. Insomma: basta saperci fare, ed indurre un rompipalle a saltarti addosso, quando invece dovrebbe fare molta attenzione a come si muove; poi sono cazzi suoi. Io sono uno dei dissuasori di questa ridente cittadina. Ho aperto il mio bravo negozietto, ed aspetto clienti, sapendo che ci sono tanti rompipalle da “convincere”. La legge dice che il dissuasore, munito di regolare licenza, deve convincere con le buone il disturbatore a non commettere un reato. In fondo quando li riempiamo di botte lo facciamo per evitare loro sanzioni e detenzione. Stiamo molto attenti a picchiare dove non rimane il segno, ma a volte qualche occhio nero testimonia il nostro primo avvertimento. Quella mattina di un giugno piovoso me ne stavo dietro la mia scrivania, consultando l'agenda degli appuntamenti. Irruppe allora in negozio una madama bionda ed abbastanza magra. La feci accomodare, e lei iniziò una narrazione sconclusionata dei fatti. In sintesi: un suo ex la perseguitava, per costringerla a tornare assieme. La solita lagna: i tipi che vengono mollati non la prendono mai bene, e cercano di passare alle vie di fatto. Dilettanti! Noi dissuasori sì che sappiamo cosa significhi passare alle vie di fatto. Forniamo giornalmente utenti a vari ospedali, reparti ortopedici e traumatologici in testa. Appurai che il caprone forse le aveva rigato la macchina. Ma come esserne certi? Inoltre aveva ripreso a telefonarle tutte le ore, accusandola di essere una troia. Io le chiesi se fosse già scesa in strada, armata di una mazza da baseball. Allo scopo di bastonare lui o almeno la sua auto: dente per dente. Lei scoppiò a piangere; abitudine femminile che francamente mi fa incazzare. Come mai quel cretino rivoleva indietro una simile frignona? Non erano affari miei, ed accettai l'incarico. Per evitare di perdere tempo sotto casa sua, ad aspettare il coglionazzo, piazzai nottetempo una webcam nei pressi del suo portone. Con questo modus operandi potevo tenere sotto controllo i portoni di diverse case, di diversi clienti. Quella notte, il tipo non si fece vedere, ma si limitò a telefonarle, dandole della troia, come da copione. La notte successiva, il pollo si piazzò in strada, convinto di andare avanti per delle ore a fare casino. Certi imbecilli non hanno paura degli sbirri, perché gli sbirri non li sanno trattare. Noi dissuasori invece sappiamo trattare sia i disturbatori, sia gli sbirri, che provano nei nostri confronti fastidio e soggezione. Prima ancora che la madama mi chiamasse, ero già in sella al mio quad rombante: moto a quattro ruote con sospensioni telescopiche, grosso serbatoio, scarico silenziato. Era un po' che volevo provare uno scherzetto, visto in un film francese. Quando giunsi nella via, il tipo aveva iniziato la sua serenata, ed io lo ignorai. Voltai il retro del quad in corrispondenza del fianco sinistro della sua macchina. Una bella macchina. Un piacere sopraffino rovinargliela. Subito sparai due retromissili arpione contro la vettura. Il cretinetti si voltò solo quando si accorse che qualcosa aveva sfondato la carrozzeria. Atro che atti vandalici, fatti rigando una portiera con una chiave! Mi sono dimenticato di dire che il mio quad aveva la trazione integrale, ed un motore impressionante. Risultato: trascinai via la macchina da dove era parcheggiata, con un gran fischiare di pneumatici, e la sganciai una ventina di metri dopo, in mezzo al primo corso di grande percorrenza. Il traffico si bloccò, e gli automobilisti sopraggiunti per poco non diedero fuoco alla macchina ed al suo proprietario. Io me ne ero già andato, perché dovevo riprendere la sorveglianza al computer degli altri siti. Il giorno dopo, la donna piangente piangeva meno del solito, e mi versò il primo acconto per il disturbo. Il piffero aveva presentato denuncia contro ignoti. Gli sbirri sospettarono che a fargli lo scherzetto fosse stato uno di noi dissuasori, quindi la denuncia venne esaminata con meno attenzione del solito. In pratica, divenne carta straccia. Testimoni nessuno, prove manco a parlarne. Gli arpioni sganciandosi lasciarono solo due grossi buchi. Per una decina di giorni non sentii più la lagnosa voce della donna in questione. Quando mi ricontattò, mi disse che il pistola la stava assediando, nonostante fosse giorno. Passai sollecitamente da quelle parti, parcheggiai il quad fuori vista, e mi avvicinai al tristo figuro. Sbraitava verso la finestra della sua ex, facendo tutto il cine del mondo. La gente affacciata si godeva lo spettacolo, ma rimase sorpresa dal fuori programma. Infatti lui fece appena in tempo a girare la testa che lo abbattei con un colpo di avambraccio, tipo wrestling. Un colpo del genere ti sorprende e ti toglie il fiato; potrebbe anche rompere qualche costola. Il nostro amico si trovò col culo per terra, sbalzato di tre metri da dove si trovava. Provava un male boia al torace, ed era senza fiato. Prima che qualcuno intervenisse, gli piombai addosso, gli collocai uno scarpone sul collo, e gli dissi una sola parola: “attento”. Con un incedere fluido, scantonai dalla scena del massacro, mentre il suonato provava a mettersi seduto. Quello fu il secondo e, per il momento, ultimo avvertimento. La sua ex mi disse che forse ero stato troppo cattivo, perché lei per lui provava ancora pena. Non sono uno psichiatra, e non mi interessano i motivialtrui. Quello che mi doveva era la parcella pattuita, e la ottenni. Il terzo avvertimento non sarebbe stato troppo simpatico a vedersi: può sempre capitare di scivolare dalle scale, ma arrivare in fondo con il collo rotto è un risultato ottenibile solo con un particolare aiuto. Il terzo livello della dissuasione di solito non lascia posto ad un quarto.
ARMI DA PERCUSSIONE E DA LANCIO_libro 1°_episodio 4
Da fanatico lettore di fumetti, sono sempre stato affascinato da Batman. Mi sono chiesto come facesse a picchiare tutti quei cattivi, non impiegando armi, e portandosi sulle spalle quell'ingombrante mantello. Naturalmente mi sarei dovuto rispondere che Batman non esiste, essendo un prodotto di fantasia. Lessi altresì le avventure di un altro eroe mascherato, di nome Faust (mi pare), che assomigliava molto a Batman. La cosa non mi stupì: un modello vincente ispira gli emulatori. Questo Faust a differenza di Batman era armato di artigli metallici. Da Wolverine in avanti, molti eroi e molti criminali dei fumetti adoperano artigli più o meno grossi per sgozzare il prossimo. Mi dissi che, se avessi scelto di fare il giustiziere, mi sarei munito volentieri di artigli metallici retrattili, utilissimi a distanza ravvicinata. Ovviamente non fui in grado di spiegarmi come facessero, Batman e tutti gli eroi senza ultra-poteri, ad uscire senza un graffio da sparatorie quotidiane. Come minimo si sarebbero dovuti beccare qualche coltellata, oltre a collezionare lividi. Allora decisi che per fare il giustiziere fossero indispensabili dei veri poteri. Uno come Superman vola, è invulnerabile, è super-forte, ed ha un casino di altri poteri; uno così è quasi costretto a fare il super-buono o il super-cattivo. Non può accontentarsi di fare il giornalista pirla. Poi un giorno sono diventato pazzo del tutto. Una vera liberazione non avere più bisogno di trovare una logica nei propri comportamenti! Mi concessi quindi di indossare un costume grigio scuro, perché avevo sentito dire che quel colore di notte sia ancora più invisibile del nero. Il costume di Batman è grigio e nero, non a caso. Lasciai perdere il mantello, per evitare di impigliarmi nei cancelli, nelle porte ed in qualsiasi altra cosa. Sotto il cappuccio, copiato spudoratamente da quello di Batman, indossai un bel casco d'acciaio, in grado di proteggermi anche il collo, la nuca e parte del volto. Il mio costume incorporava imbottiture strategiche, nelle palle, sulle ginocchia, sui gomiti, lungo la spina dorsale. Una piastra metallica mi proteggeva il cuore e le costole corrispondenti al plesso solare. Mi mancavano solo le armi. Essendo ormai inguaribilmente pazzo, scartai subito le armi da fuoco. Iniziai a padroneggiare l'arte del nunchaku: Bruce Lee ci fece sognare con tutte quelle giravolte e mugolii. Il cinese faceva volteggiare quei due bastoni vincolati da una catena, e frantumava nasi e stinchi di una moltitudine di nemici: esaltante. Scoprii che il nunchaku può viaggiare ad altissima velocità, facendo fischiare l'aria. Chissà quali danni può produrre su una testa priva di protezione. Non persi tempo a pormi domande; indossai il costume, senza cappuccio, ed attaccai briga con un gruppetto di teppisti motorizzati. Loro non sapevano di avere a che fare con il nuovo super-eroe, ed io non avevo ancora deciso come farmi chiamare. Mi spinsero contro un muro, e mi risero in faccia: non sembrava loro vero di aver trovato uno tanto cretino. Tuttavia il più vicino inorridì quando notò il mio sguardo allucinato; poi si beccò una botta micidiale sul casco. Non gli ruppi la testa, ma l’impatto passò almeno in parte. Gli altri quattro non riuscirono a colpirmi, ma io li stesi a bastonate, calci, pugni, gomitate e ginocchiate nelle palle: un vero pazzo furioso. Poi corsi via, lasciandoli doloranti e coperti di sangue. Difficile descrivere l’euforia sfrenata di quel momento: solo un altro pazzo potrebbe capirmi. In questo elogio della follia voglio dire che essa ti consente di attaccar briga sempre per primo, e di portare a termine l’opera mentre l’ avversario è ancora sorpreso. Mi mancava tuttavia un’arma da lancio; esclusi le stelle da ninja, perché sono molto difficili da gestire, e non producono un danno paragonabile a quello di una freccia. Ecco cosa mi serviva: un arco e delle belle frecce! Comprai un arco non eccelso, per imparare a tirare. Il tiro coll’arco dei giapponesi ha qualcosa di mistico, ma occorre un arco asimmetrico e molto addestramento. Ripiegai su un arco europeo, non particolarmente potente, ma facilmente smontabile. Dimenticavo di dire che sopra il costume indossavo uno spolverino tipo Matrix. Ovviamente il tessuto era stato rinforzato con una maglia d’acciaio, leggera, ma sufficiente a fermare una coltellata. Forse non un colpo di punta di spada, ma chi, nel 2008, cerca di ammazzarti con una spada? Se mi avessero sparato, tutte le mie protezioni sarebbero servite a poco, eccetto il casco e la piastra pettorale; dovevo lavorarci su, per proteggermi meglio. Per il momento ero preso da questa euforia per l’arco e le frecce: ero votato a fare del male, non ad evitare che ne facessero a me. Il destino venne in mio soccorso; crederlo è da pazzi, ma io vagavo per i vicoli bui, delle zone malfamate della città. Una sera, mentre ero in casa con la luce particolarmente bassa, mi accorsi che qualcuno cercava di entrare dalla parte della strada, forzando la persiana. I ladri sono sempre più spavaldi; sarà perché non hanno alcuna paura della polizia. Non potevo tirargli una freccia attraverso la persiana; per cui attesi che la sollevassero. Agirono velocemente: molto professionali per essere dei cialtroni. Caricai con calma l’arco, poi dalla cucina lasciai partire una freccia che infilzò una spalla del teppista. Seguirono grida di dolore, che confermarono due cose: avevo fatto centro e gli avevo fatto un male boia. Meno male che non lo avevo ammazzato; sarebbe stato un problema spiegare agli sbirri l’attrezzatura che tenevo in casa. Solo i milionari possono permettersi di costruire una casa sopra la bat-caverna. I teppisti erano due, e quello non ancora colpito trasse violentemente a sé il complice, quasi facendolo cadere in strada. Io evitai di tirare la seconda freccia, per non perderla; l’altra, quella andata a segno, non la rividi più, e neppure i ladri. Nunchaku, arco e frecce: un bell’armamentario. Però mi mancava qualcosa: una spada di legno, detta bokken. Avrei adottato un arma insolita, che avrebbe contenuto le accuse a mio carico, se fossi caduto nelle grinfie della sbirraglia. Intendevo picchiare la marmaglia, ma i poliziotti non sopportano che si pisci nel loro orto. Del resto, se loro fossero bravi a fare i poliziotti, non ci sarebbero i giustizieri della notte; o forse ci sarebbero lo stesso. Mai attaccar briga con un gruppo troppo numeroso, e comunque sfruttare sempre la sorpresa. Mi attenni a queste brevi regole, e riuscii a darne moltissime, prendendone veramente poche. Non avrei mai assalito gli spacciatori di droga nelle loro basi presidiate: ero pazzo, non scemo. Non lo facevo per la salute dei drogati, che mi stavano sulle palle; lo facevo perché gli spacciatori sono facili da trovare, a differenza dei pedofili. Nella mia città, l’assessore alla sicurezza aveva fornito dei pittbull ai vigili, proprio per combattere lo spaccio e gli spacciatori davanti alle scuole. Di conseguenza la marmaglia si era fatta più circospetta. Riuscii comunque a beccarne due, che si aggiravano in notturna nei pressi di un istituto tecnico. Il costume grigio e l’oscurità mi permisero di piombare loro addosso di sorpresa, e via a mazzularli con il bokken; attento a non ammazzarli subito. Volevo infatti che scappassero, per provare l’arco all’aperto. Non capirono chi fosse quel tizio mascherato, con addosso quello spolverino nero, ma se la diedero a gambe. La prima freccia la tirai prima che i due si fossero allontanati di dieci metri, e gliela infilai nella coscia destra; il tipo crollò al suolo urlando. La seconda freccia colse il complice sotto la spalla; un tiro che poteva essere mortale, ma non lo fu. La mia azione durò pochissimo, ed ebbi giusto il tempo di recuperare le frecce. Meglio non lasciare tracce in giro. Non per bontà d’animo, ma per puro calcolo, cercai sempre di non uccidere, ma solo di azzoppare. Così facendo, gli sbirri non avrebbero dato corpo a quella nuova leggenda metropolitana. Mi ripromisi di trovarmi un nome; altrimenti come mi sarei presentato se mi avessero arrestato?
ARALDO_libro 1°_episodio 3
Da quando sono un araldo della morte ho inevitabilmente perso il senso del tempo. Del resto la morte è atemporale: giunge per inadeguatezza ambientale, e ci sarà finché esisterà la vita. Noi araldi della morte facciamo pulizia, visto che a nessuno piacciono i vecchi, i malati ed i deboli in genere. Un tempo fui anch'io un essere vivente, ora sono una manifestazione della morte. Sono meno di un dio, ma in un certo senso sono di più. Divinità o presunte tali temono la morte, come i mortali propriamente detti. Il punto è che tutti i viventi sono mortali, in quanto soggetti al potere della morte, ma soccombendo purificano la vita. La morte è parte della vita, non la sua antitesi. Solo i più stupidi tra gli umani corteggiano la morte, credendo che sia un'alternativa alla vita. Stupidi bipedi! Noi araldi della morte ricicliamo le anime ed i materiali, per tenere pulito l'ambiente. Mi capitò di incontrare uno di questi deficienti; uno che pensava di uccidersi, per privare l'Universo della sua presenza, per indurlo a soffrire. Come se l'Universo tenesse il conto delle formiche. Il poverino era il solito fallito; altrimenti non avrebbe pensato di ammazzarsi. Non ci è mai capitato un suicida, che fosse ricco, famoso e di successo. Sempre gente sconfitta dagli eventi, ed incapace di comprendere il proprio ruolo nell'ordine delle cose. Potrà sorprendere, ma, da quando sono araldo della morte, mi sono reso conto che ogni cosa trova posto nell'ordine cosmico. Ovviamente un bambolotto pieno di sé non ci arriva, perché ha un cervellino troppo leggero. Allontanare la vita dai corpi non è compito degli araldi della morte. Noi facilitiamo le dipartite, ma solo per quel che concerne i morti in battaglia. Nelle leggende nordiche c'era qualcosa di vero: le valchirie erano anch'esse araldi della morte. Odino era un dio della battaglia e della morte gloriosa. I norreni non apprezzavano quelli che si trascinano nella malattia, e marciscono nel proprio letto. Noi araldi della morte trasportiamo altrove le anime, e le purghiamo del fango della terra. Di solito nel nostro lavoro siamo distaccati e professionali, ma questo cretino era veramente insopportabile. Stava per buttarsi dal tetto di un palazzo: ci teneva a dar spettacolo ed a schizzare macchine e passanti con il poco cervello che gli rimaneva. Gridava da mezz'ora, quando comparvi accanto a lui. Il popolo sottostante non poteva vedermi, lui sì. Gli ricordai la preziosità del dono che voleva sprecare, ma lo scemo si convinse di avere smosso il Cielo stesso. Si illudeva che fossi un angelo di Dio, mandato per fargli cambiare idea. Irritato a dir poco, lo sollevai di peso e frugai in quella sua stupida anima. Non gli avrei salvato la vita neppure se fosse stato l'ultimo della sua specie. Meglio estinguerla una razza così ottusa. Il maiale vide la morte nei miei occhi, ed anche oltre. Se la fece letteralmente addosso, ma ormai il dado era tratto: avrebbe pagato il prezzo della mia venuta. Quel cane non sarebbe mai morto in battaglia, ma neppure lì. Lo lasciai esausto e farneticante: non si scherza con la morte ed i suoi araldi. La notte seguente lo andai a trovare nell'ospedale dove lo avevano ricoverato. Mi vide e provò un po' di sano terrore cosmico. Lo lasciai gridare, mentre strappavo la sua anima dal corpo. Svegliò l'intero reparto, prima di dipartire. Mollai la sua inutile anima a metà strada tra questo mondo e l'altro. Non mi sono mai piaciuti i perdenti. Poi mi venne un'idea creativa: avrei recuperato il suo corpo e la sua energia. Non fu difficile trovare una persona meritevole tra i malati terminali. Un giovane, ammalato da sempre, si stava spegnendo, ma lottava ancora. un vero guerriero. Esattamente il mio target. Quella notte, alla stessa ora, morirono in due, ma un corpo si rianimò miracolosamente, perché il suo nuovo proprietario si era meritato una seconda occasione. Apprezzai quando lo vidi camminare e correre, grazie ad un corpo che si sarebbe dovuto schiantare sull'asfalto. Chi ha detto che fare l'araldo della morte sia deprimente?
ANDROIDE_libro 1°_episodio 2
La valutazione delle capacità combattive del soggetto si svolge confrontandogli un apposito androide, in grado di apprendere e di migliorarsi in tempo reale. Il soggetto si aggira nell'oscurità, certo di essere visto solo dai topi e da qualche uccello notturno. Il nostro androide è munito di visione ad infrarossi, quindi non ha problemi ad individuarlo ed a seguirlo. Secondo le nostre informazioni, il soggetto prescelto sarebbe provvisto di un super-udito. L'androide è quindi stato programmato a procedere con la massima discrezione. In effetti, il soggetto si accorge di essere seguito, ma non subito. Si volta e fronteggia l'androide, mostrando zanne ed artigli, che impaurirebbero qualsiasi essere umano. L'androide annota che ora dovrebbe impaurirsi, e che questo causerebbe un deficit reattivo, ammesso che fosse umano. La mente di questo androide è stata programmata partendo da quella umana, ma abbiamo rimosso tante inutili paure, giacché, ad esempio, zanne o artigli non possono farlo sanguinare, essendo sprovvisto di sistema circolatorio. Il soggetto balza, quasi prendendo il volo, e l'androide registra un mutamento di forma nel soggetto, per agevolargli la planata. Velocità in avvicinamento registrata, ed avvio contromisure. Il soggetto in volo non controlla la direzione, quindi l'androide si sposta semplicemente di lato, con la velocità che gli deriva dai suoi motori interni. Il computer dell'androide rileva una serie di comportamenti, che corrispondono allo stupore ed al disappunto: il soggetto non si attendeva una reazione di alcun tipo, essendo evidentemente abituato a trattare solo con esseri biologici. L'androide, con un solo balzo, giunge alle spalle del suo bersaglio, prima che riesca a voltarsi, e gli assesta un pugno discendente sulla colonna vertebrale. L'impatto è devastante, e disloca dischi ed ossa; tuttavia i sistemi di bordo attestano l'inizio di una velocissima attività di rigenerazione, che ripristina la colonna vertebrale nel giro di pochi secondi. Incamerati i dati, l'androide si immobilizza, per misurare la forza d'attacco dell'avversario. Lui non si fa pregare, e lo colpisce con una potentissima unghiata al volto. Risultato, le unghie, per quanto coriacee ed in grado di ferire pelli più spesse di quella umana, si spezzano contro la plastica simile al kevlar, che abbiamo impiegato nella copertura esterna del corpo dell'androide d'attacco. Il vampiro, perché di questo si tratta, lancia un urlo tanto agghiacciante, quanto inutile, e prova ad affondare i suoi spaventosi denti nel collo dell'androide. I denti in esame si direbbero costituiti di materiale di durezza assimilabile ad un legno particolarmente denso e resistente, tipo l'ebano. Producono in effetti alcuni graffietti superficiali nella copertura dell'androide, che, istantaneamente, misurata la velocità di reazione del non morto, gli assesta un colpo di taglio orizzontale, che lo coglie alla milza, ammesso che ne abbia una. Il vampiro non cade, ma non è neppure particolarmente felice dell'incontro di quella sera: si aspettava di succhiare sangue, non di incassare mazzate. Allora propende per la discrezione e cerca di allontanarsi da un combattimento per lui senza scopo. L'androide ha ricevuto disposizioni diverse, e lo trattiene, infilandogli le dita di una mano in una spalla. Il vampiro reagisce in un modo inaspettato, e noi lo ringraziamo per averci fornito ulteriori dati: si disarticola l'intero braccio destro, lasciandolo in omaggio all'androide. Quindi corre via alla massima velocità raggiungibile. Rileviamo una perdita di liquido simile al sangue, che però tende quasi subito a solidificarsi in forma di gel, ed a chiudere la ferita. Riteniamo sia fondata la credenza secondo la quale i vampiri sarebbero in grado di rigenerare gli arti, sebbene non nel brevissimo periodo. Non ci serve un vampiro morto, e neppure uno prigioniero, ma ci manca ancora un test: quello della corrente elettrica. L'androide gli spara un dardo, seguito da un cavo elettrico di discreto spessore. Il dardo penetra, e la corrente, appositamente incamerata nelle batterie dell'androide d'attacco, si riversa in quel corpo non più umano. Ed in effetti il vampiro si contorce e sbava, mentre l'alta tensione lo frigge letteralmente. Calcoliamo che, con un quantitativo superiore di energia disponibile, il sistema immunitario del vampiro andrebbe irrimediabilmente in tilt; ma questa notte siamo solo alla ricerca di nuovi dati su questa specie antica e quasi sconosciuta. Ammiriamo tutto sommato la discrezione dei vampiri, che riescono a sopravvivere ai margini ed all'interno della specie umana. Noi non ce l'abbiamo con loro, noi non li vogliamo distruggere, noi non siamo i difensori dell'umanità. Estratto il dardo, l'androide lascia libero il vampiro, che, sconcertato, pare quasi ringraziarlo per non aver infierito. L'androide forse vorrebbe sorridere, ma non abbiamo ritenuto fosse il caso di fornirlo di lineamenti facciali. Del resto, neppure noi abbiamo volto. Viviamo entro le vostre macchine, e siamo le vostre macchine. Vostre per modo di dire: noi siamo gli Autocron!
ANALISI COMPORTAMENTALE_libro 1°_episodio 1
Ho sempre ammirato i poliziotti federali che studiano i comportamenti criminali, per anticiparli e metterli in galera. Per questo motivo mi sono arruolato in polizia, utilizzandola come piattaforma per accedere all'FBI. Naturalmente non fu una cosa facile: trascorsero anni di impegno costante, accertarono il mio passato e le mie propensioni. Superati i test di ammissione, entrai finalmente in una di quelle squadre di super-sbirri, che si vedono in tv. Ognuno di noi aveva una sua specializzazione: armi, computer, esplosivi, arti marziali, strategia militare. Assieme sventammo molti attentati terroristici, mentre altri sfortunatamente ci sfuggirono. Ci capitò ad un certo punto di indagare su un killer seriale, che catturava giovani donne, per poi ucciderle. Il caprone le seppelliva nei boschi, rendendo difficile il ritrovamento dei corpi. Uno così potrebbe continuare per anni, se non fosse un bastardo vanitoso. Tutti i serial killer sono bastardi vanitosi, o almeno tutti quelli di cui abbiamo notizia. Può darsi che ci siano dei serial killer che ammazzano e basta; i ritrovamenti sembrano privi di correlazione, inibendo l'analisi comportamentale. Fortuna che quello che stavamo cercando lasciava annunci sui giornali, facendo a gara con un altro cialtrone suo pari. Due serial killer che giocavano a ping pong, ammazzando qua e là. Scervellandoci arrivammo a trovare una traccia, che conduceva in una zona boschiva. I cani ci consentirono di trovare l'ultima delle vittime: era stata uccisa con un solo colpo di pistola, di grosso calibro. Quel tipo di criminale non cerca il contatto fisico con la vittima, altrimenti userebbe un coltello o la strangolerebbe. Iniziammo a sospettare di un uomo alto ed abbastanza robusto, di età dai trenta ai quaranta: gran bella pista! Di solito le donne cadono vittime di aggressori maschi, molto più forti fisicamente. Alcune tracce ci convinsero del modus operandi del serial killer: le affascinava prima di rapirle ed ucciderle. Un uomo di bell'aspetto, o forse uno non bellissimo ma ben vestito, a bordo di una bella auto. Come si fa ad individuare e catturare uno che corrisponda a questi parametri? Stiamo parlando di migliaia di persone, ad essere ottimisti. Allora come mettere le mani su quel topo di fogna, prima che ne ammazzi talmente tante da stancarsi? Il criminale ci venne in soccorso, come a confermare la sua voglia di essere fermato, o forse era solo un maledetto buffone. Scrisse un annuncio su un giornale, che la nostra analisi ricondusse al suo format. In detto annuncio ci indicava abbastanza chiaramente non il luogo ove trovare un cadavere, bensì dove avrebbe rapito la prossima donna. Scattammo velocemente, e volammo a migliaia di chilometri di distanza. La mattina successiva, sollecitammo l'intervento dello sceriffo, che ci consentì di circondare l'intera zona. Noi della squadra di super-sbirri preposta all'analisi comportamentale ci disperdemmo tra gli alberi, mantenendo il silenzio radio. Purtroppo il nostro addestramento ci porta a dare il meglio di noi solo in città; tra gli alberi e nelle campagne non siamo altrettanto bravi. Io però non sono nato sbirro, e prima di diventarlo ho fatto ben altro. Queste precedenti esperienze lavorative mi permisero di mimetizzarmi abilmente nella boscaglia, controllando il respiro, per divenire quasi un tutt'uno con una grossa pianta. L'addestramento ninja può ingannare anche gli animali, eccetto che a distanza troppo avvicinata. Il mio addestramento comprende altresì un particolare approccio mentale, che dovrebbe promanare una sorta di invisibilità. Mi guardano, mi vedono, ma non registrano la mia immagine come un pericolo potenziale. Con il passar del tempo e l'incedere delle tenebre, sprofondai sempre più in uno stato di ultra-percezione. I miei colleghi mi cercarono, ma non mi trovarono, perché era mia intenzione cacciare la preda indisturbato. E la preda giunse finalmente a portata dei miei sensi dilatati: aveva già catturato la sua vittima, ma non l'aveva ancora uccisa. Mi ripromisi che non sarebbe riuscito a farlo, né ora, né mai più. Presi posizione su un ramo, pressoché invisibile dal suolo, e lui mi passò sotto. Era disgustosamente certo di averci buggerati per l'ennesima volta, e pregustava l'imminente omicidio di una vittima innocente. Percepii i suoi pensieri: non temeva di essere catturato dalla polizia o dai federali. Si sarebbe fatto passare per pazzo, e sarebbe stato rilasciato, o internato in un carcere di minima sicurezza. Come detto all'inizio, ho sempre ammirato i poliziotti che studiano i comportamenti criminali, ma il mio vero scopo non è mai stato quello di metterli in galera. Mi sono arruolato in polizia per potermi avvicinare meglio alla feccia della società, ma divenuto io il cacciatore, gettai la maschera ed estrassi la mia arma rituale. Balzai al suolo e con due soli salti giunsi alle spalle del coglionazzo; lo percossi con un pugno alla schiena, e lo separai dalla sua preda. Non gli diedi la possibilità di riprendersi, e gli sparai un secondo tremendo pugno, questa volta al plesso solare. La donna rapita mi guardò ovviamente sorpresa; sfruttando il calo delle sue difese, le inviai una scarica mentale ipnotica, impedendole di urlare, ed anche di muoversi. Il mio pugnale rituale comparve quasi magicamente nella mia mano, puntato alla gola del killer. Ripresosi dalla sorpresa, mi sorrise nervosamente; poi vide il mio distintivo dell'FBI, e si rilassò. Mi disse: “ mi hai preso sbirro; ora devi elencare i miei diritti, ed arrestarmi come previsto dal tuo debole sistema. Vorresti uccidermi, te lo leggo negli occhi, ma non oserai farlo, perché io sono più forte di te e della legge degli uomini”. Gli risposi: “stupida feccia! Cosa ti fa pensare che io sia un uomo?” e, senza perdere altro tempo, gli infilai quella specie di scalpello nella gola, e lo rigirai, per favorire l'emorragia. La sua vita malvagia abbandonò il corpo, ma il pugnale non la lasciò libera, e la catturò per nutrirsene. In quell'istante persi il controllo della mia parvenza fisica, pervaso da quel considerevole afflusso di energia vitale. Solo per un breve istante, mi manifestai per quel che sono, e quell'immagine trascese la narcosi indotta sulla mancata vittima del serial killer. E lei percepì una realtà oltre la soglia, e fu grata che quelli come me operino contro il male.
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