martedì 29 dicembre 2009
ARMI DA PERCUSSIONE E DA LANCIO_libro 1°_episodio 4
Da fanatico lettore di fumetti, sono sempre stato affascinato da Batman. Mi sono chiesto come facesse a picchiare tutti quei cattivi, non impiegando armi, e portandosi sulle spalle quell'ingombrante mantello. Naturalmente mi sarei dovuto rispondere che Batman non esiste, essendo un prodotto di fantasia. Lessi altresì le avventure di un altro eroe mascherato, di nome Faust (mi pare), che assomigliava molto a Batman. La cosa non mi stupì: un modello vincente ispira gli emulatori. Questo Faust a differenza di Batman era armato di artigli metallici. Da Wolverine in avanti, molti eroi e molti criminali dei fumetti adoperano artigli più o meno grossi per sgozzare il prossimo. Mi dissi che, se avessi scelto di fare il giustiziere, mi sarei munito volentieri di artigli metallici retrattili, utilissimi a distanza ravvicinata. Ovviamente non fui in grado di spiegarmi come facessero, Batman e tutti gli eroi senza ultra-poteri, ad uscire senza un graffio da sparatorie quotidiane. Come minimo si sarebbero dovuti beccare qualche coltellata, oltre a collezionare lividi. Allora decisi che per fare il giustiziere fossero indispensabili dei veri poteri. Uno come Superman vola, è invulnerabile, è super-forte, ed ha un casino di altri poteri; uno così è quasi costretto a fare il super-buono o il super-cattivo. Non può accontentarsi di fare il giornalista pirla. Poi un giorno sono diventato pazzo del tutto. Una vera liberazione non avere più bisogno di trovare una logica nei propri comportamenti! Mi concessi quindi di indossare un costume grigio scuro, perché avevo sentito dire che quel colore di notte sia ancora più invisibile del nero. Il costume di Batman è grigio e nero, non a caso. Lasciai perdere il mantello, per evitare di impigliarmi nei cancelli, nelle porte ed in qualsiasi altra cosa. Sotto il cappuccio, copiato spudoratamente da quello di Batman, indossai un bel casco d'acciaio, in grado di proteggermi anche il collo, la nuca e parte del volto. Il mio costume incorporava imbottiture strategiche, nelle palle, sulle ginocchia, sui gomiti, lungo la spina dorsale. Una piastra metallica mi proteggeva il cuore e le costole corrispondenti al plesso solare. Mi mancavano solo le armi. Essendo ormai inguaribilmente pazzo, scartai subito le armi da fuoco. Iniziai a padroneggiare l'arte del nunchaku: Bruce Lee ci fece sognare con tutte quelle giravolte e mugolii. Il cinese faceva volteggiare quei due bastoni vincolati da una catena, e frantumava nasi e stinchi di una moltitudine di nemici: esaltante. Scoprii che il nunchaku può viaggiare ad altissima velocità, facendo fischiare l'aria. Chissà quali danni può produrre su una testa priva di protezione. Non persi tempo a pormi domande; indossai il costume, senza cappuccio, ed attaccai briga con un gruppetto di teppisti motorizzati. Loro non sapevano di avere a che fare con il nuovo super-eroe, ed io non avevo ancora deciso come farmi chiamare. Mi spinsero contro un muro, e mi risero in faccia: non sembrava loro vero di aver trovato uno tanto cretino. Tuttavia il più vicino inorridì quando notò il mio sguardo allucinato; poi si beccò una botta micidiale sul casco. Non gli ruppi la testa, ma l’impatto passò almeno in parte. Gli altri quattro non riuscirono a colpirmi, ma io li stesi a bastonate, calci, pugni, gomitate e ginocchiate nelle palle: un vero pazzo furioso. Poi corsi via, lasciandoli doloranti e coperti di sangue. Difficile descrivere l’euforia sfrenata di quel momento: solo un altro pazzo potrebbe capirmi. In questo elogio della follia voglio dire che essa ti consente di attaccar briga sempre per primo, e di portare a termine l’opera mentre l’ avversario è ancora sorpreso. Mi mancava tuttavia un’arma da lancio; esclusi le stelle da ninja, perché sono molto difficili da gestire, e non producono un danno paragonabile a quello di una freccia. Ecco cosa mi serviva: un arco e delle belle frecce! Comprai un arco non eccelso, per imparare a tirare. Il tiro coll’arco dei giapponesi ha qualcosa di mistico, ma occorre un arco asimmetrico e molto addestramento. Ripiegai su un arco europeo, non particolarmente potente, ma facilmente smontabile. Dimenticavo di dire che sopra il costume indossavo uno spolverino tipo Matrix. Ovviamente il tessuto era stato rinforzato con una maglia d’acciaio, leggera, ma sufficiente a fermare una coltellata. Forse non un colpo di punta di spada, ma chi, nel 2008, cerca di ammazzarti con una spada? Se mi avessero sparato, tutte le mie protezioni sarebbero servite a poco, eccetto il casco e la piastra pettorale; dovevo lavorarci su, per proteggermi meglio. Per il momento ero preso da questa euforia per l’arco e le frecce: ero votato a fare del male, non ad evitare che ne facessero a me. Il destino venne in mio soccorso; crederlo è da pazzi, ma io vagavo per i vicoli bui, delle zone malfamate della città. Una sera, mentre ero in casa con la luce particolarmente bassa, mi accorsi che qualcuno cercava di entrare dalla parte della strada, forzando la persiana. I ladri sono sempre più spavaldi; sarà perché non hanno alcuna paura della polizia. Non potevo tirargli una freccia attraverso la persiana; per cui attesi che la sollevassero. Agirono velocemente: molto professionali per essere dei cialtroni. Caricai con calma l’arco, poi dalla cucina lasciai partire una freccia che infilzò una spalla del teppista. Seguirono grida di dolore, che confermarono due cose: avevo fatto centro e gli avevo fatto un male boia. Meno male che non lo avevo ammazzato; sarebbe stato un problema spiegare agli sbirri l’attrezzatura che tenevo in casa. Solo i milionari possono permettersi di costruire una casa sopra la bat-caverna. I teppisti erano due, e quello non ancora colpito trasse violentemente a sé il complice, quasi facendolo cadere in strada. Io evitai di tirare la seconda freccia, per non perderla; l’altra, quella andata a segno, non la rividi più, e neppure i ladri. Nunchaku, arco e frecce: un bell’armamentario. Però mi mancava qualcosa: una spada di legno, detta bokken. Avrei adottato un arma insolita, che avrebbe contenuto le accuse a mio carico, se fossi caduto nelle grinfie della sbirraglia. Intendevo picchiare la marmaglia, ma i poliziotti non sopportano che si pisci nel loro orto. Del resto, se loro fossero bravi a fare i poliziotti, non ci sarebbero i giustizieri della notte; o forse ci sarebbero lo stesso. Mai attaccar briga con un gruppo troppo numeroso, e comunque sfruttare sempre la sorpresa. Mi attenni a queste brevi regole, e riuscii a darne moltissime, prendendone veramente poche. Non avrei mai assalito gli spacciatori di droga nelle loro basi presidiate: ero pazzo, non scemo. Non lo facevo per la salute dei drogati, che mi stavano sulle palle; lo facevo perché gli spacciatori sono facili da trovare, a differenza dei pedofili. Nella mia città, l’assessore alla sicurezza aveva fornito dei pittbull ai vigili, proprio per combattere lo spaccio e gli spacciatori davanti alle scuole. Di conseguenza la marmaglia si era fatta più circospetta. Riuscii comunque a beccarne due, che si aggiravano in notturna nei pressi di un istituto tecnico. Il costume grigio e l’oscurità mi permisero di piombare loro addosso di sorpresa, e via a mazzularli con il bokken; attento a non ammazzarli subito. Volevo infatti che scappassero, per provare l’arco all’aperto. Non capirono chi fosse quel tizio mascherato, con addosso quello spolverino nero, ma se la diedero a gambe. La prima freccia la tirai prima che i due si fossero allontanati di dieci metri, e gliela infilai nella coscia destra; il tipo crollò al suolo urlando. La seconda freccia colse il complice sotto la spalla; un tiro che poteva essere mortale, ma non lo fu. La mia azione durò pochissimo, ed ebbi giusto il tempo di recuperare le frecce. Meglio non lasciare tracce in giro. Non per bontà d’animo, ma per puro calcolo, cercai sempre di non uccidere, ma solo di azzoppare. Così facendo, gli sbirri non avrebbero dato corpo a quella nuova leggenda metropolitana. Mi ripromisi di trovarmi un nome; altrimenti come mi sarei presentato se mi avessero arrestato?
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