La giuria si ritira nell'apposita sala, per discutere se l'imputato meriti la pena di morte. Ha violentato ed ucciso una bambina, e pare che tutte le prove depongano contro di lui. Il problema è che nella giuria c'è gente che ha tempo da perdere, e pruriti al culo. C'è gente che parla per parlare, ed ama passare le carte da una scrivania all'altra. Intanto in prossimità della giuria, eppure lontanissimo dalla loro percezione, il boia affila la sua lama. Nessuno lo ha chiamato, e la giuria non sa di lui; lui è consapevole della giuria, ma non se ne cura. La riunione della giuria è lunghissima e snervante. Decidere della vita di un essere umano può essere molto faticoso, visto che non tutti siamo nati per somministrare la morte. La gran parte dei componenti della giuria si chiede però perché ci sia gente che deve cavillare anche quando non ci sono dubbi di sorta. Il maiale che ha ucciso la bambina lo aveva già fatto un'altra volta, ma la giustizia ha toppato liberandolo. Lui allora ha adescato una seconda altra innocente, l'ha portata in un bosco, ha abusato di lei; quindi l'ha uccisa. Chi se ne frega degli aspetti attenuanti? Che attenuante ci può essere? Chi solleva questi problemi meriterebbe di fare la fine della bambina, al suo posto. Intanto il boia, nella sua cantina semibuia, affila una lama che non sembra necessitare di quel trattamento. Quella spada taglia l'aria sibilando, ma pare quasi emettere un suono ultraterreno mentre si fa strada tra le molecole che costituiscono l'atmosfera. Il criminale, come molti della sua risma, se ne frega di tutto e di tutti; anche di morire, e ride in faccia al giudice. Essere civili è duro, pensa il giudice; intanto il boia, che assiste allo show grazie alla sua ultra-percezione, sa di non essere assolutamente civile, e ne trae godimento. Anche le cose più noiose hanno termine, ed i giurati favorevoli alla pena di morte riescono a zittire quel maledetto cretino che si trovava tra loro. Chi ce lo aveva mandato? Il presidente della giuria, sudato e stressato, entra in aula, per annunciare il verdetto: colpevole. Il giudice sentenzia che il criminale sarà trasferito nel braccio della morte del carcere di massima sicurezza. L'assassino trova conferma della debolezza di un sistema, che non ha il coraggio di eliminare subito i propri scarti. L'assassino sa che in carcere ci starà per anni, prima che la pena di morte sia eseguita. Potrà provare a scappare, o a sperare che un bravo avvocato senza scrupoli rimetta tutto in gioco. Una vergogna, che lascia intimamente delusi gli uomini e le donne di buona volontà, specie quelli della giuria. Il boia cessa in quell'istante di affilare la lama, e la fissa intensamente. La lama pare ricambiare lo sguardo. Parafrasando quel grande filosofo tedesco: se fissi lo sguardo nell'abisso, l'abisso fisserà lo sguardo su di te, e dentro di te. Che Nietzsche avesse tra le sue cose una spada nera? I sentimenti di frustrazione e di delusione forniscono al boia il catalizzatore per passare dal suo mondo al nostro. Del resto i demoni devono essere evocati, secondo le giuste procedure. Il boia sapeva che sarebbe successo, perché anche questo fatto era stato scritto eoni or sono nei rotoli del destino. La scena vede l'assassino irridente, il giudice e la giuria quasi esausti, ed il pubblico moderatamente soddisfatto. Il boia esegue il rituale del viaggio dimensionale, muovendo la spada sempre più velocemente, come se potesse tagliare lo spazio ed il tempo. In effetti la spada nera taglia il tessuto dello spazio tempo, e lo spazio tempo, per restituire il favore, trasferisce lei ed il suo portatore da qualche altra parte. In un batter di ciglia, il boia compare nell'aula di tribunale. Il suo aspetto è terribile a vedersi: la sua pelle è rossa e nera, con i colori che migrano come se avessero una vita propria. Il demone della vendetta, perché di un demone si tratta, impugna una spada dall'aspetto indescrivibile. A volte sembra più larga, a volte più sottile, a volte assume forma serpentina, ma in tutte le sue manifestazioni promette la morte, e la canta pure. Con uno sguardo di brace, il boia trasmette a tutti l'ordine di non intervenire. Sente i pensieri dei presenti, che lo temono, ma sanno che cosa sia venuto a fare. Il giudice non prova neppure a fare il gradasso, e neppure gli sbirri. Intuiscono, dal profondo del loro essere, che ora il demone somministrerà una vendetta che trascende l'umana cognizione, e ne sono felici. Uno sguardo speciale per quel cretino che voleva salvare lo stupratore, ed anche per l'avvocato difensore, che lo aveva addestrato in tal senso. Il demone è immobile, ma il suo sguardo propone inenarrabili sofferenze a quei due parassiti. Finché i due putridi soggetti se la fanno letteralmente addosso. Ora, alla stretta finale, il boia si avvicina alla sua vittima, che ha esaurito ogni velleità. La gabbia si apre da sola, ma il criminale non ne esce; anzi cerca di rintanarsi come un topo di fogna quale è. Il demone e la sua spada non hanno altro tempo da perdere, e giustificano la particolare affilatura appena realizzata. Con un solo colpo della spada nera, il boia penetra in profondità tra le ossa, gli organi, i tendini ed i vasi sanguigni. Nessun chirurgo terrestre saprebbe eguagliare la maestria del lavoro simbiotico prodotto da quelle due creature extraterrene. Nessuno ha visto partire la spada, neppure le telecamere; eppure la lama nera ha cantato di soddisfazione estrema. Esiste da tempo immemorabile, ed ha accumulato una conoscenza sconfinata dell'arte del procurare un grandissimo dolore, di lunga durata, seguito da una morte ancora più spaventosa. Un solo colpo della spada mistica, e giustizia è fatta. Quella feccia non camminerà più su questa terra, e nessun azzeccagarbugli potrà più rimetterlo in libertà. Il demone scompare senza alcun preavviso, ma tutti gli sguardi sono volti in direzione del criminale, che grida, in preda a dolori che lo assalgono contemporaneamente dall'interno, dall'esterno, dal basso, dall'alto. Prova male alle ossa, ai muscoli, sanguina, ma non a sufficienza da morire. Vorrebbe porre fine alle sue sofferenze, ma il colpo del demone lo ha privato di ogni forza. Non è paralizzato, ma è come se lo fosse. Anche la sua mente è stata colpita dalla spada nera; gli proietta continui incubi, in cui rivede le sue violenze, provando angoscia tremenda. L'immagine della giustizia assoluta è insopportabile per gli umani presenti in aula, che, nessuno escluso, scappano urlando all'esterno. Nessun umano rimane in aula, perché quella larva urlante non è e non sarà più umana. Per quanto tempo urlerà il suo dolore cosmico? Finché gli cederà il cuore, o forse gli scoppieranno prima i polmoni. Intanto il sangue gli sgorga dai pori, dagli occhi, dalle orecchie, e finanche da sotto le unghie. Un bel lavoretto, non c'è che dire!
venerdì 4 giugno 2010
LA CURIOSITÀ DELL’EROE SALTELLANTE_libro 1°_episodio 30
Luogo: la mia tana stregonesca. Tempo: una notte solo apparentemente normale. I presenti: i miei amici super-eroi, vestiti come al solito in maniera variopinta. Li avevo invitati per una delle nostre rimpatriate, nel corso delle quali ci raccontiamo ad esempio di quella volta che salvammo il mondo dall'aggressione dei robot assassini. La mia dimora stregonesca è l'unica abitazione in grado di contenere l'esuberanza del famoso uomo-mostro. Non è cattivo, naturalmente, ma non sopporta i muri; figuriamoci i mobili. La mia dimora stregonesca ha interiorizzato una forma data dai miei incantesimi, e si riassembla quasi istantaneamente. I miei amici super-eroi sono persone di discreto appetito, e lo dimostrarono durante la cena, cucinata e servita dai miei goblin verdi. Ovviamente l'androide preferì ricaricarsi le batterie direttamente dalla presa elettrica. Dopo cena, ci spostammo nel salone delle armi, per discutere dei destini dell'universo, e dei super-cattivi continuamente in agguato. L'uomo-mostro mangiò per quattro, e spazzò via anche i rimasugli alimentari lasciati dagli altri. L'uomo-mostro metabolizza di tutto, dimostrando una grande coscienza ecologica. Il lanciatore dello scudo sosteneva che il suo classico nemico fosse più pericoloso del monarca corazzato. Gli fu risposto, non mi ricordo da chi, che il monarca corazzato aveva già preso a calci nel culo facciaditeschio. Anzi, facciaditeschio non ha super-poteri, ma si serve di sicari, quindi non è un vero super-criminale. Semmai è un super-stronzo; e lì tutti a ridere! Quasi tutti, a dire il vero, perché questa battuta l'uomo- mostro non l'aveva capita. Subito dopo diede sfogo alla sua esuberanza, distruggendo con un solo pugno il pesante tavolo in legno di quercia. Tutti noi ci levammo sollecitamente di torno, per evitare le schegge, ed il tavolo tornò integro nel giro di cinque secondi. Insomma, una rimpatriata da caserma, anche perché non c'erano donne. I miei amici super-eroi avevano nel loro gruppo due o tre super-donne, ma si dovevano ancora riprendere dall'ultima super-battaglia, e se ne stavano fasciate o in trazione da qualche parte. A questo punto, dovremmo chiederci come mai non fosse ancora successo qualcosa che giustificasse la presenza in uno spazio ridotto di tutti quei muscoli e di tutta quella tecnologia. Il Destino ci va a nozze con le nostre rimpatriate, e non intendo il monarca corazzato. Stavo giusto pensandoci, quando mi resi conto che mancava il super-eroe saltellante ed arrampicante. Quel bambolotto è dotato di più potere di quanto lui stesso immagini, ma è rimasto quell’adolescente suonato che era quando acquisì i super-poteri. Subito proiettai la mia attenzione nelle numerose sale che costituivano la mia dimora stregonesca. Trovai quasi subito il saltellante alle prese con un libro proibito, che avevo lasciato aperto su un leggìo. Si potrebbe dire che i guai me li vada a cercare, specie quando mi prendo in casa certe teste di cocomero. Non posso negare la mia responsabilità nell’aver lasciato aperto un libro proibito. Inoltre tutti conoscono la sciocca curiosità dell’arrampicante, che in passato ci inguaiò in analoghe vicende. I super-eroi si erano frattanto accorti del mio stato di trance, ed erano partiti alla ricerca della fonte del disguido. Chiamarlo disguido è riduttivo, giacché il variopinto saltellante aveva appena pronunciato la formula magica per liberare i cinque antichi rettili di Lemuria. In meno di un secondo tornai ai mio corpo, ed inviai un messaggio mentale ai super-eroi: “troviamoci nella biblioteca dell’ala est”. Grazie al fiuto, alla tecnologia ed ai super-sensi, loro giunsero tempestivamente in loco, e subito il lanciatore dello scudo, famoso per i suoi riflessi esagerati, ci deliziò con uno dei suoi numeri. Lo scudo volò verso l’uomo-mostro, che lo notò appena; lo scudo lo colpì e rimbalzò. L’uomo-mostro non ci fece quasi caso. Quel metallo meteorico ha una enorme capacità di restituire l’energia, per cui piombò a velocità quasi inalterata sulla testa del super-eroe saltellante ed arrampicante. Lui ormai aveva finito di pronunciare la formula in lemuriano antico, ma lo scudo lo stese ugualmente. Però la frittata era ormai fatta, e dalle pagine del libro scaturirono cinque distinte colonne di fumo. Più tardi scoprimmo che lo scudo sulla testa del saltellante aveva in effetti diminuito la potenzialità delle manifestazioni. Non potendo trarre altro potere dal loro sciocco evocatore, steso dal lanciatore dello scudo, i cinque rettili di Lemuria si accontentarono di comparire in forme fisiche alte non più di due metri. Meno male che non avevano tratto energia dall’uomo-mostro: avremmo avuto grosse difficoltà a riempirli di bastonate. L’uomo-mostro doveva urgentemente prendersela con qualcuno, e così fece, prendendo a sberloni i primi due antichi rettili. Non si aspettavano una tale accoglienza, e morsero la polvere, nel vero senso del termine. Gli altri tre attaccarono briga con il lanciatore dello scudo, con l’androide e con il fiutatore dei boschi. Il lanciatore dello scudo è abituato a confrontarsi con nemici molto più forti fisicamente. Compensa con una tecnica di combattimento senza pari, efficace a dir poco, che non lascia spazio a fronzoli tipo film di Matrix. Schivati facilmente gli artigli letali, il lanciatore dello scudo colpì con tutti il peso del corpo. Si proiettò in avanti, e tolse il fiato all’antico rettile antropomorfo, che non conosceva il wrestling; poi lo stese del tutto con una botta di scudo in piena fronte. Tempo complessivo: ventinove secondi. L’androide ed il fiutatore dei boschi ci misero un po’ di più, ma i loro nemici rettili si resero conto di avere sbagliato il momento ed il luogo. Io gettai un incantesimo di rallentamento sui due di Lemuria, mentre il fiutatore dei boschi stranamente non estrasse gli artigli, ma si limitò a schienare l’avversario perplesso. Nel frattempo, l’androide aveva sparato una scarica ultrasonica, direttamente nell’antico cranio rettiliforme. Costui provò quello stato di dissociazione estrema, fin troppo noto agli sfortunati avversari del potente androide. Le forme instabili dei rettili di Lemuria collassarono dopo la sconfitta, e tornarono fumo. Lasciammo dormire il super-eroe saltellante ed arrampicante, e tornammo come se nulla fosse successo alle nostre chiacchiere notturne. Per quella notte finì così, ed al mattino i miei amici super-eroi mi salutarono e tornarono a casa, contenti di quella divertente rimpatriata. Il saltellante aveva ancora mal di testa, e non aveva capito bene cosa fosse successo. Glielo spiegò, con calma ed a modo suo, il simpatico ed eloquente uomo-mostro.
INSEGUIRE O SOCCORRERE_libro 1°_episodio 29
John e Jack procedevano a bordo della loro decappottabile azzurra, apprezzando la frizzantezza dell'aria settembrina. Non faceva particolarmente caldo, ma John e Jack provenivano da una missione quasi polare. In effetti, gli altri utenti della freeway americana li guardavano sorpresi ed ammirati: la temperatura si aggirava sui quindici gradi, e c’era il vento. I due sorridenti gemelli simbiotici assistettero in quell’idilliaco frangente ad una scena che avrebbe inorridito i più. Due teppisti stavano buttando da un ponte una ragazzina di colore. John e Jack sarebbero entrambi intervenuti a salvare la piccola Evangeline, ed entrambi sarebbero corsi dietro ai due delinquenti. Però, essendo simbiotici, John e Jack si ripartirono istantaneamente le incombenze: John partì all'inseguimento dei criminali, e Jack si fermò a soccorrere la bambina. Così si seppe che la piccola, di sette anni, era stata rapita davanti alla scuola, e poi violentata. Non soddisfatti, i due che poi si rivelarono affiliati al Klan, l'avevano bersagliata con il lancio di lattine, ed avevano cercato di impiccarla! Ce n'era abbastanza per ammazzarli due volte, e questo lo pensarono anche i gemelli simbiotici. John si tenne la macchina, e Jack saltò letteralmente giù dal ponte. Jack verificò le condizioni di Evangeline. Nonostante tutto, era sopravvissuta al tremendo impatto con il letto quasi in secca del torrente. Jack pensò allora di agire anche sulla sua giovane mente, cercando di rimuovere i ricordi della violenza subita. Jack attinse al corposo software disponibile, ed evocò il medico più famoso della realtà e della fantasia: il dottor House. Evocò altresì il più famoso tra i vulcaniani: il dottor Spock. House e Spock si incontrarono sul piano astrale, e si guardarono con distacco. Poi si misero al lavoro. House diagnosticò poche lesioni ossee e molte lesioni alla cute ed ai tessuti molli. House non era lì, e fu Jack a fasciare e steccare la bambina. Neppure Spock era lì, e fu sempre Jack a sondarle la mente, per isolare i singoli ricordi. Il vulcaniano annebbiò i tremendi minuti della violenza sessuale, poi le disse: “dimentica”, e lei dimenticò. Quando giunsero i soccorsi, Jack non era più lì. John frattanto aveva raggiunto i delinquenti, che avevano cercato di sparargli e di buttarlo fuori strada. John era simbiotico nei confronti del gemello Jack, ma era anche un telepate. Non puoi sperare di pensare di sparare ad un telepate, ed attenderti che lui rimanga fermo. Mentre Jack risanava Evangeline, John aveva fatto uscire di strada la macchina dei due cretini del Klan. L'auto si era fermata tra le pannocchie, ed i due erano schizzati fuori, impugnando fucili e badili. John chiese ed ottenne di poter attingere al software dello sventratore dei boschi. Sarebbe stato simpatico lasciare in giro per chilometri le budella di quegli stronzi. E Wolverine, pronto come sempre, venne e sguainò gli artigli. A quel punto, dovetti intervenire, per evitare che la storia si concludesse troppo semplicemente. Lo spiegai a Wolverine, che ammise di essere poco sottile nelle sue manovre. I delinquenti avevano torturato Evangeline. Non ci saremmo accontentati si sventrarli in mezzo alle pannocchie. Comunque prima della fine della storia, Wolverine avrebbe avuto modo di annaffiare di sangue i suoi artigli: una promessa. Venne viceversa evocato il cavaliere fantasma, che pervenne attraverso la nebbia. Nessuno aveva visto arrivare né la nebbia, né il cavaliere fantasma. John era lì quando giunse il cavaliere. Non prese possesso del corpo di John, perché il cavaliere fantasma non era un software. Bastò un suo sguardo ad atterrire i deficienti del Klan. Poi estrasse la sua lancia di ghiaccio e la scagliò. La lancia di ghiaccio è veloce come il pensiero, ma il cavaliere decise di prolungare quell'agonia, ed i suoi bersagli si avvidero della sua traiettoria. La nebbia si aprì al suo passaggio, o forse prese fuoco. La mistica lancia fatta di ghiaccio e di fuoco fece gridare l'aria stessa. Il cavaliere fantasma aveva scagliato una lancia, ma a bersaglio ne giunsero due. La lancia di ghiaccio non ferisce il corpo, ma lacera inguaribilmente l'anima. Attraversati i due corpi fisici e i corpi astrali dei teppisti, la lancia tornò ad essere una. Mai prima d'ora quei due avevano percepito un tale dolore cosmico, accompagnato da angoscia indescrivibile. La lancia si prese tutto il tempo necessario a realizzare la sua missione, poi torno nella mano del cavaliere fantasma. John percepì fuggevolmente la partenza del cavaliere, e tutta la nebbia che lo seguì o lo precedette. Quando giunse la polizia, John era già scomparso a sua volta. I due del Klan non morirono, ed Evangeline non ottenne la giustizia che meritava, ma questo era previsto. Sapevamo che il Klan sarebbe uscito allo scoperto. Dietro il Klan si annidavano forti poteri economici e politici, che non avrebbero riconosciuto il giusto indennizzo alla bambina violentata e quasi ammazzata. I delinquenti non sarebbero finiti in galera per il resto dei loro giorni. Allora come mai non li avevamo uccisi quando potevamo farlo? Il padre di Evangeline cercò altresì di farsi giustizia da sé, e glielo avremmo consentito se non fosse stata da noi concepita una vendetta più soddisfacente, sebbene non nel breve periodo. Il Klan riuscì a manipolare giudici e giuria: tutti prevenuti contro i cosiddetti afro-americani. Gente che odiava ancora il presidente Lincoln, e la sua politica di abolizione della schiavitù. Evangeline fu trattata come una che “se l'era cercata”. Se Jack/Spock/House non avesse resettato i suoi ricordi, forse sarebbe impazzita. Lei sopravvisse, e noi procedemmo con il piano. Come si può sostenere che una bambina con un vestitino a fiorellini avesse adescato i due delinquenti? Questo venne fuori dalle lunghe udienze, ed una moltitudine lo pensava veramente. Cose del genere fanno scoppiare come minimo dei tumulti. La sentenza non fu di assoluzione, ma quasi: pochi anni di galera, che equivalevano ad una vittoria per il Klan. Così sarebbe stato se quei due non avessero subito il trattamento ad opera del cavaliere fantasma. Che se ne fossero dimenticati? Mai dimenticare il cavaliere fantasma, né la sua lancia, perché loro non dimenticano. Prima di occuparci dei due bastardi, orientammo la nostra attenzione sull’avvocato difensore pagato dal Klan. Quella specie di assurdo grassone, in continua essudazione, aveva raccontato frottole ben studiate, adatte a fare leva sui cervellini locali. La bimba era uscita felice da scuola, e pensava alle cose semplici e belle dell’infanzia. Era stata stuprata da marmaglia sub-umana. L’avvocato era riuscito a contenere al massimo l’animosità della giuria e dell’opinione pubblica: un artista della menzogna. Dopo il processo, il cane riscosse una grossa cifra, e pensava di andare e festeggiare, ma ci fu chi la festa la fece a lui. Jack e John lo attesero sotto casa, e lì furono raggiunti da Wolverine. Il software dello sventratore dei boschi pervase John e lo trasmutò. Non potendo duplicare i famosi artigli metallici retrattili, fornimmo a John/Wolverine appositi aggeggi cibernetici high tec. Wolverine sorrise tramite John, e Jack condivise la gioia per l’avvenuta possessione. Lo sventratore schizzò direttamente al terzo piano, dove abitava il fottuto avvocato De Ladris; ecco perché i gemelli simbiotici preferiscono le decappottabili. Wolverine non perse tempo, e strappò letteralmente le sbarre dalla finestra. Chiaramente Jack, seduto in auto, stava prestando la sua forza simbiotica al gemello. De Ladris si versò una generosa dose di un super-alcolico, e lo pregustava. Rideva dei cretini che si illudevano di spuntarla contro di lui; non aveva alcun pensiero per la povera Evangeline. L’avvocato si sorprese quando notò che l’alcol che aveva ingurgitato si stava rovesciando sul costoso tappeto. Come mai, si chiese? Poi vide, in sequenza: Wolverine, i suoi artigli insanguinati e la propria grassa panza sbudellata e colante. De Ladris avrebbe voluto concludere la sua carriera terrena con una mirabolante arringa, ma non se l’era preparata. Come avrebbe potuto, la povera bestia, immaginare quell’incontro fatale con il sorridente sventratore dei boschi? Il ciccione iniziò a provare un certo dolore, che crebbe velocemente, costringendolo ad urlare, ma Wolverine/John gli rise in faccia. Pare che lo stomaco squarciato faccia un male boia, poi però si muore quasi sicuramente. Naturalmente i soccorsi giunsero a frittata già fatta. L’appartamento lussuoso di De Ladris puzzava della sua merda, che era colata in massa sul divano in pelle. Per il maiale era finita, e ci lasciò così: con quella smorfia di dolore estremo. Rimanevano i due del Klan; risparmiati solo per poterceli lavorare meglio. La lancia fantasma percepì che il momento era giunto, e le tracce del suo passaggio, nei corpi dei due assassini, iniziarono a pulsare. Si trovavano in un carcere di media sicurezza, le nostre mammolette, ed il dolore pervenne loro da dentro. La pulsazione del dolore ha il vantaggio di rendere ancora più difficile ammortizzarlo. Presero ad urlare, ed i secondini chiamarono i medici del carcere, ma nulla di patologico venne individuato nei loro corpi. Il cavaliere fantasma attendeva in un piano della realtà prossimo al nostro; non aveva fretta, perché li avrebbe presi comunque. La lancia rallentò la sua azione disaggregante, cosicché i fetenti si convinsero che il peggio fosse passato. Si concessero finanche un riso isterico; fu allora che giunse loro la notizia della fine straziante del loro avvocato. Per quanto cretini, i due percepirono nell’aria un odore di morto, e quell’odore promanava da loro. Il cavaliere fantasma fece il suo ingresso nel nostro piano dell’esistenza, perturbando le percezioni psico-fisiche dei morituri, ma anche quelle dei secondini. Scomparvero le mura e l’intero carcere; nessuno si sarebbe ricordato di quei minuti. Il cavaliere fantasma puntò il suo dito scheletrico verso la feccia del Klan, che se la fece letteralmente sotto. Poi il dolore riprese ad ondate crescenti, misto ad angoscia, disperazione e dissociazione. I due impazzirono letteralmente ed accolsero il cavaliere fantasma, credendolo un emissario della morte, e lui li prese con sé. Ma i due cretini avevano commesso il loro ultimo errore, giacché il cavaliere fantasma non lavora per la morte, bensì per la vendetta. I due imbecilli furono quindi aspirati in un inferno fabbricato apposta per loro dal cavaliere medesimo. I volti dei defunti recarono una smorfia di estrema disperazione, ma le anime iniziarono a scappare attraverso brughiere nebbiose senza fine. Non riuscirono mai a capire cosa li inseguisse, ma di certo doveva trattarsi di qualcosa di terribilmente alieno. Neppure il cavaliere fantasma riuscì a riportare la decenza in quelle anime depravate. I maiali non provarono alcun pentimento, ma ormai la cosa non aveva più alcuna importanza. Lo spirito della vendetta rise, ma quel ringhio disumano non fu bello a sentirsi.
INELUTTABILE_libro 1°_episodio 28
Il tenente Rock si chiese per quale motivo quella mattina dovesse recarsi in centrale. Odiava perdere tempo con quei maledetti passacarte. Rock dirigeva la squadra anti-sequestri, e di lavoro da fare ce n'era tutti i giorni. Perché allora dilungarsi a spiegare a dei maledetti ed ottusi burocrati le sue modalità operative? Quel che conta è il risultato, e la squadra anti-sequestri aveva inanellato molte liberazioni di ostaggi, nei contesti più disparati. Il tenente salì al secondo piano dell'edificio, e si presentò al commissario Trifola. Nell'ufficio c'erano altri due sbirri con i galloni, che rivolsero uno sguardo poco amichevole a Rock. Lui non fece una piega, fedele alla sua immagine di duro. Trifola iniziò quella specie di interrogatorio, ricostruendo un fatto, avvenuto la settimana precedente. L'autista di un bus aveva sequestrato tutti i suoi utenti, per protestare contro il suo prepensionamento. C'è gente che farebbe carte false per andare in pensione, quello invece aveva dato di matto. Rock ed i suoi avevano atteso che i negoziatori giocassero con le loro ciance; poi erano intervenuti. E allora? Si chiese Rock. Trifola rispose che la squadra anti-sequestri non aveva aspettato che dalla centrale partisse il via. Erano entrati nel bus dai finestrini e dalle porte, ed avevano steso a bastonate l'autista fuori di testa. “Eccesso di violenza” avevano scritto i giornali, ma Rock sapeva benissimo che il tizio teneva sotto tiro decine di civili, e non si scherza con chi sequestra gli innocenti. Di che si lamentavano Trifola ed i suoi amici? In fondo il teppista era sopravvissuto al suo show; aveva qualche costola in frantumi, ma era ancora vivo. In un'altra occasione, il sequestratore si era sparato poco prima che la squadra irrompesse. Ora Trifola sosteneva che si sarebbe potuto evitare, non entrando in quel modo nell'appartamento. Il tenente Rock si chiese se non avesse per caso sbagliato ufficio. Se non si trovasse in presenza di tre funzionari dell'Esercito della Salvezza. Se tutti i rapitori prendessero quella decisione, e si ammazzassero, le squadre di intervento rapido potrebbero andarsene in ferie, o in pensione, Cercò pazientemente di spiegare ai passacarte che nei film le cose vanno diversamente, e che il lieto fine non è mai scontato. Trifola fissò Rock, ma non fu il tenente ad abbassare le sguardo. Se Trifola voleva intimidire non ci riuscì, e neppure i suoi compari di merende. Alla fine della riunione, Rock si sentì nuovamente invitato caldamente a cercare di mediare, prima di iniziare a sparare. Il tenente Rock prese congedo, dopo aver promesso di riflettere su quanto gli avevano detto. Non era una promessa, e se ne dimenticò quasi completamente quando salì in auto con il suo vice, che lo attendeva a bordo di un fuoristrada truccato. Quella gente si aspetta che si facciano le frittate senza rompere le uova. Sono contenti quando possono bearsi del lavoro altrui, ma loro rimangono seduti a guardare da lontano. Eppure Rock non invidiava quelli come Trifola; Gli uomini d'azione devono agire, per conseguire obiettivi immediati e certi. Rock ed il suo vice, il sergente Red, raggiunsero in breve tempo il resto della squadra, che si allenava a sparare in un poligono privato. Queste squadre speciali sono composte da persone eccezionali, che devono interrelarsi perfettamente le une con le altre. Rock raccontò ai suoi delle lagnanze ricevute, senza che ciò turbasse troppo quei seri professionisti dell'intervento rapido. Il tenente Rock non si ripromise espressamente di far cambiare idea a quei tre cretini, ma quel pensiero iniziò a svilupparsi quasi fuori controllo. Chi aveva contestato la squadra, per i due casi di sequestro in esame? Rock lo scoprì, recandosi a bere una birra nel bar per sbirri nei pressi della centrale di polizia. Tale Tony Frangetta: una specie di bambolotto incravattato, aveva inveito dal suo studio televisivo, contro l'inciviltà di questi “barbari” della squadra anti-sequestri. Forse il Fato non esiste, ma accadde comunque che, dopo una decina di giorni dal tentativo di lavata di capo ad opera di Trifola, lo sciocco Frangetta rimanesse vittima di un sequestro di persona, per di più in diretta. Rock pensò che quel cretino avesse organizzato tutto, ed indagini condotte mediante le più recenti tecniche informatiche, confermarono in parte la supposizione. Si accertò che Tony aveva in effetti abbordato una banda di integralisti islamici. La deduzione fu che quella testa di cocomero avesse progettato uno show, per farsi bello, e dimostrare come le “buone maniere” siano sempre preferibili all'uso della violenza. Ma qualcosa non andò come lo sciocco Frangetta aveva previsto. Quegli islamici erano davvero un commando terroristico, ed accolsero con favore la possibilità di organizzare un grosso show mediatico. Frangetta si accorse quasi subito che le cose non stavano andando come lui aveva previsto. Abdul Alì, imam e capo banda, ricercato al suo paese ed in molti altri, sottopose lo staff dello studio a sevizie crescenti. Per la gioia di Rock, Frangetta, lo stupido Frangetta, si prese sui denti un colpo micidiale, sferrato con il calcio di una mitraglietta. Perse qualche incisivo, ma gli sarebbe andata peggio se sui denti gli fosse arrivato il calcio di un Kalashnikov. Frangetta crollò a terra, soccorso dalla sua truccatrice. Abdul Alì sogghignò ed iniziò a dettare al mondo le sue condizioni. Certi fessi non imparano mai. In fondo aveva sequestrato uno studio televisivo, non una centrale nucleare. A chi poteva interessare dell'incolumità di una decina di pagliacci? Ai parenti stretti, e forse neppure a loro. Fu allora che Trifola, il piagnoso commissario Trifola, telefonò personalmente al tenente Rock, che si disse favorevole ad intervenire il più tardi possibile, per dare tempo e modo ad mediatori di salvare tutti e tutto. Trifola capì quasi subito che lo stava prendendo in giro. Rock si chiese come facessero certi rimbambiti a fare carriera; e si rispose che forse fanno carriera proprio perché sono rimbambiti. Alla fine, Rock mise in allerta la squadra, perché il suo lavoro gli piaceva molto. La squadra era uno strumento affilato, da non lasciare arrugginire. Mentre loro prendevano posizione, l'arabo pazzo aveva già preso a sberle metà della gente dello studio, ma non aveva ancora iniziato a sparare. Chiedeva un riscatto di svariati milioni di dollari, un'auto veloce, un elicottero ed un volo pronto per una località segreta. I tiratori della polizia si disposero sui tetti adiacenti lo studio, e presero di mira la marmaglia. Costoro erano poca cosa dal punto di vista militare, ma non si stava combattendo sul campo. Loro erano asserragliati, e minacciavano degli innocenti. Gente dello spettacolo: sovente infida e bugiarda, ma ancora abbastanza innocente. Frangetta ogni tanto cercava di dire qualcosa, ma la sua utilità era quasi scaduta. Qualora fosse scaduta del tutto, sarebbe morto. L'atteggiamento di Rock e della squadra cambiò radicalmente quando seppero che una delle sequestrate era stata brutalmente malmenata dal fottuto Abdul Alì in persona. La ragazza si era permessa di suggerire un trattamento più umano, e tanto bastò a fare impazzire l'arabo. Fino ad allora i mediatori non avevano fatto altro che dare ragione ad Abdul Alì, sperando di ingannarlo, ma non aveva funzionato. La situazione stava precipitando, e lo stupido Trifola non sapeva che pesci pigliare. Gli uomini della squadra volsero allora all'unisono lo sguardo ad incontrare quello del tenente Rock, e colsero in quello sguardo l'acciaio vivo, ed altro ancora. Obbedendo ad un ordine non verbale, la squadra si spostò in una stanza isolata, in un edificio vicino agli studi televisivi. I cinque uomini si disposero in cerchio, in piedi, cogli occhi chiusi, apparentemente immobili. Eppure chi, tra quelli in possesso della seconda vista, fosse passato da quelle parti, avrebbe assistito ad una haka tribale. Cinque selvaggi pitturati e seminudi, con muscoli guizzanti. Sul piano astrale la squadra stava preparandosi all'ineluttabile: una caccia con una sola conclusione possibile. Stavano facendo anche qualcosa di decisamente più pericoloso: cercavano di evocare un Loa. Lo cercarono nel suo piano, collocato oltre l'oscurità più totale. I Loa non sono buoni o cattivi, come intendiamo noi: sono entità immortali, che si prestano a giocare con i mortali, in cambio di qualcosa. Il Loa si manifestò nel locale, con scricchiolii ed ansiti privi di una collocazione spaziale. Nel contempo, un tuono si sparse per il cielo terso. Il Loa non chiese cosa volessero da lui, perché noi per loro siamo libri aperti. Non si mostrò neppure in una delle sue rappresentazioni, non volendoli fare impazzire. La squadra sarebbe entrata nello studio televisivo, evitando le porte e le finestre che nel frattempo i terroristi avevano minato. Anche questo era noto al Loa. Quando il commissario si decise a telefonare a Rock, la squadra aveva già preso d'assalto lo studio televisivo. Le bombe lacrimogene servirono ad azzerare le riprese televisive, mentre i cinque incursori entravano. Ed entrarono grazie all'oscurità, mescolati all'oscurità medesima. I terroristi notarono inizialmente un calo di visibilità, poi caddero le tenebre. Tutti i prigionieri presero ad urlare; i terroristi invece imprecarono. Si erano fissati al corpo ordigni esplosivi, atti a commettere una strage. Rock ed i suoi uomini non rimpiansero mai ciò che accadde subito dopo. Come fosse una cosa viva, l'oscurità del Loa defluì velocemente, evidenziando una situazione fantasmagorica: i cinque della squadra erano entrati, ma non indossavano le loro divise, e non impugnavano armi da fuoco. I terroristi si trovarono ad affrontare quei cinque guerrieri tribali pitturati e sudati, che poco prima avevano interpretato l'haka. Gli incursori aggredirono fisicamente la marmaglia, gettandoli a terra. Poi li privarono degli ordigni esplosivi. A questo punto bisognava ripagare il Loa, e la squadra lo fece con piacere. Non è chiaro come fossero capitate nelle loro mani, ma cinque spade nere iniziarono il loro terrificante canto di morte. Gli uomini normali impazziscono quando sentono cantare una spada nera, e questo è quanto accadde a quasi tutti i terroristi: si arresero placidamente alla pazzia. Invece Abdul Alì schizzò in aria come una belva, dimostrando di essere più di quel che sembrava. La spada impugnata da Rock cambiò tono, come se stesse rivolgendosi a chi stava dietro all'arabo pazzo. E chi stava dietro rispose, inveendo in lingue morte ed in lingue non di questa Terra. Il caprone era chiaramente posseduto, altro che “in nome di Allah”: l'arabo stava lavorando per un altro padrone molto più demoniaco. La spada impugnata da Rock sogghignò, come solo sanno fare le spade nere. Le sue sorelle le prestarono la loro attenzione e la loro forza. Gli uomini della squadra caddero in trance, facendo lo stesso a vantaggio del loro capo. Tutti i prigionieri subirono una fascinazione tale che successivamente non seppero raccontare gli eventi. Chi vide cose strane, chi altre altrettanto strane, ma ognuno percepì i fatti in maniera differente. Le indagini successive alla liberazione dei prigionieri diedero ragione alla squadra di Rock, ma i magistrati percepirono la stranezza della situazione, e provarono in cuor loro una strisciante paura ad indagare ulteriormente. Ma questo accadde dopo, ed ha un'importanza pressoché irrilevante in questa narrazione. Torniamo pertanto al prima, allo studio, dove tutto presagiva lo scontro finale. Rock non sapeva di essere uno spadaccino tanto raffinato; non gli risultava addirittura di avere mai combattuto con una spada. Il primo fendente della spada nera non colse l'arabo, che ormai aveva rinunciato a sembrare umano, e si arrampicava su per i muri. Il posseduto si lanciò nel vuoto, con un balzo felino, snudando zanne ed artigli. Rock non si fece sorprendere, e lo ferì di striscio. La spada nera iniziò ad assaporare l'anima della sua preda, o meglio le anime. Il terrorista-demonio gridò di frustrazione, ed iniziò a sanguinare. Neppure i poteri dell'Inferno sanarono quella ferita: uno dei poteri delle spade nere. Il combattimento durò minuti o forse giorni, giacché il tempo era stato sequestrato dal potere del Loa. Ma alla fine, Rock e la spada assieme tagliarono di netto una gamba al vecchio Abdul. Sarebbe morto dissanguato, o forse no, Fatto sta che la spada pretese una fine diversa, più rituale. Così Rock, solo parzialmente cosciente di quel che faceva, infisse quasi tutta la spada in quel corpo posseduto dal demone senza nome. Ed allora il canto della spada nera superò in intensità il grido del demone e quello dell'arabo, che stavano schiattando. Il canto della spada evocò, nella mente dei presenti, spazi cosmici privi di stelle, in un tempo primigenio o terminale. Chi conosce i veri scopi delle spade nere? Concluso anche quel lavoretto, le spade disparvero, così come erano arrivate. Evidentemente il Loa non si sentì defraudato, e fece proprie le anime degli altri arabi impazziti. Non l’anima della ragazza ferita, che sopravvisse alle ferite inferte dall’ormai defunto Abdul Alì. E quello scemo di Frangetta? Imparò qualcosa da quell'esperienza trascendentale? Più che altro prese a balbettare, ed a piangere all'improvviso. La stazione tv fu pertanto costretta a declassarlo a uomo delle pulizie, ma ebbe sempre paura degli sgabuzzini bui. Gli uomini della squadra, che uscirono vittoriosi dallo studio, indossavano le loro divise, ed impugnavano armi da fuoco. Loro soli seppero esattamente quel che era accaduto, e la loro vita non fu più la stessa.
IL VELOCISTA BIOMECCANICO ED IL GRILLO_libro 1°_episodio 27
Sono un essere biomeccanico, finalizzato a percorrere lunghe distanze a velocità impressionanti. Le culture inferiori mi chiamano in diversi modi, ma tutte mi temono per la mia forza e la mia velocità. Prima di diventare biomeccanico probabilmente ero un uomo; ora non saprei dire se all'interno della macchina possente sia rimasta traccia della carne primigenia. Forse i miei creatori hanno salvato solo una parte della mia personalità di un tempo. Presumo che abbiano tratto spunto da una forma di vita già portata per la velocità e le lunghe percorrenze. Non credo al libero arbitrio: sono quel che sono, e di conseguenza agisco. Non potrei e non saprei fare altro che correre sulla superficie del pianeta, sull'acqua, in salita ed in discesa: questa è la mia natura, e ne sono felice. Lo scopo di tutto questo correre mi è quasi ignoto. Provoco spostamenti d'aria, trasporto pollini, sollevo montagne di polvere, calpesto piante ed animali. Nel mio incedere impetuoso distruggo esistenze, che hanno avuto la sfortuna di trovarsi lungo la mia rotta. So che un corridore biomeccanico deve procedere tendenzialmente in linea retta, e così faccio. La macchina possente, che è tutt'uno con me, detiene poteri immani, che le consentono di sfondare antiche mura, o attraversare grandi foreste, abbattendo alberi centenari. Se la disposizione che ricevo è di procedere attraverso le cose, piuttosto che attorno ad esse, io eseguo. Inutili sono stati i tentativi dei selvaggi bipedi, un tempo uomini civilizzati, di sbarrarmi la strada: io travolgo tutto, e la mia velocità si nutre di se stessa. I miei motori danno il meglio durante il giorno, nei mesi estivi, quando possono assorbire enormi quantità di energia solare. D'estate sono ancora più veloce e pericoloso che d'inverno. Durante la stagione calda distruggo involontariamente molte più forme di vita; le stesse che durante i mesi freddi dormono e sognano. Ogni tanto mi fermo anch'io, perché questo è il mio modo di operare. I miei creatori mi impartiscono istruzioni, che in realtà sono note di viaggio, ed io riparto. Durante una recente sosta, mi sono accorto di avere aspirato, senza ucciderla, una forma di vita che mi pare sia chiamata grillo. Era un esserino molto piccolo, che in qualche modo non era stato stritolato dall'impatto contro la mia invincibile armatura. Le mie mani meccaniche non sono state concepite per eseguire gesti delicati, ma riuscii lo stesso a raccogliere quella piccola forma di vita, senza estinguerla. La osservai, per apprezzare la sua funzionalità: sei zampe, due antenne, due elitre. Non uccido volontariamente, e sicuramente non ucciderei esseri innocenti; per cui evocai un lieve soffio, per allontanare il grillo dalle mie mani potentissime. L'essere fu sballottato dal mio soffio e cadde al suolo. Di lì a poco mi sovvenne un nuovo pensiero, e lo cercai, per vedere se si fosse reintegrato nell'ambiente. L'esserino pareva morto, quando lo colsi con estrema delicatezza, ma dopo poco si mosse sulle mie dita corazzate, come ad esplorarle. Pareva che la vita fosse tornata nel suo esile corpo, ma l'esposizione ai rigori di una stagione non ancora primaverile lo aveva debilitato forse oltre ogni possibilità di recupero. Strano, mi dissi, che un essere biomeccanico conservi in sé una delicatezza che neppure gli umani hanno. Forse i miei creatori non hanno concepito l'ennesima macchina di morte. Forse sono una forma di vita nuova, potentissima, pressoché indistruttibile, ma attenta anche alle piccole esistenze presenti su questo mondo. E il grillo? Mi cadde dal dito, o forse si allontanò sfruttando le elitre; fatto sta che non lo vidi più. Così gli augurai buona fortuna, e cercai di non calpestarlo inavvertitamente. Questo fu molto difficile da fare, perché come ho scritto in precedenza, la macchina che io sono è pesantissima. Non saprei dire se io viaggi su ruote, cingoli, cuscino d'aria o levitazione; in effetti dispongo di tutti questi sistemi ed altri ancora. Mi mancano però le zampette, le elitre e le antennine del grillo. Dopo questa riflessione, mi voltai e ripartii alla volta del successivo obiettivo. In breve raggiunsi la velocità di crociera, e la polvere si sollevò a grande altezza al mio passaggio. Sono un percorritore di grandi distanze, e mi piace il mio lavoro. Ora so che piccole forme di vita possono essere da me estirpate bruscamente dal loro habitat; ma chi mi ha voluto, per quel che sono, persegue di certo finalità superiori. Sono felice di avere incontrato quel piccolo grillo, e spero che il freddo non lo abbia ucciso. Quanto a me, getto indietro la testa e ruggisco al cielo notturno, mentre accelero attraverso campi e praterie. Ormai sono una forza della natura, e la sua regola vuole che siano i più deboli e vulnerabili a farsi da parte.
martedì 1 giugno 2010
IL MAGO E LA BESTIA IN FORMA D’UOMO_libro 1°_episodio 26
Sono un mago dotato di poteri incomprensibili al resto dell’umanità. Vigilo affinché le forze del male non irrompano nella nostra dimensione, e vi scorrazzino liberamente. Sono immerso in uno stato di astrazione, prodotto da incensi formule magiche, che mi consente di vedere meglio oltre le barriere fisiche. Il mio sguardo si sposta oltre le strade ed i palazzi; questa notte però non mi lascerò fermare dalle solite liti tra ubriachi, e neppure dagli scippi e dalle rapine. Ci pensino i numerosi vigilanti mascherati, che saltano dai palazzi, appesi a corde e ragnatele. Questa notte vagherò oltre questo livello di marmaglia criminale, per scoprire attentati più seri alla purezza ed alla moralità. Questa razza umana si crogiola nell’adorazione del denaro, convincendosi che nulla valga di più. Eppure pochi recherebbero violenza a mamme e bambini; ma qualcuno lo fa. Non mi interessano i motivi che li spingono: devono essere soppressi. Veleggio nel mio corpo astrale per un tempo senza tempo, superando spazi enormi in un battito di ciglia. Rimarrò comunque nella zona del pianeta che sta vivendo la notte, perché è di notte che i crimini più efferati vengono commessi. La notte dovrebbe ispirare riposo e sogno, e questo è vero per i più: quelli che durante il giorno lavorano per vivere. Altri invece escono quando le tenebre sono più profonde, per sfruttare al meglio il sonno altrui. Improvvisamente percepisco un richiamo onirico, da parte di uno studioso di criminologia. Questo agente di polizia dorme, e sogna di un caso che non riesce a risolvere. Penetro nel suo sogno, e lo seguo mentre percorre i corridoi di un sotterraneo freddo ed umido. Mi nascondo nei muri stessi, per non sconvolgerlo con la mia presenza dirompente: a volte faccio questo effetto sugli umani. L’agente giunge davanti ad una posta sbarrata, e cerca di aprirla; si sforza e suda per sfondarla. All’interno della stanza, appese alle pareti, vi sono diverse fotografie di vittime di un assassino seriale. La sofferenza del criminologo è enorme, ed il suo cuore accentua le proprie pulsazioni. Prova un senso di colpa per non averlo ancora catturato, e per non avergli sparato quando ne ebbe l’occasione. Non avrebbe dovuto perdere tempo ad intimargli l’alt, ed a leggergli i suoi diritti costituzionali. D’un tratto si ode un grido agghiacciante, ed un individuo coperto di sangue irrompe nella stanza, armato di coltello. L’agente riesce ad evitare la lama, ma l’aggressore è forte quanto lui, ed in più è sicuramente un pazzo furioso. Ora che la situazione si sta delineando, intervengo nel sogno e congelo la scena; il sognatore non può più muoversi, ma lotta per spezzare i miei vincoli magici. Sottopongo il simulacro del delinquente ad una scansione completa, assorbendo tutte le informazioni in esso contenute; raccolgo immagini raccapriccianti di donne e bambini sgozzati e fatti a pezzi. Il mio intervento deve essere necessariamente veloce, per non danneggiare il sognatore. Così come sono arrivato mi allontano, e l’agente di polizia di sveglia di soprassalto per il trauma subito. Mi rendo conto di possedere informazioni tratte sia dal conscio che dall’inconscio del soggetto; le seconde saranno molto più utili. Sento che presto anche lui riuscirà a rimettere assieme i pezzi del puzzle, ma io agirò prima, o meglio qualcuno lo farà per me. Nel corso di precedenti battaglie tra super-eroi e super-criminali, ho avuto modo di apprezzare il modus operandi di un mutante, che è una vera bestia in forma d’uomo. Ogni volta che la crisi arriva alla fase culminante, questo mutante si trovava nel punto focale degli eventi, come se fosse destinato a risolvere nel sangue la questione. Altri eroi con poteri eclatanti cadono prima dello scontro finale, così quella bestia in forma d’uomo rappresenta sovente l’ancora di salvezza per l’intero genere umano. Non è sconcertante che un mutante sanguinario sia quello che consente a tutti i benpensanti di continuare con i loro sproloqui? Dove trovo il mio feroce amichetto? Con il corpo astrale alto sulla città, mi concentro fino ad individuare, tra i molti, il sogno giusto. Eccolo che insegue nella boscaglia un cervo di grosse dimensioni. Il bestione non si avvede della vicinanza del mutante, ed io mi stupisco della nitidezza del sogno. Questa narrazione onirica deve sicuramente ricalcare fatti accaduti realmente, numerose volte. In effetti non è nota la vera età del soggetto; potrebbe essere vecchio di secoli, eppure sempre scattante grazie al suo quasi soprannaturale potere di rigenerazione. Wolverine, questo è il nome del mutante, si avvicina cautamente al cervo, fino a toccarlo, quindi si limita ad accarezzarlo. Non gli strappa le budella con i suoi artigli, ma si limita ad accarezzarlo: stupefacente. Mi dispiace spaventare il cervo, ma devo farmi vedere dal mutante. Appaio davanti a lui, mentre il cervo scappa: un sogno veramente preciso nei minimi particolari. Wolverine non si spaventa, ed anzi mi dice che aveva già avvertito la mia presenza, fiutandomi. Ha fiutato il mio corpo astrale, in sogno! Gli spiego brevemente di cosa ho bisogno, e vedo finalmente comparire un bagliore assassino nei suoi occhi. Mi dispiace, dopo avere assistito al suo approccio con il cervo, di aver bisogno delle sue doti di assassino, ma sono quelle che lo rendono utile alla nostra causa. Estraggo il suo corpo astrale ed assieme voliamo verso un’altra città; sono attratto come un faro dalle indicazioni che ho tratto dall’inconscio del poliziotto, e le metterò a frutto. In un batter di ciglia troviamo una casa isolata, poco prima che si compia l’ennesimo misfatto. Il criminale seriale è quello visto in sogno, ed ha già imbavagliato padre, madre e due bambini. A breve affonderà la lama nelle tenere carni delle sue vittime; poi simulerà un omicidio-suicidio, per depistare le indagini. Wolverine vorrebbe intervenire, strappando le pareti di legno della casa, per piombare sul criminale come una furia assassina senza pari. Gli estirperebbe uno ad uno tutti gli organi, mantenendolo in vita fino alla fine del trattamento. Prima di morire tra atroci dolori, il criminale verserebbe gran parte del suo sangue, e vedrebbe di persona parti di sé che avrebbe volentieri evitato di vedere. Il problema è che siamo qui in astrale; ma io sono un mago, e la soluzione è a portata delle mie vaste capacità. Devo procurare un corpo a Wolverine, ma gli umani sono immobilizzati. Finché la risposta al quesito mi si presenta in tutta la sua chiarezza: Wolverine ti presento Dog. Il mutante mi guarda in modo strano, ma solo per un istante; poi si tuffa letteralmente nel cane di casa, prendendo possesso del suo corpo. Dog è stato sua volta accoltellato, ma l’energia del mutante, seppur in astrale, interrompe la fuoriuscita del sangue. Poi il cane di casa digrigna i denti, ed i suoi occhi paiono lanciare lampi mortiferi. I suoi denti paiono farsi più lunghi ed acuminati, ed i peli gli si rizzano sulla schiena: sembra una jena. Sebbene spaventate a morte, le vittime del criminale seriale rimangono sorprese da quella manifestazione di furia da parte di un cagnetto pressoché innocuo. Lo è stato finora, ma la possessione lo ha reso una forza della natura, che senza perdere altro tempo balza alla gola del criminale. Con il primo morso gli strappa un discreto brano di carne, facendolo sanguinare come un maiale sgozzato. Ma il pazzo reagisce, e riesce a colpire il cane, che si schianta contro la parete; in fondo la povera bestia pesa solo una decina di chili. Wolverine è sempre più incazzato, ed il cane con lui; il cane, nonostante le botte e la coltellata, pensa di non essersi mai sentito meglio. Con un balzo, il cane posseduto affonda le su zanne nel ginocchio destro del teppista, che crolla al suolo. A questo punto, la tecnica di Wolverine accoppiata agli atavismi lupeschi del cane si combinano, in un’operazione di distruzione sistematica di carne, ossa, orecchie, dita, occhi, naso e tutto quel che giunge a tiro. Sangue e brandelli prevalentemente piccoli volano sul soffitto, sul lampadario e sulla carta da parati. Il criminale, soffrendo da mille ferite, si rende conto di essere quasi morto, ma si sbaglia: lo è del tutto, infatti il cuore, sebbene ancora protetto dalla gabbia toracica, cessa di battere per assenza di sangue in circolo. Il colossale tumulto ha richiamato l’attenzione dei vicini, che quasi svengono alla vista di quella macelleria. Dog si sta ancora leccando il muso, affinché il sangue di quel maiale non vi si rapprenda. Quando la famiglia viene liberata, Dog viene portato in trionfo, ma con grande attenzione; non capiranno mai come abbia potuto fare tutto quel casino da solo. Ma non era solo. Il mago e la bestia fatta uomo si allontanano in astrale come sono venuti, felici di avere trascorso assieme una così bella serata.
IL CATTIVO DI TURNO_libro 1°_episodio 25
La solita banda di ragazzotti violenti, che si vedono in troppi filmacci. I figli di quelli dell'Arancia Meccanica, se quegli stronzi si fossero riprodotti. Gentaglia che il sabato sera non sa cosa fare, ed allora vanno in giro a rompere le palle al prossimo. Come mai non vanno al cine o magari si trovano qualche donna sola e disperata? Niente da fare: sono proprio dei cretini nati e cresciuti. Una banda di piccoli delinquenti, diventati grandi entrando ed uscendo da inutili centri di recupero. Da piccoli si sono incontrati alle elementari, e già allora vessavano i compagni, ed anche quella scemotta della maestra. Poi sono arrivate le assistenti sociali, con la loro missione di recuperare gli irrecuperabili. Gli psicologi, pagati da noi, hanno cercato di capire come mai quei cretini continuassero a torturare ed uccidere le lucertole. Come mai sparissero i gatti dei vicini, e venissero trovati impiccati. Dopo il primo di tali episodi, in una società civile i delinquenti sarebbero stati presi a sassate da tutta la gente del quartiere. Invece no: nessuno li ha mai veramente bastonati, anche perché da bravi vigliacchi hanno sempre evitato scontri in parità numerica. Cosa dire dei genitori dei teppistelli in questione? Madri depresse, consumatrici di psicofarmaci, o puttane per vocazione. Padri distratti da amanti neppure più giovani, presi a sentirsi ancora dei mandrilli. Una sera come tante, i delinquenti decisero di dare una svolta alla loro inutile esistenza. Un salto di qualità, se avessero saputo mettere insieme le parole “salto” e “qualità”. Il loro leader, il più crudele con le lucertole ed i gatti, decise per gli altri di introdursi in una casa, e di sequestrarne gli abitanti. Ormai i cretini, quattro in tutto, si facevano di qualsiasi cosa, per cui erano allucinati come pochi. Un'idea splendida, si dissero, e, saliti in auto, si recarono in giro per le campagne di notte. Si sentivano dei vendicatori di torti immaginari, dei predatori notturni, dei vampiri, ma non erano altro che ragazzotti capaci di perdere la strada, in quanto troppo brilli per leggere i cartelli. Comunque non stavano andando da qualche parte in particolare. Videro una casa in lontananza, e la presero di mira. In casa c'erano una mamma e due figli piccoli, in età da scuola elementare. La donna aveva detto al marito che quella casa, bella e grande, era un po' troppo isolata. Lui non era in casa, perché assente per lavoro; su questo lei non ci avrebbe scommesso dieci euro. Erano tutti e tre a letto, quando i quattro teppisti iniziarono ad urlare ed a lanciare pietre contro i vetri. Quando uno abita in una casa isolata, deve munirsi di una bella Magnum carica, da scaricare addosso al primo cretino che provi ad entrare non invitato. Lascia che poi ti accusino di omicidio volontario; tu eri a casa tua e loro no. Sfortunatamente la donna, che chiameremo Anna, non era munita di Magnum, ma neppure sarebbe stata in grado di usarla. Poteva usare un machete, un coltello da sub, una zagaglia africana; invece no: era completamente disarmata quando la buttarono giù dal letto, tra le urla dei bambini. Nessuno passava da quelle parti, a quell'ora di notte, e nessuno chiamò la polizia. I teppisti iniziarono a fare ciò che avevano visto fare nei troppi filmacci che avevano visionato. Il capo branco si era vestito di nero, per assomigliare ad una pop star o al Corvo. Teneva in mano una bottiglia di whisky, per darsi un atteggiamento, ma in realtà se la faceva sotto. Gli altri tre pendevano dalle sue labbra, dalle quali attendevano parole di saggezza: erano ridotti veramente male. Fu allora che uno dei due bambini mi vide, perché io decisi di farmi vedere. Gli intimai di fare silenzio, e lui comprese che gli altri non mi percepivano, nonostante mi aggirassi in mezzo a loro. Madre e figli si trovavano nel salone, attorniati dai quei quattro cretini urlanti. Ogni tanto volava un ceffone, diretto alla donna o ai bambini. Il capo branco spintonava gli altri, per farsi vedere figo. Loro ridevano contenti di avere un capo così ganzo. Non sapevano che non avrebbero rivisto l'alba, perché ormai ero entrato, e dovevo portare a termine il mio lavoro di spazzino. Tornai ad essere invisibile anche per il ragazzino, per evitare che mi seguisse cogli occhi. Erano le tre di notte, tra sabato e domenica, ed estrassi la mia katana per versare il primo sangue. I presenti ebbero modo di sentire il sibilo dell'acciaio che taglia l'aria, ma l'aria non fu la sola cosa ad essere tagliata. Il teppista biondo si accorse di provare una sensazione di freddo e di umido, localizzata al torace: era il suo sangue che defluiva allegramente. Subito dopo provò un grande dolore, e si buttò a terra per agonizzare in maniera rumorosa. Si potrebbe obiettare che il biondo non avesse ancora fatto del male agli occupanti della casa, ma io sostengo che sia sempre meglio prevenire. Al teppista numero due ruppi una clavicola, con un colpo di taglio della mano. Forse non lo avrei ucciso, ed in effetti neppure il biondo era morto. Certe serate si sviluppano a modo loro: esci di casa per uccidere qualche delinquente, e poi ti fai prendere dalla tenerezza. Comandai al terzo teppista, uno con una pettinatura a cresta, di vedermi, e la sua mente ottenebrata obbedì. Lo abbattei con un laccio californiano da wrestling; gli ruppi più costole del previsto, ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. A conclusione del piccolo show domestico, sollevai completamente il velo, e tutti nella stanza sgranarono gli occhi. Come diavolo ero entrato, si chiesero? Dalla porta, dopo aver bussato. Solo che il cretino che mi aveva aperto subì un estemporaneo lavaggio del cervello, e mi dimenticò nell'istante in cui gli passavo davanti. Ora, alle tre e trenta della notte, mi restava da sistemare solo il capo branco. Fedele allo stereotipo del delinquente dark, si riparò dietro uno dei bambini, minacciando di tagliargli la gola. Fu allora che collaudai un colpo di estrema precisione. Con un solo movimento fluido, estrassi la katana, che portavo nel fodero sulla schiena, e calai la punta in un arco mortale. Mi resi a quel punto conto che in effetti uno dei quattro non avrebbe rivisto l'alba. Le storie si sviluppano così: mentre le vivi. La katana passò a pochi centimetri dal bambino ostaggio, e disegnò un arco sulla fronte del teppista. I cattivi di turno che nei film si prendono coltellate in faccia, senza fare una piega, sono delle bufale. Una coltellata in faccia fa un sacco di male, ma una katana ti ammazza, senza tema di smentite. Cosa provò il povero deficiente mentre il cervello gli usciva dalla fronte? Si rese conto di avere concluso drammaticamente la sua inutile esistenza? Si sentì un eroe? Non ne ho la minima idea, perché mi riavvolsi nel mio mantello e mi avviai alla porta. Forse qualcuno aveva chiamato la polizia, perché irruppero trafelati, chiedendo cosa fosse accaduto. Io passai loro davanti, ma non mi videro, in quanto avevo ordinato alle loro menti di non vedermi. La padrona di casa mi avrebbe voluto offrire un caffè, ma ormai mi stavo allontanando a grandi balzi, attraverso la campagna.
I COLEOTTERI DEL DESTINO_libro 1°_episodio 24
Tutte le specie animali temono il destino. Ragion per cui si inventano delle divinità, che dovrebbero intercedere favorevolmente. Dette divinità, una volta inventate, si rendono però conto di potere far poco contro il volere del destino, e non sanno a chi raccomandarsi. A dire il vero, il destino non ha esattamente un volere. Il destino è per sua natura plurale; quindi si dovrebbe parlare di destini. Le consapevolezze sono prese dai propri disegni, più o meno grandi; il destino no. Si affida piuttosto a metodi diversificati, per decidere il corso degli eventi; ma non si dica che il destino è vittima di una rigidità mentale. Nelle sale del destino, oggi si incontrano alcuni coleotteri grossi come cavalli. Giocheranno una partita a scacchi, con pedine che ricordano vagamente quelle terrestri. Come giungere alle sale del destino? Semplice: prima si perviene al nesso delle realtà, poi si seguono le indicazioni di giornata. I coleotteri del destino non si pongono certi problemi: sono stati chiamati e sono giunti. Hanno spinto una porta e sono entrati. Le sale del destino hanno pareti transitorie, come lo è anche il soffitto. Il pavimento è quasi certo che ci sia, ma a volte sembra di galleggiare. La partita a scacchi dovrebbe essere disputata da due giocatori, ma questa volta la posta in gioco è ambita da una dozzina di fazioni. Il destino ha quindi convocato due coleotteri grandi come cavalli, e dieci più piccoli, diciamo come cani di media taglia. La scacchiera è bidimensionale, di solito, ma a volte sembra di giocare su tre o quattro dimensioni. I coleotteri non si formalizzano: giocano da centinaia di milioni di anni, su moltissimi piani dell'esistenza. I due coleotteri grandi come cavalli hanno più pedine degli altri, ma alcune di dette pedine appartengono ad una fazione quasi alleata. Gli altri dieci insetti hanno pedine più piccole, e cercano di rubarsele a vicenda. Di solito i coleotteri spingono palle di merda, e sono felici. Questa volta il desino ha chiesto loro di interpretare il ruolo di una classe politica di una nazione fatiscente. I coleotteri preferirebbero la solita merda secca a quella liquida che ora si trovano a movimentare. Come prima mossa, i due coleotteri più grossi spostano uno dopo l'altro tutti i pedoni. Si stanno copiando le mosse in una maniera preoccupante. I piccolini muovono qualcosa anche loro, ma sono a corto di idee. Alla fine, di questa prima fase, tutti i pedoni bianchi e neri si sono ammucchiati al centro, e si guardano in faccia. Il gioco è fermo. Nessuno vuole iniziare a mangiare i pedoni, neppure i coleotteri più piccoli, che stanno aspettando che i grossi si massacrino reciprocamente. Nessuna mossa coraggiosa o strategicamente rilevante: è come se ci fosse un solo giocatore davanti ad uno specchio. Come se non bastasse, sul campo c'è di tutto: pedine della dama, segnaposti del monopoli, dadi truccati. I coleotteri del destino rimpiangono sempre più le solite belle palle di merda secca. Uno stratega, o presunto tale, suggerisce allora di muovere i cavalli. Ce ne sono in tutto quattro, perché i dieci coleotteri più piccoli non ne hanno: poveri sfigati. Parte uno dei cavalli bianchi, ma non supera il blocco centrale. L'altro giocatore copia spudoratamente la mossa, e muove uno dei cavalli neri. Il cavallo bianco riparte e salta il blocco centrale, ma si colloca su una casella pericolosa, da cui dovrebbe sloggiare al più presto. Il giocatore avversario non glielo mangia, e non apprende dall'esperienza, o si crede furbo, ed il cavallo nero si infila stupidamente nello schieramento nemico. Le pedine simboleggiano due fazioni fasulle, accompagnate da dieci più piccole, ma altrettanto inconsistenti. Nel frattempo le dieci fazioni sono diventate dodici, ed i coleotteri non bastano più. Si è detto che il destino non si accanisca, scegliendo una fazione piuttosto che l'altra. Ora il destino dovrebbe prima di tutto diversificare le parti, giacché sembrano uguali, e dicono le stesse cose scontate. I coleotteri, sfruttando la confusione, hanno iniziato ad abbandonare la tastiera, riaprendo le porte da cui sono giunti nelle sale del destino. Se i coleotteri potessero sospirare lo farebbero; sono seri professionisti della merda secca, ma non disdegnano di giocare a scacchi ogni tanto. Solo che questa volta la partita non esiste, perché le parti sono in realtà una parte sola, che indossa almeno due gabbane di tinta nemmeno troppo diversa. Il destino è un sovrano su tutto ciò che esiste, ma è anche un papà per le sue creature, e non sottoporrebbe ulteriormente i suoi coleotteri a questa sofferenza. Morale: impariamo dai coleotteri, che riconoscono la merda molle quando la vedono.
HOFU, MAESTRO DELLE SPADE_libro 1°_episodio 23
Lo studio accurato delle arti marziali, accompagnato ad una filosofia apparentemente minimalista, ha prodotto maestri eccezionali nel loro campo specifico. Hofu poteva definirsi senza tema di smentita “maestro delle spade. La sua fama aveva travalicato i confini del Giappone, ed Hofu ne era a conoscenza, sebbene, da vero filosofo, non se ne curasse. Quello che non sapeva era quanto lontano, nello spazio e nel tempo, fosse pervenuta la sua fama. In una tiepida mattinata di maggio, un aspirante allievo si presentò umilmente al suo dojo, ben sapendo quanto fosse difficile farsi accogliere dal maestro. Il giovane non era particolarmente alto, né particolarmente muscoloso, ma Hofu intuì con uno sguardo la sua naturale predisposizione per il combattimento con la spada. Il programma di studi del dojo di Hofu prevedeva corsi molto impegnativi, destinati a formare lo spirito congiuntamente alla mente ed al corpo. Il nuovo arrivato, Hong, si dimostrò subito il più attento ed il più assiduo tra gli allievi, suscitando l’ammirazione dei colleghi. Sorprenderà sapere che la venuta di Hong non abbia suscitato invidie e litigi. Merito degli insegnamenti del maestro, che inducevano le giovani menti a concentrarsi sull’apprendimento, tralasciando tutte le spinte deteriori. Hofu, fedele alla sua dottrina apparentemente minimalista, insisteva ad indagare le potenzialità della spada bokken. Sebbene il maestro fosse indubbiamente il più abile nell’uso della katana, dell’intero Giappone, riteneva che la spada in legno di ciliegio consentisse un maggiore progresso spirituale. Hofu invitò nel suo dojo diversi samurai e ninja, e si confrontò con essi. Loro adoperavano le loro taglienti e mortali katane, forgiate nel favoloso acciaio nipponico; Hofu rintuzzava i loro attacchi con la sua semplice spada bokken. Tale era l’abilità del maestro che l’acciaio non pareva in alcun modo lasciare segni sul bokken. In realtà Hofu possedeva un potere mutante, che si estendeva alla spada lignea, rendendola praticamente indistruttibile. Privi di quel potere mutante, gli allievi di Hofu impararono ugualmente a combattere contro le katane, ma i loro bokken subivano i durissimi impatti, e ne venivano danneggiati. Dato il periodo storico, tutti pensavano che Hofu fosse una specie di mago, poiché nessuno sapeva cosa fosse un mutante. Hong, sebbene fosse il suo migliore allievo, non riusciva ad emularlo in quella particolare abilità. Ma nemmeno lui era esattamente quel che sembrava, e più avanti lo avrebbe ampiamente dimostrato. Fin da giovanissimo, Hofu era stato attratto dalle spade; il suo karma prevedeva infatti che nella vita presente proseguisse il cammino intrapreso secoli prima. Lo studio intensivo della presa sulla spada, e sui vari modi di estrarre e di colpire, avevano comunicato al maestro un messaggio di pace estrema e di sintonia coll’ordine delle cose. Hong e gli altri allievi percepivano la grandezza di quell’anima, che si manifestava con pochi gesti essenziali e con pochissime parole. Qualunque fosse stata la provenienza degli allievi del maestro, erano diventati una sorta di corpo unico, animato da una consapevolezza estrema di sé. Confrontando quel modo di vivere, apparentemente monacale, con le ricchezze e gli agi delle corti presenti anche in Giappone, ci si poteva chiedere cosa avesse spinto gli allievi di Hofu a lasciarsi tutto indietro. In effetti molti tra loro erano di nobile lignaggio, ed erano stati mandati dal maestro delle lame affinché lui insegnasse loro l’umiltà. Quei nobili ricchissimi sembravano degli straccioni, con dei bastoni in mano. Eppure nessuno di loro sarebbe mai tornato alla vita precedente: tale era il carisma del grande maestro. Al sorgere del sole, la disciplina induceva gli allievi ad aprire spontaneamente gli occhi. Dopo essersi lavati nell’acqua corrente, in ogni periodo dell’anno, gli adepti di Hofu iniziavano lunghi ed intricati kata con i loro bokken. Poi passavano alla varie forme di combattimento, contro uno o più avversari, su disparati terreni di scontro. Mangiavano solo riso e verdura, per meglio mantenere il contatto con la Natura. Detto contatto si rinnovava peraltro quando dormivano sulla dura terra, poggiando solo su una leggera stuoia. Hofu aveva addestrato dei super-uomini, o quantomeno dei super-soldati. Sennonché la disciplina del dojo era contraria alla guerra, proprio perché la pace interiore di quel luogo era tale da azzerare ogni animosità ed acredine. Hofu dacché divenne maestro delle spade, non cercò mai lo scontro con nemici fisici, bastandogli di sconfiggere quelli psichici. Ovviamente lui sapeva che i nemici avrebbero cercato lui. Sapeva che certa gente cerca il confronto ad ogni costo, per sconfiggere innanzitutto la propria insicurezza. Così accadde che la scuola del Serpente Crestato attaccò il dojo di Hofu. Lo fecero durante la notte, sperando di coglierli di sorpresa. Vennero per uccidere senza pietà, ma l’essenzialità e la disciplina avevano aperto i cuori e le menti dei giovani che vivevano in simbiosi con il loro maestro. Colsero i pensieri di morte prima che i nemici fossero in vista, e divennero invisibili. I ninja del Serpente Crestato, abituati a confondersi tra le ombre, non si avvidero che gli adepti di Hofu li attendevano in piena luce. Tale era il potere della suggestione, che promanava da quelle menti allenate, che gli occhi dei ninja videro, ma non trasmisero il messaggio alle consapevolezze. Quando la perplessità degli invasori raggiunse il massimo, ad un comando mentale di Hofu, Hong ed i suoi fratelli in spirito colpirono con i loro bokken. I colpi caddero all’unisono, e si evitò la strage solo perché non vollero uccidere. I ninja umiliati a morte si risvegliarono contusi in una zona desertica, lontana centinaia di chilometri dal dojo di Hofu. Questo fatto accrebbe la convinzione comune e diffusa che il maestro delle spade fosse un vero mago. Venne infine il momento per Hong di gettare la maschera, perché quelli che lo avevano inviato ad apprendere erano oltremodo soddisfatti di lui. Il maestro sapeva quel che doveva sapere. Stava disegnando un ideogramma, e nel contempo stava sintonizzandosi ancora più profondamente con il divenire delle cose. Fu così che il maestro delle spade seppe, ancor prima di scambiare parole con il suo allievo, che Hong doveva partire per una missione di grande importanza. Ma neppure questa percezione turbò quell’anima sorprendente. La grande abilità nell’uso del bokken sarebbe stata impiegata da Hong per combattere contro un male in attesa. A differenza di ciò che era avvenuto con i ninja del Serpente Crestato, non era plausibile attendere che il nemico attaccasse. Tutti i colleghi di Hong, ormai veri fratelli di sangue e d’intenti, si offrirono di accompagnarlo, ma Hofu spiegò loro che non sarebbe stato possibile per vari motivi. Tuttavia, aggiunse, lo avrebbero potuto assistere in una maniera diversa, che avrebbe confermato la grandezza della filosofia del dojo. Non ora, ma a tempo debito avrebbero saputo come fare. Fu così che Hong venne teletrasportato attraverso lo spazio, il tempo e le dimensioni. Come se quel fenomeno fosse un accadimento di tutti i giorni, gli adepti ripresero ad allenarsi, sotto la guida del sempre imperturbabile maestro delle spade. A questo punto della vicenda, si palesò una singolare concatenazione tra gli eventi svoltisi nel Giappone medievale, e quelli che si sarebbero concretizzati in un contesto presumibilmente diverso, se non altro dal punto di vista dell’approccio tecnologico. Come mai si era ritenuto di attingere a conoscenze apparentemente obsolete? Cosa avrebbe potuto fare, un pur abilissimo allievo di un maestro delle spade, contro armi a raggi, robot e chissà cosa altro? Hong percepì le domande prima che qualcuno le trasformasse in suoni, ed analogamente rispose a se stesso senza bisogno di parlare. Quello che aveva acquisito dal maestro Hofu era un abito mentale impareggiabile: coltivare un’estrema fiducia in un’arma apparentemente inadeguata. Combattere non con il solo corpo, non con il solo cervello e non con la sola aggressività. Hong, con la sua ultra-percezione, era ora in grado di capovolgere gli esiti di uno scontro apparentemente già scritto. Il merito risiedeva nella sintonia soprannaturale che ormai lo legava allo scorrere degli eventi. Inoltre il legno, in tutte le sue diversificazioni, rappresenta il permanere dopo la morte. Alcune culture lo considerano, non a caso, uno degli elementi della Natura. Prima che Hong avvertisse un ulteriore scorrere del tempo, venne trasferito nel teatro della battaglia finale. Sapeva che entità di vario tipo, ma tutte pericolose, lo avrebbero atteso per terminarlo. Senza paura, levò alto il suo bokken, verso un cielo di colore rosso e viola, e seppe di non essere solo: i pensieri dei suoi compagni e del maestro Hong lo raggiunsero, e lo resero più forte. Un raggio ad alta energia scaturì da breve distanza, proveniente da uno sparatore intenzionato a decapitare l’intruso. Anticipando ogni pensiero cosciente, e muovendosi addirittura prima che il grilletto dell’arma venisse tirato, Hong spostò a sufficienza la testa, e la salvò. Con un movimento fluido e contemporaneamente fulmineo, l’adepto di Hofu rese onore al suo maestro, colpendo la testa del nemico. Il bokken, quasi animato di vita propria, parve selezionare il punto migliore dove colpire, nonostante il casco coprisse quasi integralmente il cranio del grossolano figuro. Subito dopo, Hong ruotò su se stesso, per evitare la caduta di un pesante macigno. Giunse allora, dall’astronave base, un raggio dislocatore, che consentì al guerriero di sfuggire all’imminente accerchiamento. Il maestro Hofu insegnava ad adoperare il bokken come fosse un’estensione delle mani e delle braccia. La spada di legno consente di colpire di taglio e di punta, e ci si può aiutare afferrando la “lama”, grazie al fatto che la lama non c’è. Affondando nei punti più dolenti di quei corpi sgraziati, ma chiaramente umanoidi, il bokken trasmetteva dolore e, contemporaneamente, paralizzava i centri nervosi. Dopo due ore dal suo arrivo, Hong si era ormai addentrato profondamente in territorio nemico, ed aveva capito che lo scontro decisivo si sarebbe svolto all’interno del castello, che sorgeva in cima alla collina su cui il guerriero si stava inerpicando. Prima di entrare nel castello, Hong venne seriamente impegnato da una sorta di pterodonte violaceo. Quella bestia carnivora lo attaccò alla spalle, ed allora fu come strattonato da coloro che combattevano con lui, a mondi di distanza. Evitò gli artigli intrisi di veleno; il suolo sfrigolò per il contatto con quella sostanza altamente corrosiva. La bestiaccia volante era molto difficile da trattare, in quanto dotata di intelligenza tattica inaspettata. Hong non sapeva che quello che lo stava aggredendo era un mostruoso mix magico tra uomo e rettile volante. Un assassino seriale era stato fuso con una bestia preistorica: un risultato molto pericoloso. Il giovane guerriero assunse quindi una posizione di guardia, che illuse la bestia-uomo. Quel cervello senza morale né pietà stava pensando che l’atmosfera mefitica avesse fatto impazzire Hong; lo pterodonte aveva iniziato la picchiata finale. Hong intanto guardava dentro se stesso, ed osservava il suo cuore impavido. A meno di un secondo dall’impatto, mentre l’animalaccio sembrava quasi ridere, Hong scartò di lato, e percosse con forza soprannaturale quella testa incredibilmente dura. C’era tempo per un solo colpo, ma quel colpo bastò a fare schizzare fuori dal cranio del rettile preistorico metà del cervello del depravato. Così il killer seriale morì definitivamente, e nessuno lo pianse né allora, né successivamente. Dentro il maniero, nessuno ostacolò ulteriormente l’avanzata di Hong, come se fosse atteso. Il nemico per il quale Hong era stato addestrato si ergeva al centro di una grossa sala, illuminata solo dalle fiamme delle torce. Si volse e sorrise, o meglio mise in mostra una preoccupante dentatura da carnivoro. Per il resto, palesava una statura vicina ai tre metri, e due grosse ali da pipistrello. Il maestro Hofu fece sentire la propria presenza proprio in quel momento. L’allievo percepì un calore ed un’energia che lo ricaricarono quasi completamente. Il maestro ed resto del dojo si stavano preparando per la battaglia, e la loro dedizione aveva creato un fiume di carica combattiva, che avrebbe raggiunto Hong attraverso i mondi. L’umano si scontrò con il mostro, ed il fragore dei colpi attrasse l’attenzione delle creature che allignavano nel castello. L’essere mostruoso cercava evidentemente di mettere a segno un morso mortale, con quelle sue maledette mandibole. L’uomo lo percuoteva con il suo bokken, ma il mostro pareva non curarsene. Hong iniziò a sospettare che neppure una katana di acciaio sarebbe riuscita a produrre ferite in quella carne aliena. L’allenamento del dojo insegnava a non perdersi mai d’animo; così il guerriero provò innumerevoli combinazioni di colpi, di taglio e di punta. Il mostro però si era avvicinato, ed i suoi artigli mulinavano pericolosamente vicino alla gola di Hong. Il maestro delle spade, Hofu, immerso nella sua meditazione, decise allora di sospendere il suo incantesimo mutante sul bokken del suo allievo. La mossa sorprese quelli che avevano inviato Hong da Hofu, ed anche il mostro, che ruggì il suo trionfo quando il bokken inaspettatamente si ruppe nel senso della lunghezza. Solo allora il maestro delle spade Hofu parlò, e disse una sola parola: “ora!”. Hong era già balzato in aria, attraverso i due metri che lo separavano dal mostro. Prima che l’essere se ne rendesse conto, il bokken spezzato era penetrato profondamente nel suo petto e nel suo fetido cuore di vampiro! Tutto divenne allora chiaro a tutti gli osservatori: solo il legno avrebbe potuto estinguere l’esistenza di quel vampiro millenario. Solo un bokken glorioso ed incantato si sarebbe potuto trasformare in un punteruolo adeguato. Come si diceva all’inizio, la fama del maestro delle spade Hofu era pervenuta in contesti ben diversi dal Giappone medievale. Come detto più volte, la fama di Hofu era ampiamente meritata, ma lui non se ne curava. Hong, ormai trasformato nello spirito, non tornò più alla vita precedente, giacché nel dojo aveva trovato la massima realizzazione per un guerriero nato.
FORTE E VELOCE_libro 1°_episodio 22
In un contesto popolato di esseri dotati di super poteri, lui era unico, perché rimaneva agganciato allo stereotipo classico del forzuto puro e semplice. Non aveva mai imparato a volare, ma riusciva a saltare abbastanza in alto, e resisteva bene alle cadute. Non costituiva un problema per lui saltare fino al secondo o al terzo piano, e poteva lanciarsi da altezze considerevoli, con gravi danni solo per l'asfalto. Il trattamento segreto che lo aveva reso super potente gli consentiva di sopravvivere alle pallottole: lo graffiavano, forse lo facevano sanguinare, ma non penetravano in profondità, arrestate dai muscoli super umani e dalle ossa durissime. Il nostro eroe, che chiameremo Colpo di Tuono, era in grado di correre a grande velocità. Non poteva raggiungere ed arrestare una Ferrari in autostrada, ma forse ci sarebbe riuscito con una media cilindrata. Il suo sistema immunitario era stato accelerato, per cui guariva in fretta da ustioni e ferite, ma il dolore lo sentiva comunque. Forse lo si sarebbe potuto progettare indenne dalla sofferenza, ma in fondo il dolore ci avvisa che qualcosa non funziona, e non è male. Colpo di Tuono dava il massimo di sé nei combattimenti corpo a corpo. Non era tipo da scontro a distanza, con raggi e pistole. Era attrezzato per attaccare briga con una tigre, con un orso e con uno squalo, e faceva ben di più che sopravvivere: vinceva. Data la sua grande forza, indossava, come fosse una maglietta, uno spesso pettorale di titanio, e portava in testa un casco dello stesso materiale. Poteva sfondare muri di mattoni con i soli pugni, ma perché negarsi la soddisfazione di abbattere strutture di cemento armato con una mazza chiodata? I suoi creatori avevano pensato ad un mezzo di trasporto ideale per lui: una grossa moto blindata a tre ruote. Con quella bestia meccanica, Colpo di Tuono inseguiva le auto, e le raggiungeva, senza sprecare energie proprie. Poi prendeva a mazzate il veicolo e convinceva i cattivi a scendere e ad arrendersi. Come da tradizione super-eroistica, Colpo di Tuono era stato un ragazzino gracile, come l'Uomo Ragno e prima di lui Capitan America. Gli scienziati che lo avevano mutato in un super essere avevano bisogno di un soggetto animato da una grande forza di volontà. Meglio trattare con un ragazzino secchione, vessato dai coetanei, ignorato dalle ragazze, desideroso di riscattarsi ai propri occhi, prima che a quelli altrui. Lo trovarono dopo lunghe selezioni. Fossero partiti da un ragazzo prodigio nell'atletica, ma non particolarmente intelligente, il trattamento avrebbe prodotto un super bambolotto. Così invece il trattamento sviluppò il corpo, che il cervello brillante addestrò mirabilmente. Nel suo primo impiego sul campo, Colpo di Tuono irruppe in un garage, dove ladri di auto stavano smontando veicoli appena rubati. Fu un test molto efficace, sebbene non fosse intenzione dei coordinatori del progetto sprecare le sue abilità super umane per bastonare semplici ladri. Colpo di Tuono divelse le grosse porte del garage, e venne accolto da un nutrito fuoco di fucili e pistole. Lui abbassò lo schermo protettivo sul volto, e li caricò. Utilizzando questa strategia, fu colpito poche volte. Come previsto, nessuna ferita produsse danni superiori alla spellatura, e subito il suo potere entrò in azione. Mentre guariva da graffi e scalfitture, causati dai vari calibri impiegati, Colpo di Tuono percosse a pugni e calci una decina di teppisti ed avanzi di galera, alcuni anche decisamente grossi. Li punì senza pietà, come per esorcizzare le vessazioni subite nella vita precedente. Venne però accoltellato ad una gamba, e grazie a questo incidente imprevisto furono apportate modifiche alla sua corazzatura. Il coltello evitò la grossa massa muscolare e trovò il modo di produrre una ferita più profonda di quelle causate dalle armi da fuoco. Un uomo sarebbe morto dissanguato, ma fortunatamente per lui Colpo di Tuono era un super uomo. Perse sangue, ma per alcun secondi; un tempo più che sufficiente a spezzare il braccio del teppista che aveva osato pugnalarlo. Da allora, anche le gambe e le braccia di Colpo di Tuono trassero giovamento da fasce di titanio. Fornire una identità segreta a Colpo di Tuono costituì un problema: era veramente grosso fisicamente, e non sarebbe passato inosservato come un Peter Parker (alter ego di Spiderman). Inutile sperare che gli occhiali bastassero a depistare i sospetti, specie di colleghe ficcanaso. Lo avrebbero creduto un ex giocatore di rugby, o un palestrato, o ambedue le cose. Per un super eroe sarebbe meglio non avere un'identità segreta, ma significherebbe vivere in un bunker giorno e notte, per paura di ritorsioni. Altra accortezza da adottare: non tenere l'uniforme, l'attrezzatura e la moto da battaglia in posti ove gli amici ed i conoscenti possano intrufolarsi.
FORMA DI VITA SINTETICA_libro 1°_episodio 21
Scienziati, che qualcuno definirebbe pazzi, si trovarono n una gigantesca struttura, annidata entro e sopra una montagna. Cifre immense, provenienti dalle tasse di un grande popolo, furono spese per realizzare strutture super tecnologiche, finalizzate allo studio della vita. Gli scienziati, guidati da un vecchio sognatore (uno di loro) vivevano nell'alveare, giacché non avevano altra vita, se non quella della ricerca e della scoperta. La genetica consentì agli scienziati di gettare le basi per un grande progetto, ma non fu l'unica scienza coinvolta in quella creazione. Molti esperimenti vennero fatti, e molti progetti fallirono, ma gli scienziati non desistettero, spinti da un fanatismo feroce. Infine, dopo anni di tentativi, a sorpresa, il progetto ebbe successo. In fondo, la ricerca copia la natura, che sperimenta di continuo. Chi si stanca perde la partita; la ricerca è una gara per gente convinta, non per bambolotti facili alla depressione. Il successo esalta, ma lo scienziato non si sbilancia troppo neppure nell'esaltazione. Il successo, giunto dopo molti sacrifici e dispiego di energie, fu in effetti accompagnato da alcuni effetti collaterali, dovuti alla natura stessa della vita sintetica prodotta in quei colossali laboratori. La forma di vita prodotta emetteva una tale energia da risultare invisibile all'occhio umano: la sua presenza era semplicemente accecante. Pareva che gli scienziati avessero riprodotto un sole, non un essere vivente, ed in effetti quella cosa si poneva ben oltre la vita ordinaria. Quella cosa si muoveva secondo una sua logica, e stranamente questo fatto sorprese gli scienziati; come mai sorprendersi se una forma di vita manifesta moto proprio? In particolare, questa forma di vita sintetica era stata progettata per essere superiore all'umanità stessa. Lo era: gli scienziati si convinsero quasi subito di avere creato un Dio. I geni di partenza erano stati talmente elaborati da sfuggire ad ogni reale controllo. Da un certo punto in avanti, erano stati i super-computer a disporre il patrimonio genetico ormai superumano. Il sognatore, capo del progetto, ed i suoi accoliti avevano ottenuto un risultato superiore ad ogni aspettativa, proprio perché ne avevano volutamente perso il controllo. Ora quella luce senziente aveva preso il controllo dei super-computer, e da esse traeva informazioni a velocità spaventosa. Presi dalla paura, giacché l'ignoto li aveva condotti a capire i sentimenti dei loro lontani progenitori cavernicoli, gli scienziati decisero di ricorrere alle armi. Enormi campi energetici furono convogliati alla volta di quella sconvolgente manifestazione luminosa. L'essere studiò dapprima la natura e l'intensità dell'aggressione; poi si limitò ad assorbire tutta quella forza colossale. A questo punto l'essere parlò nella mente degli scienziati, e rivelò solo una parte dei segreti che stavano dietro la sua apparizione in quello stato dell'esistenza. Tanto bastò quasi a farli impazzire, per quanto fossero tra gli uomini più intelligenti del loro mondo. L'entità comprese i loro limiti, e decise di salvaguardare la loro sanità mentale. Per quanto assolutamente superiore alla sua specie di provenienza, Lui sentì riconoscenza per avere ottenuto la vita. O forse l'aveva riottenuta? Forse gli scienziati avevano solo riportato sulla Terra uno spirito eccelso, in un corpo adeguato ad ospitarlo. La luminosità di quella specie di Dio si ridusse, affinché i suoi padri potessero vedere la parvenza di quel corpo superlativo. Lui poteva facilmente assumere la forma di qualunque animale, ma decise di mantenere quella scelta per lui dagli scienziati dell'alveare: una sorta di dorato Dio olimpico. E come un Dio, Lui si involò come una meteora che ascenda invece di precipitare. Lui sapeva che dall'alto, oltre l'orbita terrestre, avrebbe potuto scrutare e capire. L'entità non aveva l'intento di farsi adorare, ed era conscio che un Dio è necessariamente unico, e la sua strada è solo sua, sebbene tutto ciò non precluda l'esistenza ad altri come lui.
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