martedì 1 giugno 2010

IL CATTIVO DI TURNO_libro 1°_episodio 25

La solita banda di ragazzotti violenti, che si vedono in troppi filmacci. I figli di quelli dell'Arancia Meccanica, se quegli stronzi si fossero riprodotti. Gentaglia che il sabato sera non sa cosa fare, ed allora vanno in giro a rompere le palle al prossimo. Come mai non vanno al cine o magari si trovano qualche donna sola e disperata? Niente da fare: sono proprio dei cretini nati e cresciuti. Una banda di piccoli delinquenti, diventati grandi entrando ed uscendo da inutili centri di recupero. Da piccoli si sono incontrati alle elementari, e già allora vessavano i compagni, ed anche quella scemotta della maestra. Poi sono arrivate le assistenti sociali, con la loro missione di recuperare gli irrecuperabili. Gli psicologi, pagati da noi, hanno cercato di capire come mai quei cretini continuassero a torturare ed uccidere le lucertole. Come mai sparissero i gatti dei vicini, e venissero trovati impiccati. Dopo il primo di tali episodi, in una società civile i delinquenti sarebbero stati presi a sassate da tutta la gente del quartiere. Invece no: nessuno li ha mai veramente bastonati, anche perché da bravi vigliacchi hanno sempre evitato scontri in parità numerica. Cosa dire dei genitori dei teppistelli in questione? Madri depresse, consumatrici di psicofarmaci, o puttane per vocazione. Padri distratti da amanti neppure più giovani, presi a sentirsi ancora dei mandrilli. Una sera come tante, i delinquenti decisero di dare una svolta alla loro inutile esistenza. Un salto di qualità, se avessero saputo mettere insieme le parole “salto” e “qualità”. Il loro leader, il più crudele con le lucertole ed i gatti, decise per gli altri di introdursi in una casa, e di sequestrarne gli abitanti. Ormai i cretini, quattro in tutto, si facevano di qualsiasi cosa, per cui erano allucinati come pochi. Un'idea splendida, si dissero, e, saliti in auto, si recarono in giro per le campagne di notte. Si sentivano dei vendicatori di torti immaginari, dei predatori notturni, dei vampiri, ma non erano altro che ragazzotti capaci di perdere la strada, in quanto troppo brilli per leggere i cartelli. Comunque non stavano andando da qualche parte in particolare. Videro una casa in lontananza, e la presero di mira. In casa c'erano una mamma e due figli piccoli, in età da scuola elementare. La donna aveva detto al marito che quella casa, bella e grande, era un po' troppo isolata. Lui non era in casa, perché assente per lavoro; su questo lei non ci avrebbe scommesso dieci euro. Erano tutti e tre a letto, quando i quattro teppisti iniziarono ad urlare ed a lanciare pietre contro i vetri. Quando uno abita in una casa isolata, deve munirsi di una bella Magnum carica, da scaricare addosso al primo cretino che provi ad entrare non invitato. Lascia che poi ti accusino di omicidio volontario; tu eri a casa tua e loro no. Sfortunatamente la donna, che chiameremo Anna, non era munita di Magnum, ma neppure sarebbe stata in grado di usarla. Poteva usare un machete, un coltello da sub, una zagaglia africana; invece no: era completamente disarmata quando la buttarono giù dal letto, tra le urla dei bambini. Nessuno passava da quelle parti, a quell'ora di notte, e nessuno chiamò la polizia. I teppisti iniziarono a fare ciò che avevano visto fare nei troppi filmacci che avevano visionato. Il capo branco si era vestito di nero, per assomigliare ad una pop star o al Corvo. Teneva in mano una bottiglia di whisky, per darsi un atteggiamento, ma in realtà se la faceva sotto. Gli altri tre pendevano dalle sue labbra, dalle quali attendevano parole di saggezza: erano ridotti veramente male. Fu allora che uno dei due bambini mi vide, perché io decisi di farmi vedere. Gli intimai di fare silenzio, e lui comprese che gli altri non mi percepivano, nonostante mi aggirassi in mezzo a loro. Madre e figli si trovavano nel salone, attorniati dai quei quattro cretini urlanti. Ogni tanto volava un ceffone, diretto alla donna o ai bambini. Il capo branco spintonava gli altri, per farsi vedere figo. Loro ridevano contenti di avere un capo così ganzo. Non sapevano che non avrebbero rivisto l'alba, perché ormai ero entrato, e dovevo portare a termine il mio lavoro di spazzino. Tornai ad essere invisibile anche per il ragazzino, per evitare che mi seguisse cogli occhi. Erano le tre di notte, tra sabato e domenica, ed estrassi la mia katana per versare il primo sangue. I presenti ebbero modo di sentire il sibilo dell'acciaio che taglia l'aria, ma l'aria non fu la sola cosa ad essere tagliata. Il teppista biondo si accorse di provare una sensazione di freddo e di umido, localizzata al torace: era il suo sangue che defluiva allegramente. Subito dopo provò un grande dolore, e si buttò a terra per agonizzare in maniera rumorosa. Si potrebbe obiettare che il biondo non avesse ancora fatto del male agli occupanti della casa, ma io sostengo che sia sempre meglio prevenire. Al teppista numero due ruppi una clavicola, con un colpo di taglio della mano. Forse non lo avrei ucciso, ed in effetti neppure il biondo era morto. Certe serate si sviluppano a modo loro: esci di casa per uccidere qualche delinquente, e poi ti fai prendere dalla tenerezza. Comandai al terzo teppista, uno con una pettinatura a cresta, di vedermi, e la sua mente ottenebrata obbedì. Lo abbattei con un laccio californiano da wrestling; gli ruppi più costole del previsto, ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. A conclusione del piccolo show domestico, sollevai completamente il velo, e tutti nella stanza sgranarono gli occhi. Come diavolo ero entrato, si chiesero? Dalla porta, dopo aver bussato. Solo che il cretino che mi aveva aperto subì un estemporaneo lavaggio del cervello, e mi dimenticò nell'istante in cui gli passavo davanti. Ora, alle tre e trenta della notte, mi restava da sistemare solo il capo branco. Fedele allo stereotipo del delinquente dark, si riparò dietro uno dei bambini, minacciando di tagliargli la gola. Fu allora che collaudai un colpo di estrema precisione. Con un solo movimento fluido, estrassi la katana, che portavo nel fodero sulla schiena, e calai la punta in un arco mortale. Mi resi a quel punto conto che in effetti uno dei quattro non avrebbe rivisto l'alba. Le storie si sviluppano così: mentre le vivi. La katana passò a pochi centimetri dal bambino ostaggio, e disegnò un arco sulla fronte del teppista. I cattivi di turno che nei film si prendono coltellate in faccia, senza fare una piega, sono delle bufale. Una coltellata in faccia fa un sacco di male, ma una katana ti ammazza, senza tema di smentite. Cosa provò il povero deficiente mentre il cervello gli usciva dalla fronte? Si rese conto di avere concluso drammaticamente la sua inutile esistenza? Si sentì un eroe? Non ne ho la minima idea, perché mi riavvolsi nel mio mantello e mi avviai alla porta. Forse qualcuno aveva chiamato la polizia, perché irruppero trafelati, chiedendo cosa fosse accaduto. Io passai loro davanti, ma non mi videro, in quanto avevo ordinato alle loro menti di non vedermi. La padrona di casa mi avrebbe voluto offrire un caffè, ma ormai mi stavo allontanando a grandi balzi, attraverso la campagna.

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