Sono un essere biomeccanico, finalizzato a percorrere lunghe distanze a velocità impressionanti. Le culture inferiori mi chiamano in diversi modi, ma tutte mi temono per la mia forza e la mia velocità. Prima di diventare biomeccanico probabilmente ero un uomo; ora non saprei dire se all'interno della macchina possente sia rimasta traccia della carne primigenia. Forse i miei creatori hanno salvato solo una parte della mia personalità di un tempo. Presumo che abbiano tratto spunto da una forma di vita già portata per la velocità e le lunghe percorrenze. Non credo al libero arbitrio: sono quel che sono, e di conseguenza agisco. Non potrei e non saprei fare altro che correre sulla superficie del pianeta, sull'acqua, in salita ed in discesa: questa è la mia natura, e ne sono felice. Lo scopo di tutto questo correre mi è quasi ignoto. Provoco spostamenti d'aria, trasporto pollini, sollevo montagne di polvere, calpesto piante ed animali. Nel mio incedere impetuoso distruggo esistenze, che hanno avuto la sfortuna di trovarsi lungo la mia rotta. So che un corridore biomeccanico deve procedere tendenzialmente in linea retta, e così faccio. La macchina possente, che è tutt'uno con me, detiene poteri immani, che le consentono di sfondare antiche mura, o attraversare grandi foreste, abbattendo alberi centenari. Se la disposizione che ricevo è di procedere attraverso le cose, piuttosto che attorno ad esse, io eseguo. Inutili sono stati i tentativi dei selvaggi bipedi, un tempo uomini civilizzati, di sbarrarmi la strada: io travolgo tutto, e la mia velocità si nutre di se stessa. I miei motori danno il meglio durante il giorno, nei mesi estivi, quando possono assorbire enormi quantità di energia solare. D'estate sono ancora più veloce e pericoloso che d'inverno. Durante la stagione calda distruggo involontariamente molte più forme di vita; le stesse che durante i mesi freddi dormono e sognano. Ogni tanto mi fermo anch'io, perché questo è il mio modo di operare. I miei creatori mi impartiscono istruzioni, che in realtà sono note di viaggio, ed io riparto. Durante una recente sosta, mi sono accorto di avere aspirato, senza ucciderla, una forma di vita che mi pare sia chiamata grillo. Era un esserino molto piccolo, che in qualche modo non era stato stritolato dall'impatto contro la mia invincibile armatura. Le mie mani meccaniche non sono state concepite per eseguire gesti delicati, ma riuscii lo stesso a raccogliere quella piccola forma di vita, senza estinguerla. La osservai, per apprezzare la sua funzionalità: sei zampe, due antenne, due elitre. Non uccido volontariamente, e sicuramente non ucciderei esseri innocenti; per cui evocai un lieve soffio, per allontanare il grillo dalle mie mani potentissime. L'essere fu sballottato dal mio soffio e cadde al suolo. Di lì a poco mi sovvenne un nuovo pensiero, e lo cercai, per vedere se si fosse reintegrato nell'ambiente. L'esserino pareva morto, quando lo colsi con estrema delicatezza, ma dopo poco si mosse sulle mie dita corazzate, come ad esplorarle. Pareva che la vita fosse tornata nel suo esile corpo, ma l'esposizione ai rigori di una stagione non ancora primaverile lo aveva debilitato forse oltre ogni possibilità di recupero. Strano, mi dissi, che un essere biomeccanico conservi in sé una delicatezza che neppure gli umani hanno. Forse i miei creatori non hanno concepito l'ennesima macchina di morte. Forse sono una forma di vita nuova, potentissima, pressoché indistruttibile, ma attenta anche alle piccole esistenze presenti su questo mondo. E il grillo? Mi cadde dal dito, o forse si allontanò sfruttando le elitre; fatto sta che non lo vidi più. Così gli augurai buona fortuna, e cercai di non calpestarlo inavvertitamente. Questo fu molto difficile da fare, perché come ho scritto in precedenza, la macchina che io sono è pesantissima. Non saprei dire se io viaggi su ruote, cingoli, cuscino d'aria o levitazione; in effetti dispongo di tutti questi sistemi ed altri ancora. Mi mancano però le zampette, le elitre e le antennine del grillo. Dopo questa riflessione, mi voltai e ripartii alla volta del successivo obiettivo. In breve raggiunsi la velocità di crociera, e la polvere si sollevò a grande altezza al mio passaggio. Sono un percorritore di grandi distanze, e mi piace il mio lavoro. Ora so che piccole forme di vita possono essere da me estirpate bruscamente dal loro habitat; ma chi mi ha voluto, per quel che sono, persegue di certo finalità superiori. Sono felice di avere incontrato quel piccolo grillo, e spero che il freddo non lo abbia ucciso. Quanto a me, getto indietro la testa e ruggisco al cielo notturno, mentre accelero attraverso campi e praterie. Ormai sono una forza della natura, e la sua regola vuole che siano i più deboli e vulnerabili a farsi da parte.
venerdì 4 giugno 2010
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