martedì 1 giugno 2010

HOFU, MAESTRO DELLE SPADE_libro 1°_episodio 23

Lo studio accurato delle arti marziali, accompagnato ad una filosofia apparentemente minimalista, ha prodotto maestri eccezionali nel loro campo specifico. Hofu poteva definirsi senza tema di smentita “maestro delle spade. La sua fama aveva travalicato i confini del Giappone, ed Hofu ne era a conoscenza, sebbene, da vero filosofo, non se ne curasse. Quello che non sapeva era quanto lontano, nello spazio e nel tempo, fosse pervenuta la sua fama. In una tiepida mattinata di maggio, un aspirante allievo si presentò umilmente al suo dojo, ben sapendo quanto fosse difficile farsi accogliere dal maestro. Il giovane non era particolarmente alto, né particolarmente muscoloso, ma Hofu intuì con uno sguardo la sua naturale predisposizione per il combattimento con la spada. Il programma di studi del dojo di Hofu prevedeva corsi molto impegnativi, destinati a formare lo spirito congiuntamente alla mente ed al corpo. Il nuovo arrivato, Hong, si dimostrò subito il più attento ed il più assiduo tra gli allievi, suscitando l’ammirazione dei colleghi. Sorprenderà sapere che la venuta di Hong non abbia suscitato invidie e litigi. Merito degli insegnamenti del maestro, che inducevano le giovani menti a concentrarsi sull’apprendimento, tralasciando tutte le spinte deteriori. Hofu, fedele alla sua dottrina apparentemente minimalista, insisteva ad indagare le potenzialità della spada bokken. Sebbene il maestro fosse indubbiamente il più abile nell’uso della katana, dell’intero Giappone, riteneva che la spada in legno di ciliegio consentisse un maggiore progresso spirituale. Hofu invitò nel suo dojo diversi samurai e ninja, e si confrontò con essi. Loro adoperavano le loro taglienti e mortali katane, forgiate nel favoloso acciaio nipponico; Hofu rintuzzava i loro attacchi con la sua semplice spada bokken. Tale era l’abilità del maestro che l’acciaio non pareva in alcun modo lasciare segni sul bokken. In realtà Hofu possedeva un potere mutante, che si estendeva alla spada lignea, rendendola praticamente indistruttibile. Privi di quel potere mutante, gli allievi di Hofu impararono ugualmente a combattere contro le katane, ma i loro bokken subivano i durissimi impatti, e ne venivano danneggiati. Dato il periodo storico, tutti pensavano che Hofu fosse una specie di mago, poiché nessuno sapeva cosa fosse un mutante. Hong, sebbene fosse il suo migliore allievo, non riusciva ad emularlo in quella particolare abilità. Ma nemmeno lui era esattamente quel che sembrava, e più avanti lo avrebbe ampiamente dimostrato. Fin da giovanissimo, Hofu era stato attratto dalle spade; il suo karma prevedeva infatti che nella vita presente proseguisse il cammino intrapreso secoli prima. Lo studio intensivo della presa sulla spada, e sui vari modi di estrarre e di colpire, avevano comunicato al maestro un messaggio di pace estrema e di sintonia coll’ordine delle cose. Hong e gli altri allievi percepivano la grandezza di quell’anima, che si manifestava con pochi gesti essenziali e con pochissime parole. Qualunque fosse stata la provenienza degli allievi del maestro, erano diventati una sorta di corpo unico, animato da una consapevolezza estrema di sé. Confrontando quel modo di vivere, apparentemente monacale, con le ricchezze e gli agi delle corti presenti anche in Giappone, ci si poteva chiedere cosa avesse spinto gli allievi di Hofu a lasciarsi tutto indietro. In effetti molti tra loro erano di nobile lignaggio, ed erano stati mandati dal maestro delle lame affinché lui insegnasse loro l’umiltà. Quei nobili ricchissimi sembravano degli straccioni, con dei bastoni in mano. Eppure nessuno di loro sarebbe mai tornato alla vita precedente: tale era il carisma del grande maestro. Al sorgere del sole, la disciplina induceva gli allievi ad aprire spontaneamente gli occhi. Dopo essersi lavati nell’acqua corrente, in ogni periodo dell’anno, gli adepti di Hofu iniziavano lunghi ed intricati kata con i loro bokken. Poi passavano alla varie forme di combattimento, contro uno o più avversari, su disparati terreni di scontro. Mangiavano solo riso e verdura, per meglio mantenere il contatto con la Natura. Detto contatto si rinnovava peraltro quando dormivano sulla dura terra, poggiando solo su una leggera stuoia. Hofu aveva addestrato dei super-uomini, o quantomeno dei super-soldati. Sennonché la disciplina del dojo era contraria alla guerra, proprio perché la pace interiore di quel luogo era tale da azzerare ogni animosità ed acredine. Hofu dacché divenne maestro delle spade, non cercò mai lo scontro con nemici fisici, bastandogli di sconfiggere quelli psichici. Ovviamente lui sapeva che i nemici avrebbero cercato lui. Sapeva che certa gente cerca il confronto ad ogni costo, per sconfiggere innanzitutto la propria insicurezza. Così accadde che la scuola del Serpente Crestato attaccò il dojo di Hofu. Lo fecero durante la notte, sperando di coglierli di sorpresa. Vennero per uccidere senza pietà, ma l’essenzialità e la disciplina avevano aperto i cuori e le menti dei giovani che vivevano in simbiosi con il loro maestro. Colsero i pensieri di morte prima che i nemici fossero in vista, e divennero invisibili. I ninja del Serpente Crestato, abituati a confondersi tra le ombre, non si avvidero che gli adepti di Hofu li attendevano in piena luce. Tale era il potere della suggestione, che promanava da quelle menti allenate, che gli occhi dei ninja videro, ma non trasmisero il messaggio alle consapevolezze. Quando la perplessità degli invasori raggiunse il massimo, ad un comando mentale di Hofu, Hong ed i suoi fratelli in spirito colpirono con i loro bokken. I colpi caddero all’unisono, e si evitò la strage solo perché non vollero uccidere. I ninja umiliati a morte si risvegliarono contusi in una zona desertica, lontana centinaia di chilometri dal dojo di Hofu. Questo fatto accrebbe la convinzione comune e diffusa che il maestro delle spade fosse un vero mago. Venne infine il momento per Hong di gettare la maschera, perché quelli che lo avevano inviato ad apprendere erano oltremodo soddisfatti di lui. Il maestro sapeva quel che doveva sapere. Stava disegnando un ideogramma, e nel contempo stava sintonizzandosi ancora più profondamente con il divenire delle cose. Fu così che il maestro delle spade seppe, ancor prima di scambiare parole con il suo allievo, che Hong doveva partire per una missione di grande importanza. Ma neppure questa percezione turbò quell’anima sorprendente. La grande abilità nell’uso del bokken sarebbe stata impiegata da Hong per combattere contro un male in attesa. A differenza di ciò che era avvenuto con i ninja del Serpente Crestato, non era plausibile attendere che il nemico attaccasse. Tutti i colleghi di Hong, ormai veri fratelli di sangue e d’intenti, si offrirono di accompagnarlo, ma Hofu spiegò loro che non sarebbe stato possibile per vari motivi. Tuttavia, aggiunse, lo avrebbero potuto assistere in una maniera diversa, che avrebbe confermato la grandezza della filosofia del dojo. Non ora, ma a tempo debito avrebbero saputo come fare. Fu così che Hong venne teletrasportato attraverso lo spazio, il tempo e le dimensioni. Come se quel fenomeno fosse un accadimento di tutti i giorni, gli adepti ripresero ad allenarsi, sotto la guida del sempre imperturbabile maestro delle spade. A questo punto della vicenda, si palesò una singolare concatenazione tra gli eventi svoltisi nel Giappone medievale, e quelli che si sarebbero concretizzati in un contesto presumibilmente diverso, se non altro dal punto di vista dell’approccio tecnologico. Come mai si era ritenuto di attingere a conoscenze apparentemente obsolete? Cosa avrebbe potuto fare, un pur abilissimo allievo di un maestro delle spade, contro armi a raggi, robot e chissà cosa altro? Hong percepì le domande prima che qualcuno le trasformasse in suoni, ed analogamente rispose a se stesso senza bisogno di parlare. Quello che aveva acquisito dal maestro Hofu era un abito mentale impareggiabile: coltivare un’estrema fiducia in un’arma apparentemente inadeguata. Combattere non con il solo corpo, non con il solo cervello e non con la sola aggressività. Hong, con la sua ultra-percezione, era ora in grado di capovolgere gli esiti di uno scontro apparentemente già scritto. Il merito risiedeva nella sintonia soprannaturale che ormai lo legava allo scorrere degli eventi. Inoltre il legno, in tutte le sue diversificazioni, rappresenta il permanere dopo la morte. Alcune culture lo considerano, non a caso, uno degli elementi della Natura. Prima che Hong avvertisse un ulteriore scorrere del tempo, venne trasferito nel teatro della battaglia finale. Sapeva che entità di vario tipo, ma tutte pericolose, lo avrebbero atteso per terminarlo. Senza paura, levò alto il suo bokken, verso un cielo di colore rosso e viola, e seppe di non essere solo: i pensieri dei suoi compagni e del maestro Hong lo raggiunsero, e lo resero più forte. Un raggio ad alta energia scaturì da breve distanza, proveniente da uno sparatore intenzionato a decapitare l’intruso. Anticipando ogni pensiero cosciente, e muovendosi addirittura prima che il grilletto dell’arma venisse tirato, Hong spostò a sufficienza la testa, e la salvò. Con un movimento fluido e contemporaneamente fulmineo, l’adepto di Hofu rese onore al suo maestro, colpendo la testa del nemico. Il bokken, quasi animato di vita propria, parve selezionare il punto migliore dove colpire, nonostante il casco coprisse quasi integralmente il cranio del grossolano figuro. Subito dopo, Hong ruotò su se stesso, per evitare la caduta di un pesante macigno. Giunse allora, dall’astronave base, un raggio dislocatore, che consentì al guerriero di sfuggire all’imminente accerchiamento. Il maestro Hofu insegnava ad adoperare il bokken come fosse un’estensione delle mani e delle braccia. La spada di legno consente di colpire di taglio e di punta, e ci si può aiutare afferrando la “lama”, grazie al fatto che la lama non c’è. Affondando nei punti più dolenti di quei corpi sgraziati, ma chiaramente umanoidi, il bokken trasmetteva dolore e, contemporaneamente, paralizzava i centri nervosi. Dopo due ore dal suo arrivo, Hong si era ormai addentrato profondamente in territorio nemico, ed aveva capito che lo scontro decisivo si sarebbe svolto all’interno del castello, che sorgeva in cima alla collina su cui il guerriero si stava inerpicando. Prima di entrare nel castello, Hong venne seriamente impegnato da una sorta di pterodonte violaceo. Quella bestia carnivora lo attaccò alla spalle, ed allora fu come strattonato da coloro che combattevano con lui, a mondi di distanza. Evitò gli artigli intrisi di veleno; il suolo sfrigolò per il contatto con quella sostanza altamente corrosiva. La bestiaccia volante era molto difficile da trattare, in quanto dotata di intelligenza tattica inaspettata. Hong non sapeva che quello che lo stava aggredendo era un mostruoso mix magico tra uomo e rettile volante. Un assassino seriale era stato fuso con una bestia preistorica: un risultato molto pericoloso. Il giovane guerriero assunse quindi una posizione di guardia, che illuse la bestia-uomo. Quel cervello senza morale né pietà stava pensando che l’atmosfera mefitica avesse fatto impazzire Hong; lo pterodonte aveva iniziato la picchiata finale. Hong intanto guardava dentro se stesso, ed osservava il suo cuore impavido. A meno di un secondo dall’impatto, mentre l’animalaccio sembrava quasi ridere, Hong scartò di lato, e percosse con forza soprannaturale quella testa incredibilmente dura. C’era tempo per un solo colpo, ma quel colpo bastò a fare schizzare fuori dal cranio del rettile preistorico metà del cervello del depravato. Così il killer seriale morì definitivamente, e nessuno lo pianse né allora, né successivamente. Dentro il maniero, nessuno ostacolò ulteriormente l’avanzata di Hong, come se fosse atteso. Il nemico per il quale Hong era stato addestrato si ergeva al centro di una grossa sala, illuminata solo dalle fiamme delle torce. Si volse e sorrise, o meglio mise in mostra una preoccupante dentatura da carnivoro. Per il resto, palesava una statura vicina ai tre metri, e due grosse ali da pipistrello. Il maestro Hofu fece sentire la propria presenza proprio in quel momento. L’allievo percepì un calore ed un’energia che lo ricaricarono quasi completamente. Il maestro ed resto del dojo si stavano preparando per la battaglia, e la loro dedizione aveva creato un fiume di carica combattiva, che avrebbe raggiunto Hong attraverso i mondi. L’umano si scontrò con il mostro, ed il fragore dei colpi attrasse l’attenzione delle creature che allignavano nel castello. L’essere mostruoso cercava evidentemente di mettere a segno un morso mortale, con quelle sue maledette mandibole. L’uomo lo percuoteva con il suo bokken, ma il mostro pareva non curarsene. Hong iniziò a sospettare che neppure una katana di acciaio sarebbe riuscita a produrre ferite in quella carne aliena. L’allenamento del dojo insegnava a non perdersi mai d’animo; così il guerriero provò innumerevoli combinazioni di colpi, di taglio e di punta. Il mostro però si era avvicinato, ed i suoi artigli mulinavano pericolosamente vicino alla gola di Hong. Il maestro delle spade, Hofu, immerso nella sua meditazione, decise allora di sospendere il suo incantesimo mutante sul bokken del suo allievo. La mossa sorprese quelli che avevano inviato Hong da Hofu, ed anche il mostro, che ruggì il suo trionfo quando il bokken inaspettatamente si ruppe nel senso della lunghezza. Solo allora il maestro delle spade Hofu parlò, e disse una sola parola: “ora!”. Hong era già balzato in aria, attraverso i due metri che lo separavano dal mostro. Prima che l’essere se ne rendesse conto, il bokken spezzato era penetrato profondamente nel suo petto e nel suo fetido cuore di vampiro! Tutto divenne allora chiaro a tutti gli osservatori: solo il legno avrebbe potuto estinguere l’esistenza di quel vampiro millenario. Solo un bokken glorioso ed incantato si sarebbe potuto trasformare in un punteruolo adeguato. Come si diceva all’inizio, la fama del maestro delle spade Hofu era pervenuta in contesti ben diversi dal Giappone medievale. Come detto più volte, la fama di Hofu era ampiamente meritata, ma lui non se ne curava. Hong, ormai trasformato nello spirito, non tornò più alla vita precedente, giacché nel dojo aveva trovato la massima realizzazione per un guerriero nato.

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