La giuria si ritira nell'apposita sala, per discutere se l'imputato meriti la pena di morte. Ha violentato ed ucciso una bambina, e pare che tutte le prove depongano contro di lui. Il problema è che nella giuria c'è gente che ha tempo da perdere, e pruriti al culo. C'è gente che parla per parlare, ed ama passare le carte da una scrivania all'altra. Intanto in prossimità della giuria, eppure lontanissimo dalla loro percezione, il boia affila la sua lama. Nessuno lo ha chiamato, e la giuria non sa di lui; lui è consapevole della giuria, ma non se ne cura. La riunione della giuria è lunghissima e snervante. Decidere della vita di un essere umano può essere molto faticoso, visto che non tutti siamo nati per somministrare la morte. La gran parte dei componenti della giuria si chiede però perché ci sia gente che deve cavillare anche quando non ci sono dubbi di sorta. Il maiale che ha ucciso la bambina lo aveva già fatto un'altra volta, ma la giustizia ha toppato liberandolo. Lui allora ha adescato una seconda altra innocente, l'ha portata in un bosco, ha abusato di lei; quindi l'ha uccisa. Chi se ne frega degli aspetti attenuanti? Che attenuante ci può essere? Chi solleva questi problemi meriterebbe di fare la fine della bambina, al suo posto. Intanto il boia, nella sua cantina semibuia, affila una lama che non sembra necessitare di quel trattamento. Quella spada taglia l'aria sibilando, ma pare quasi emettere un suono ultraterreno mentre si fa strada tra le molecole che costituiscono l'atmosfera. Il criminale, come molti della sua risma, se ne frega di tutto e di tutti; anche di morire, e ride in faccia al giudice. Essere civili è duro, pensa il giudice; intanto il boia, che assiste allo show grazie alla sua ultra-percezione, sa di non essere assolutamente civile, e ne trae godimento. Anche le cose più noiose hanno termine, ed i giurati favorevoli alla pena di morte riescono a zittire quel maledetto cretino che si trovava tra loro. Chi ce lo aveva mandato? Il presidente della giuria, sudato e stressato, entra in aula, per annunciare il verdetto: colpevole. Il giudice sentenzia che il criminale sarà trasferito nel braccio della morte del carcere di massima sicurezza. L'assassino trova conferma della debolezza di un sistema, che non ha il coraggio di eliminare subito i propri scarti. L'assassino sa che in carcere ci starà per anni, prima che la pena di morte sia eseguita. Potrà provare a scappare, o a sperare che un bravo avvocato senza scrupoli rimetta tutto in gioco. Una vergogna, che lascia intimamente delusi gli uomini e le donne di buona volontà, specie quelli della giuria. Il boia cessa in quell'istante di affilare la lama, e la fissa intensamente. La lama pare ricambiare lo sguardo. Parafrasando quel grande filosofo tedesco: se fissi lo sguardo nell'abisso, l'abisso fisserà lo sguardo su di te, e dentro di te. Che Nietzsche avesse tra le sue cose una spada nera? I sentimenti di frustrazione e di delusione forniscono al boia il catalizzatore per passare dal suo mondo al nostro. Del resto i demoni devono essere evocati, secondo le giuste procedure. Il boia sapeva che sarebbe successo, perché anche questo fatto era stato scritto eoni or sono nei rotoli del destino. La scena vede l'assassino irridente, il giudice e la giuria quasi esausti, ed il pubblico moderatamente soddisfatto. Il boia esegue il rituale del viaggio dimensionale, muovendo la spada sempre più velocemente, come se potesse tagliare lo spazio ed il tempo. In effetti la spada nera taglia il tessuto dello spazio tempo, e lo spazio tempo, per restituire il favore, trasferisce lei ed il suo portatore da qualche altra parte. In un batter di ciglia, il boia compare nell'aula di tribunale. Il suo aspetto è terribile a vedersi: la sua pelle è rossa e nera, con i colori che migrano come se avessero una vita propria. Il demone della vendetta, perché di un demone si tratta, impugna una spada dall'aspetto indescrivibile. A volte sembra più larga, a volte più sottile, a volte assume forma serpentina, ma in tutte le sue manifestazioni promette la morte, e la canta pure. Con uno sguardo di brace, il boia trasmette a tutti l'ordine di non intervenire. Sente i pensieri dei presenti, che lo temono, ma sanno che cosa sia venuto a fare. Il giudice non prova neppure a fare il gradasso, e neppure gli sbirri. Intuiscono, dal profondo del loro essere, che ora il demone somministrerà una vendetta che trascende l'umana cognizione, e ne sono felici. Uno sguardo speciale per quel cretino che voleva salvare lo stupratore, ed anche per l'avvocato difensore, che lo aveva addestrato in tal senso. Il demone è immobile, ma il suo sguardo propone inenarrabili sofferenze a quei due parassiti. Finché i due putridi soggetti se la fanno letteralmente addosso. Ora, alla stretta finale, il boia si avvicina alla sua vittima, che ha esaurito ogni velleità. La gabbia si apre da sola, ma il criminale non ne esce; anzi cerca di rintanarsi come un topo di fogna quale è. Il demone e la sua spada non hanno altro tempo da perdere, e giustificano la particolare affilatura appena realizzata. Con un solo colpo della spada nera, il boia penetra in profondità tra le ossa, gli organi, i tendini ed i vasi sanguigni. Nessun chirurgo terrestre saprebbe eguagliare la maestria del lavoro simbiotico prodotto da quelle due creature extraterrene. Nessuno ha visto partire la spada, neppure le telecamere; eppure la lama nera ha cantato di soddisfazione estrema. Esiste da tempo immemorabile, ed ha accumulato una conoscenza sconfinata dell'arte del procurare un grandissimo dolore, di lunga durata, seguito da una morte ancora più spaventosa. Un solo colpo della spada mistica, e giustizia è fatta. Quella feccia non camminerà più su questa terra, e nessun azzeccagarbugli potrà più rimetterlo in libertà. Il demone scompare senza alcun preavviso, ma tutti gli sguardi sono volti in direzione del criminale, che grida, in preda a dolori che lo assalgono contemporaneamente dall'interno, dall'esterno, dal basso, dall'alto. Prova male alle ossa, ai muscoli, sanguina, ma non a sufficienza da morire. Vorrebbe porre fine alle sue sofferenze, ma il colpo del demone lo ha privato di ogni forza. Non è paralizzato, ma è come se lo fosse. Anche la sua mente è stata colpita dalla spada nera; gli proietta continui incubi, in cui rivede le sue violenze, provando angoscia tremenda. L'immagine della giustizia assoluta è insopportabile per gli umani presenti in aula, che, nessuno escluso, scappano urlando all'esterno. Nessun umano rimane in aula, perché quella larva urlante non è e non sarà più umana. Per quanto tempo urlerà il suo dolore cosmico? Finché gli cederà il cuore, o forse gli scoppieranno prima i polmoni. Intanto il sangue gli sgorga dai pori, dagli occhi, dalle orecchie, e finanche da sotto le unghie. Un bel lavoretto, non c'è che dire!
venerdì 4 giugno 2010
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